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Illustrazione di Riccardo Saponara
, 22 Giugno 2023

La delicatezza di Riccardo Saponara


Un talento tanto fragile quanto cristallino.

Qualcuno si è chiesto come sarebbe stata la carriera di Riccardo Saponara, senza quel derby di Milano del dicembre 2013 dove Massimiliano Allegri decise di lanciarlo titolare per la prima volta. Un tragico 1-0 per l'Inter, dove Riccardo piazzò un tunnel a Campagnaro al pronti-via per poi nascondersi all'ombra di Cambiasso. La prima delle uniche due presenze da titolare in rossonero, che di fatto bastò ad archiviare la sua esperienza di un anno e mezzo a Milano sotto la definizione di "intimorito".

Forse, senza quella partita o con un'altra prestazione o anche solo con un altro risultato, sarebbe cambiato tutto. Sarebbe stato il primo squillo della grande carriera a cui doveva esser destinato. O forse quel derby, per lui che era arrivato al Milan con l'etichetta di "nuovo Kakà", attaccatagli addosso speculando su ruolo in campo e nomignolo, è stato solo la manifestazione pratica di tutto quello che non poteva funzionare. Una storia nata male che non poteva finire bene, non al Milan.

Riccardo Saponara è un timido. Una mosca bianca in un mondo del pallone dove l'ostentazione, in campo e fuori, è quasi obbligatoria per convenzione sociale. Una qualità peculiare per un giocatore che è prima di tutto estro, fantasia, giocata fuori dall'ordinario. Di solito i calciatori così sono un miscuglio di ego e protagonismo, di carismatica presenza e di arrovellamenti tattici per gli allenatori, chiamati a trovar il modo di rendere sostenibile la loro presenza anarcoide in campo. Lui è quanto più lontano da tutto ciò. Ha classe cristallina che esprime in giocate essenziali e funzionali. Ha la tecnica di un funambolo ma non ne ha la sfacciataggine. Un giocatore che sa bene come toccare il pallone ma non ne approfitta per solleticare gli spalti. Sembra quasi volerti chiedere scusa, dopo aver tentato la giocata.

Il rischio in partita per lui è sempre stato quello di nascondersi. Di non entrare nel flusso della gara. Oltretutto, anni di sottoutilizzo e di infortuni muscolari gli sono costati una progressiva perdita di esplosività, che hanno accentuato quel ritmo compassato con cui scandisce le sue prestazioni. Lui, con una personalità così spiccatamente emotiva, si è dovuto affidare alla sua capacità intellettiva per leggere le situazioni di gioco, supportato dal piede che non dimentica come si fa. Con le dovute proporzioni, la sua evoluzione tecnica ha dei punti di contatto con quella di Alessandro Del Piero post-infortunio al crociato. Ma del 10 bianconero Saponara non ha mai avuto il carisma. È sempre stato così, fin da giovanissimo. Al limite del non riuscire a esprimere appieno la sua classe, e tanto da aver bisogno di un mental coach fin dai tempi della primavera dell'Empoli. Per superare il trauma del distacco da casa, dalla famiglia, dagli amici della natia Forlì.

L'ambiente della provincia toscana, leggero e protettivo verso i giovani, e la guida di Maurizio Sarri gli hanno permesso di sbocciare. Forse è stato solo un problema suo o forse c'è da chiedersi che razza di tritacarne sia, per un calciatore ventenne, il salto definitivo tra i professionisti. In fondo, è la vecchia storia del vaso di coccio tra i vasi di ferro. E nel calcio ultracompetitivo e milionario non sembra esserci spazio per la bellezza di una raffinata terracotta.

Milano non è posto per vasi di coccio. E tantomeno poteva esserlo quel Milan di fine regno allegriano, destinato a entrare nel decennio della banter era. L'anno e mezzo in rossonero di Saponara è una sequela di stress emotivo e infortuni a catena: il salto dalla B (conclusa con la sconfitta nella finale playoff contro il Livorno) al Diavolo sarà qualcosa di ingestibile, e marchierà per sempre la carriera di Saponara. D'altronde San Siro è uno stadio che ha fatto tremare le gambe ai più grandi, come poteva lui, talento schivo e timido, uscirne indenne?

La fuga dai fantasmi avviene un anno e mezzo dopo, quando ripercorre a ritroso il tragitto che da Empoli lo aveva portato a Milano. Ritrova il mentore Sarri, ritrova gli azzurri saliti in massima Serie. Da gennaio a maggio piazza sette reti e quattro assist, e i toscani si salvano con quattro giornate di anticipo, facendo riapprezzare le sue qualità che sembravano svanite a Milano. Eppure quella cicatrice in qualche maniera rimane: il treno delle grandi occasioni è passato e non tornerà. Non era pronto per prenderlo, forse non poteva esserlo. Due anni dopo lo sceglie la Fiorentina di Paulo Sousa come rinforzo a gennaio, ma la stagione dei viola andrà in pezzi nel giro di un mese, buttati fuori prima dalla Coppa Italia per mano del Napoli poi dall'Europa League con il Borussia M'gladbach, dove si fanno rimontare un aggregato di 3-0 in quindici minuti.

Seppur in versione mignon, quella Fiorentina è crepuscolare come lo era quel Milan: la voglia di divincolarsi dell'ex proprietà si tocca con mano. Ma ci sarà un qualcosa di tragicamente imprevedibile che renderà l'anno e mezzo a Firenze, prima con Sousa e poi con Pioli, qualcosa di molto peggiore dei campionati precedenti semplicemente anonimi. Ovvero, la terribile mattina del 4 marzo 2018, in cui Davide Astori non si alza dal suo letto d'albergo a Udine, a poche ore da Udinese-Fiorentina. Riccardo, anni dopo, ne scriverà in una lettera a cuore aperto. E cosa gli scatti in testa in quel momento, a lui forse più che ai suoi compagni, non si sa bene. Per due mesi la Fiorentina di Pioli, così segnata dalla morte del suo capitano, diventa un'armata invincibile. Saponara, fino a quel momento quasi mai utilizzato, diventa titolare fisso. Mezzala, trequarti, esterno, qualunque ruolo purché si giochi. "Sembra Iniesta", dirà qualche avventore della curva Ferrovia durante Fiorentina-Crotone 2-0, in quei giorni dove c'era un'aria così strana allo stadio.

Quella stagione si conclude con un nulla di fatto, e le strade tra Riccardo e la Viola si separano per un turbine di prestiti: la Sampdoria di Giampaolo (che già lo aveva avuto a Empoli), con la quale segnerà di tacco al volo il pari al minuto 99 contro la Lazio, il Genoa, il Lecce, ancora mezza stagione a Firenze nella tremenda annata di Iachini-Prandelli. Poi lo Spezia di Vincenzo Italiano. Lì, dopo aver appena assaggiato il campo contro il Napoli il giorno della Befana, segna una doppietta nell'incredibile Roma-Spezia 2-4 di Coppa Italia, gara poi ricordata ai posteri per lo 0-3 a tavolino dei liguri a causa della "sesta sostituzione" fatta dai giallorossi. Dei cinque mesi in bianconero ne passa due in infermeria, poi alla 34esima giornata, nel Bentegodi deserto post-lockdown, entra all'83esimo e segna il pari dopo tre minuti nell'1-1 contro il Verona.

Rientra per l'ennesima volta a Firenze e con lui arriva Vincenzo Italiano; alla fine, la decisione comune è di restare. Dopo una vita a fare il trequartista, Italiano lo ritiene spendibile come esterno nel suo 4-3-3, come a La Spezia. Lui ripaga. Alla quarta giornata entra all'intervallo al posto dell'infortunato Gonzalez e in un quarto d'ora segna il gol del vantaggio viola. Non uscirà più dalle rotazioni, offrendo spesso prestazioni preziose e decisive per la Fiorentina. A quasi trent'anni, Saponara torna ad essere un giocatore di calcio su cui poter contare.

Da Sarri a Italiano va il filo sottile che si attorciglia sulla carriera di Saponara. Gli unici due allenatori che veramente hanno goduto del suo talento, nei pochi chilometri che separano Empoli da Firenze. Sarà l'aria della piana fiorentina. O sarà per la comune idea di calcio dei due allenatori, evidentemente adeguata a metter in risalto le sue qualità. O forse per la loro capacità empatica, o magari per un particolare fiuto, quel feticcio che certi tecnici hanno per i talenti delicati e meravigliosi. E in effetti Saponara è quel tipo di giocatore: estroso e intelligente in campo, tagliato su misura per il calcio concepito dai due tecnici. Il giocatore ideale per un gioco di tipo posizionale, dove lui è il fantasista che può permettersi la libertà di illuminare il sistema con assoli geniali, tali da esaltare l'armonia del tutto.

Ma nella storia, nella carriera di Riccardo Saponara, fatta di tiri all'incrocio e fantasmi, di colpi di tacco e momenti bui, c'è qualcosa di più dei fallimenti di gioventù e della capacità di pochi tecnici di vedere e valorizzare il suo fragile talento. C'è un sottofondo che va oltre la sua capacità di trovare tracce di passaggio visionarie come i più grandi. C'è una malinconia amara, per quello che sarebbe potuto essere e non è stato. E per come tutto questo è avvenuto.

Chi scrive, da tifoso credente nel principio che "i giocatori passano, la maglia resta", ha sempre avuto poca stima dei calciatori come uomini. Empatizzare oltremisura con queste persone, professioniste per natura e per questo così poco predisposte ad abbandonarsi alla fede assoluta verso i colori, mi è sempre rimasto difficile. Riccardo Saponara mi fa eccezione. Forse perché non ha nascosto la sua depressione in un mondo dove in molti l'hanno provata (compreso, di nuovo, chi scrive) eppure è ancora così stigmatizzata. O forse perché Saponara è schivo come me, o semplicemente perché non ha mai goduto, nemmeno negli ultimi tempi, di una narrazione rispettosa e degna del suo talento. E questo mi pare ampiamente ingiusto nei suoi confronti.

Razionalizzando, nell'ultimo bienno - iniziato come uno dei millemila esuberi rimasti dall'era Della Valle-Corvino - Saponara è stato per rendimento uno dei giocatori più incisivi della Fiorentina, quantomeno tra i colleghi di reparto. Una carta preziosa per Italiano, da usare con relativa parsimonia per i suoi limiti atletici, ma forse la più spendibile con efficacia per risolvere le partite.

Ma, a pensarci, le razionalizzazioni non sono questa gran pratica intellettuale. Alla fine, chi scrive è stato molto felice di vedere Saponara diventare decisivo per la Fiorentina, ma lo sarebbe stato ugualmente anche se Saponara avesse giocato e basta con la maglia viola. Perché, nonostante il privilegio di essersi sistemato economicamente tirando calci a una palla, Riccardo alla fine è solo un altro esempio di quella generazione interrotta che sono i millennials. Ecco spiegato allora perché empatizzo con lui. E penso pure che chi non lo fa dovrebbe lasciar perdere non dico il pallone ma i contatti con il genere umano. Riccardo Saponara è uno di noi. Uno che ai suoi demoni, al suo diavolo, ha segnato con un tiro a effetto all'incrocio in una gara finita 4-3. E io sono stato felice per lui.


  • Scribacchino di calcio maschile e femminile. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzio le complessità di un gioco molto semplice.

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