Logo sportellate
Roberto De Zerbi alla Bobo TV
, 19 Giugno 2023

Il manifesto di De Zerbi alla Bobo TV


L'allenatore ha esposto la sua filosofia di calcio nell'intervista.

Pochi allenatori occupano un ruolo così rilevante – e quindi dirimente – nel dibattito sportivo italiano come quello di Roberto De Zerbi. Anzi, oserei dire che nessun tecnico italiano è così visceralmente amato e odiato, allo stesso tempo divinizzato e sputato. Il concetto viene persino esacerbato pensando che sia in Italia che all'estero, De Zerbi non ha mai allenato una grande squadra. Non è stato cioè mai simbolo di rivalità o appartenenza calcistica. Eppure se per qualcuno De Zerbi è il geniale innovatore della tattica, capace di guidare il Brighton alla prima storica qualificazione europea, per altri è ancora lo showman interessato a mettersi in mostra e non a vincere.

È una dialettica interessante, che secondo me si lega a doppio filo al conservatorismo intrinseco di questo paese, al suo bisogno di non mutare mai nel tempo, ma su questo ci torneremo. Iniziamo dai fatti. Qualche giorno fa De Zerbi ha rilasciato una delle prime interviste italiane da quando è allenatore del Brighton e ha scelto di farlo alla Bobo Tv.

Non è stata una scelta banale. Dal 2020, infatti, il programma di opinione condotto da quattro ex calciatori – Daniele Adani, Christian Vieri, Antonio Cassano e Nicola Ventola – si è mangiato il resto dei media italiani. Con una spontaneità comunicativa che a volte lambisce il naif, mentre altre si trasforma semplicemente in meme che invadono tutti i social, la Bobo Tv ha aperto le porte degli spogliatoi al pubblico italiano. È il format calcistico più seguito perché risponde a una domanda precisa. Alla Bobo Tv si parla di calcio come tutti gli italiani sognano di fare: tra amici, con un approccio indefinito tra analisi e goliardia, in cui uno può mangiare in diretta e un altro scegliere quale discorso seguire e ignorare.

Va anche detto, però, che la presenza di Daniele Adani, un sacerdote degli attacchi al "servilismo" della comunicazione sportiva italiana e contemporaneamente custode di una verità calcistica, "la ricerca del gioco", ha intriso la Bobo Tv di una vena controculturale. Insomma, nell'unico paese in cui ha preso piede la vuota distinzione tra giochisti e risultatisti, la Bobo Tv ha scelto da che parte stare. Non è un caso se, appena arrivato in studio, De Zerbi parla di Adani come «un amico, un fratello». Per tutta la durata dell'intervista De Zerbi stesso si è sentito protetto, a suo agio, in uno dei pochi contesti mediatici italiani che lo avrebbe fatto parlare di sé, della sua visione dello sport.

Roberto De Zerbi non sembra un filosofo e non ambisce a diventarlo. Quando parla del suo modo di intendere il gioco, di ciò che chiede ai suoi calciatori, lo fa senza retorica. Non è una cosa che può piacere a tutti. Il suo approccio fieramente nerd alle statistiche e l'orgoglio nel proporre uno stile di gioco che è anche una manifestazione estetica continueranno a polarizzare il dibattito sulla sua carriera. Eppure anche la sua nemesi più spietata non può non aver sentito la mancanza dell'originalità sprezzante di De Zerbi, della sua sicumera ma anche della sua passione infantile per il calcio.

Messi o Maradona?

Era la prima volta che avevamo l'occasione di sentire uno dei migliori allenatori emergenti, ma già dalla prima domanda la Bobo Tv ci ricorda che sarà una serata lunga. Antonio Cassano impugna il microfono come uno showman sbragato, e con un cenno di noia, come uno che ha già discusso centinaia di volte dell'argomento, chiede a De Zerbi chi preferisca tra Messi e Maradona. La risposta di De Zerbi non ha a che fare con il calcio. «Io Maradona l'ho stimato anche come persona» dice, sottolineando l'impatto sociale provocato da Maradona a Napoli e in Argentina. «Quando è morto Maradona, il giorno dopo ero nello spogliatoio a Sassuolo e ho parlato di lui per tre ore. Quello che mi ha dato Maradona, in campo e fuori, non me l'ha dato nessuno».

Vorrei potervi parlare di altre riflessioni sull'argomento, ma per scrivere questo pezzo mi sono dovuto subire già dieci minuti di cantilena cassanista sul perché Messi è il migliore calciatore della storia. «Uno che dice sempre la stessa cosa, può essere normale?» dice a un certo punto Vieri per percularlo. Abbiate pietà.

Filosofia e pragmatismo

La parte centrale dell'intervista è anche quella più interessante. Già negli anni in cui allenava il Sassuolo (2018-2021), De Zerbi aveva un approccio mediatico particolare. Nel giorno della sua prima conferenza neroverde, poche settimane dopo la retrocessione col Benevento, Sky gli chiese di commentare l'arrivo di Cristiano Ronaldo in Serie A. Lui risposte ironico: «Innanzitutto sono contento che Sarri sia andato al Chelsea, così non dovrò affrontare una sua squadra». È una boutade, che però ci spiega almeno in parte quanto De Zerbi viva il calcio come un sistema collettivista, utile per oltrepassare i limiti tecnici del singolo calciatore. Allo stesso tempo ci racconta quanto per De Zerbi valga il ruolo dell'allenatore, che incide sull'espressione estetica e valoriale della propria squadra fino a renderla più competitiva e quindi più vicina a vincere le partite.

De Zerbi inizia a parlare piuttosto rammaricato: «Percepisco tutt'ora di essere stimato più all'estero che in Italia. Non credo di essere stato antipatico, credo che non sapere faccia paura. E, visto che io facevo qualcosa che quelli che dovevano giudicarmi non sanno, avevano timore». Adani gli dà subito corda, parla della paura verso il «nuovo», che quando vale «butta giù le pareti». Non è un ragionamento infondato. Con internet, ormai lo sappiamo, il gap di competenza tra appassionati e giornalisti si è ridotto. Ai tifosi non basta più la fredda cronaca degli eventi e la comunicazione sportiva ha iniziato a fondarsi su due pilastri: l'analisi tattica e lo storytelling. Eppure è un processo che si sta affermando con difficoltà nel mainstream, e ancora oggi sentiamo spesso i giornali italiani parlare di calcio come se fossero imprigionati in un'altra dimensione temporale in cui esistono termini ideologici come costruzione dal basso, giochismo, ecc.

Ecco perché la critica di De Zerbi è anche culturale: «Tutta la stampa italiana mi descrive come un malato di calcio, un filosofo. Non hanno capito niente. Io sono appassionato di tattica, ma è un aspetto che non supera il 25%. Il resto riguarda la gestione». De Zerbi non rivendica giudizi benevoli sulla sua carriera o sul suo modo di allenare: il suo tono infuocato tradisce un risentimento più profondo. La mia sensazione è che De Zerbi non solo si senta più apprezzato in Inghilterra, ma che in Italia non si senta proprio capito. E non tanto perché proponga un gioco difficile – intendiamoci, il suo calcio è comunque piuttosto controintuitivo per i pattern ideologici con cui ragioniamo in Italia –, anzi, il discorso è quasi trascendentale. Riguarda il concetto di allenatore in sé. «A me fa divertire un talento. Su quello mi piace perdere tempo: mi piace migliorare il talento. Quelli che sono ingestibili di solito sono i più forti e, soprattutto, i più puri» ha detto De Zerbi.

Col passare dei minuti la giugulare di De Zerbi si gonfia sempre di più. «"Il possesso palla non serve" è una cazzata» dice a un certo punto. «Se io ho il 65% di possesso palla avrò più possibilità di calciare in porta. È chiaro che il possesso va letto in rapporto ai tiri». Quello del possesso palla è un topos così mediaticamente abusato da essere diventato una specie di divinità fantasma. Qualche mese fa Fabio Caressa ne aveva messo in discussione persino l'esistenza, indicando come «appena il pallone si stacca dal piede di un giocatore, non appartiene a nessuno». Come fa a incidere su una partita qualcosa che neanche esiste di per sé? Era un ragionamento fallace. Oggi sappiamo che il possesso palla si calcola in rapporto ai passaggi completati dalle due squadre che si stanno affrontando – quindi sì, il possesso è una statistica reale, che incide sulle partite di calcio – e non si può trascurare il fatto che quest'anno, ad esempio, le squadre campioni nei cinque maggiori campionati europei sono state anche quelle con le più alte percentuali di possesso palla.

Poi si passa all'altro luogo comune indicato come sciagura della modernità: «La costruzione dal basso non esiste. È giocare contro una squadra che ti pressa: stop» dice De Zerbi. «Io ho avuto come attaccanti Mudryk, Lacina Traoré, Djuricic, Boga...tutti giocatori tecnici, che volevano la palla tra i piedi, che non potevano mica andare a spizzare su una seconda palla». Questa attitudine al pragmatismo, a costruire un sistema che rispecchi le caratteristiche dei giocatori a disposizione, riprende quanto Andrea Codega aveva scritto sul Brighton di De Zerbi qualche mese fa su Sportellate, sottolineando l'assenza di pregiudizi estetici sull'analisi della squadra: «Quando pensiamo che un allenatore non stia facendo bene il proprio lavoro, dovremmo più concentrare la nostra analisi sul materiale che ha a disposizione e su come lo sta utilizzando, piuttosto che sulla filosofia del tecnico». 

Certo la Weltanschauung di De Zerbi è molto netta su altri particolari. Da quando è arrivato al Brighton, si è parlato molto dell'uso della suola da parte dei suoi difensori centrali, su tutti il capitano Lewis Dunk. Spesso i centrali di De Zerbi si fermano, appoggiano il piede sul pallone e attirano deliberatamente la pressione avversaria. È una scelta precisa, e in particolare l'uso di una parte del piede così originale fu spiegata da De Zerbi nel 2020, in un'intervista a Sportitalia: «A me la suola piace come gesto tecnico perché ti dà il comando totale di andare da entrambi i lati in qualsiasi momento, mentre col controllo d’interno a volte il pallone scappa. Non va però fatta con superficialità, mi arrabbio perché qualche giocatore pensa che giocare di suola sia solo estetica o un gesto fine a se stesso».

Anche per questo la visione di De Zerbi è speciale. Il suo valore estetico rimane sempre nei confini della funzionalità. A volte quest'attitudine iper offensiva può produrre tonfi inattesi – come la sconfitta interna del Brighton per 1-5 contro l'Everton peggiore degli ultimi anni –, eppure è difficile dire che con un altro allenatore giocatori come Dunk e Webster sarebbero stati così dominanti anche in impostazione.

De Zerbi vuole mettersi in mostra?

Per alcuni il fascino di De Zerbi verso un gioco posizionale e offensivo – basato su continui scambi di posizione per manipolare il pressing avversario – era la dimostrazione che le squadre allenate dall'ex Sassuolo mirassero alla spettacolarità più che ai risultati. Ogni volta che il suo Benevento o il suo Sassuolo, o più tardi il Brighton quest'anno, subivano una sconfitta pesante, questa veniva ricondotta alle idee di De Zerbi. Lui ha risposto: «Se vuoi mettere in dubbio la mia idea devi anche essere aperto a discuterne, non partire da un preconcetto. Allora parliamo e mi spieghi perché io vorrei mettermi in mostra. Il mio Foggia giocava come il Brighton oggi, come lo Shakhtar e il Sassuolo. A Benevento nel girone di ritorno facemmo 19 punti: arrivai contestato e all'ultima giornata siamo usciti tra gli applausi».

Si potrebbe obiettare che, in tutte le squadre che ha allenato finora, De Zerbi non ha mai ottenuto risultati eccezionali. Eccetto qualche piazzamento a metà classifica col Sassuolo, è stato esonerato a Palermo, è retrocesso col Benevento, ha subito un'eliminazione pesante in Champions con lo Shakhtar. Eppure sarebbe una narrazione parziale. Dovremmo concentrarci piuttosto sull'influenza che le sue squadre maturano nel campionato di riferimento. Guardiola ha esagerato a definire De Zerbi «uno degli allenatori più influenti degli ultimi 20 anni», ma è altrettanto vero che se l'Italia ha vinto l'Europeo nel 2021 lo ha fatto attraverso uno stile modulato dal suo Sassuolo, oltre che dal Napoli di Sarri.

A un tratto la chiacchierata alla Bobo Tv diventa l'occasione per mostrare al pubblico il manifesto del calcio di De Zerbi. Una filosofia incentrata su un'umanità viscerale – so che è banale, ma in fondo è così – e su una passione senza limiti. «Il calcio mi ha dato tutto nella vita, ma anche io gli ho restituito tutto me stesso: siamo pari» ha detto De Zerbi. «Sono andato via di casa a 15 anni. Oggi ne ho 43 e non ci sono ancora ritornato». È interessante sentirlo parlare dei due mesi passati senza allenare prima della chiamata del Brighton. Un periodo in cui «mi ero già rotto i coglioni». In questo senso, allenare per De Zerbi non è tanto un'ossessione, quanto una caratteristica profondamente legata all'espressione di sé.

Quando De Zerbi parla della sua carriera da calciatore lo fa come se ci stesse donando qualcosa di intimo. «Io ero uno complicato» ha detto «e della mia carriera da giocatore mi porto tutto, soprattutto nella gestione». «Il calcio che provo a fare rappresenta me stesso» è forse la frase più simbolica dell'intervista di De Zerbi, e soprattutto quella che fotografa meglio l'essenza del suo gioco etico. Ben oltre il 4-3-3 e le strategie per aggirare la pressione avversaria. Forse è anche questo che spiega il fascino, e dall'altro lato il rigetto, che una parte del pubblico italiano subisce nei confronti di De Zerbi. L'epigono di un calcio che contiene in sé un peso morale oltre che estetico. Per De Zerbi non c'è un modo giusto per vincere, ma c'è un modo giusto per giocare: «L'unica cosa che mi ha dato fastidio della partita contro il Manchester City è stata perdere il possesso» ha detto.

Il Brighton, la gioia

Negli otto mesi alla guida del Brighton, De Zerbi ha già affrontato due cessioni importanti. La prima, quella di Leandro Trossard, all'Arsenal in pieno gennaio aveva provocato l'affermazione di Mitoma in attacco, e nessuno gli aveva dato troppo peso. Adesso che Alexis Mac Allister, uno degli irrinunciabili di De Zerbi a centrocampo, è passato al Liverpool è diventato difficile capire se il club riuscirà a trattenere gli altri giocatori chiave dell'ultima stagione, come Mitoma appunto e Caicedo. Eppure quando parla del Brighton, De Zerbi sembra ancora entusiasta: «Non vedo l'ora di ricominciare».

A settembre aveva ereditato la squadra da Potter, e in poche settimane ha cambiato la mentalità del Brighton, rovesciando l'atteggiamento di una squadra che fino a quel momento era stata reattiva e verticale. Giocatori come Gross e Caicedo sembravano nati per giocare nel gioco di posizione di De Zerbi, anche se le loro prestazioni non avevano mai toccato i picchi di questa stagione. Le cose stavano andando così bene che De Zerbi ha detto alla Bobo Tv di aver parlato con i suoi giocatori di Champions League: «Lavorativamente ho vissuto un sogno, e avevo sempre paura che sarebbe finito».

«Quest'anno mi sono divertito da morire» ha detto De Zerbi. In due mesi, il Brighton ha battuto Manchester United, Chelsea e Arsenal; ha fermato sul pari il Manchester City, che qualche giorno dopo avrebbe vinto la Premier League. Ha perso la semifinale di FA Cup ai rigori contro il Manchester United. È arrivato sesto, a due punti dal Liverpool, e giocato un calcio così dominante da portare Pep Guardiola a definire De Zerbi, un po' esageratamente, «uno degli allenatori più influenti degli ultimi vent'anni».

Rimpianto Shakhtar

Quando si parla delle squadre che ha allenato e si cita lo Shakhtar, il volto di De Zerbi subisce un cambiamento violento. Si scurisce come quello di chi si ricorda di una storia finita male. A febbraio 2022, prima dell'inizio della guerra in Ucraina, lo Shakhtar era primo in classifica, e reduce dalla vittoria in Supercoppa contro la Dinamo Kiev. De Zerbi parla della squadra come di una ferita ancora aperta. In attacco soprattutto, dove non ha potuto continuare a lavorare su un roster eccezionale, a cui ripensa ancora oggi. In quella squadra c'erano, ad esempio, Mudryk e Neres, Tete e Lacina Traoré.

Manchester City - Inter, o come dovremmo parlare di calcio

Quando guardo la Bobo Tv non riesco a capire se c'è una scaletta o se le chiacchiere fluiscono davvero come se i quattro presentatori si incontrassero al pub per parlare del più e del meno. Alla fine si arriva a parlare della finale di Champions League, grazie anche all'ossessiva lamentela di Cassano per il gioco di Erling Haaland. Prima di passare all'analisi della finale da parte dell'unico allenatore in studio, però, vi consiglio di recuperare il dissing di Vieri a Cassano. L'ex attaccante dell'Inter esordisce con un sibillino: «tu non capisci niente dei centravanti, fenomeno del cazzo» che per pathos e aggressività mi ha fatto ripensare a quell'assurda conferenza di Euro 2004. Vabbè, sapete come funzionano queste cose, Cassano risponde che Haaland può segnare anche cento gol ma per lui non ha i piedi per giocare a calcio.

Tra un insulto e l'altro, De Zerbi inizia ad analizzare tatticamente la finale, che poi è quello che ci si aspetta da una trasmissione calcistica. È interessante non solo il modo in cui osserva la nuova posizione di John Stones, che negli ultimi mesi era stato trasformato da Guardiola in mediano e che in finale di Champions ha giocato addirittura da mezzala, ma anche il suo punto di vista sulle pressioni che non hanno funzionato. In particolare quella su Gundogan, su cui Darmian nel primo tempo – dice De Zerbi – avrebbe potuto alzarsi di più per recuperare la palla più in alto nel campo.

Infine, merita anche il discorso sulla difficoltà delle squadre che praticano il gioco di posizione, o che ambiscono a dominare la partita, contro le difese a cinque. Per De Zerbi una soluzione è esasperare la pressione alta, per recuperare il pallone in situazioni favorevoli e approfittare dell'asimmetria nel cambio da difesa a cinque a difesa a tre – quando l'avversario inizia a manovrare.

In Italia spesso si discute sul metodo migliore per allenare la tecnica dei giocatori nelle giovanili. Mi sembra che De Zerbi, il più nerd degli allenatori italiani, abbia dato una risposta – anche se la domanda era un'altra – piuttosto esaustiva: «Più ci sono gli spazi stretti e più devi giocare a un tocco». È interessante anche il concetto di ripetitività nell'allenamento, che può migliorare l'intesa tra i giocatori e il loro riconoscimento dello spazio, un pensiero che è alla base dei rondos della Masìa.

Bielsa e l'ennesima venerazione cringe

È la Bobo Tv, bellezza. No, sul serio, cos'abbiamo fatto di male per meritarci altri quindici minuti sull'umanità di Bielsa, le frasi dette da Milito sui suoi insegnamenti e il fatto che se lo chiami risponde a telefono?

Pep Guardiola sopra tutti

Anche qui il livello di cringe nell'aria si spreca. A partire dal lungo monologo di Adani sui critici di Guardiola che «spesso non sono neanche uomini, perché non argomentano». Anche qui la vena provocatoria di De Zerbi si libera: «Il Bayern Monaco, il Real Madrid, il Manchester United...non sono tutte squadre più forti del Manchester City? La grandezza di Guardiola è nelle 38 giornate, e infatti ha vinto cinque Premier su sei».

«I due giocatori top del Manchester City, per me, sono Gundogan e Bernardo Silva» aggiunge De Zerbi. Per quanto non sia d'accordo sull'esclusione di un centrocampista totale come De Bruyne dal ragionamento, è un'altra prospettiva originale. Come se per De Zerbi contasse innanzitutto l'intelligenza e la decisività, più che la tecnica in senso stretto.

EDIT: Se vi annoia sentire i discorsi autoreferenziali di Adani e le pippe mentali di Cassano su chi è più forte tra Bernardo Silva e David Silva, potete contare quante volte Nicola Ventola avvicina la bocca al microfono e prova a inserirsi nel discorso senza completare una frase.

Vincono i giocatori, non l'allenatore

Quella della vittoria è la prima accusa che una parte del giornalismo sportivo italiano mette di fronte agli allenatori giochisti. In Italia mediaticamente esistono gli allenatori che vincono e quelli che giocano bene, insomma, e anche se sono due categorie fittizie il discorso è reale. Gli scontri dialettici avuti da Massimiliano Allegri e Daniele Adani a Sky quattro e cinque anni fa hanno cristallizzato il discorso sportivo. Da un lato c'è la parte più conservatrice, quella che difende l'élitarismo di Allegri: «stai parlando con un allenatore che ha vinto sei scudetti, quindi stai zitto». Dall'altra si è creata una loggia di cuori puri, quelli che inseguono nel calcio un valore estetico, e che si sono fatti custodi della "verità".

A chiunque segua davvero questo sport è evidente che siano due facce ideologicamente opposte ma concettualmente simili. Due prospettive parziali, in cui – mi rendo conto possa sembrare democristiano da dire – non ha ragione nessuno. «Partire da "se hai vinto, puoi parlare; se non hai vinto, non puoi parlare" è sbagliato» ha detto De Zerbi. Saremmo quindi legittimati a pensare che De Zerbi si sia iscritto alla seconda categoria, quindi, che il suo percorso sia quello di un giochista. E invece trovo interessante la sua capacità di escludersi da questa dicotomia quando finisce a parlare dell'importanza dei giocatori. Frasi come «l'allenatore non determina il risultato», «se dici così togli importanza ai giocatori» potrebbe averle dette Massimiliano Allegri o persino José Mourinho.

«Ho avuto sempre la fortuna di avere giocatori di talento. A partire dal Foggia, dove avevo giocatori che hanno fatto di meno di quello che avrebbero potuto, giocatori che andavano stimolati, ma di talento» ha aggiunto. Da questo punto di vista, la costruzione del gioco di De Zerbi si avvicina molto a quello degli allenatori, cosiddetti, risultatisti. Ecco che la differenza inizia a svuotarsi di senso. La prima legge del calcio di De Zerbi riguarda il miglioramento dei giocatori, e anche per questo ormai è uno degli allenatori più cercati a livello internazionale. È un allenatore spigoloso, il cui scontro con personalità forti nello spogliatoio è quasi all'ordine del giorno. De Zerbi vive il calcio con un approccio profondamente umanistico, la sua visione è antropocentrica. Si fonda su un modello etico, spirituale. E allo stesso tempo è un approccio progettato per vincere. Come ha detto lui alla Bobo Tv: «Lo Shakthar ha vinto una Supercoppa non per merito di De Zerbi, il Brighton non è andato in Europa per merito di De Zerbi. Nel calcio il merito è dei giocatori». La performance artistica di un gioco così armonioso come contraltare a un insegnamento etico. Nessun allenatore vive il calcio in modo così originale.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

pencilcrossmenu