
Abbiamo un problema coi falli di mano
È sufficiente calciare la palla contro un avversario per sperare in un rigore?
Parto da una premessa: quando guardo una partita di calcio sostanzialmente ignoro la figura dell’arbitro e tutto quello che lo riguarda. Non conosco il nome di più di tre o quattro arbitri di Serie A, e per nessuno saprei collegare al nome un volto, né tantomeno uno stile di arbitraggio peculiare. Per questo rimango sempre sorpreso quando durante le partite il telecronista pronuncia frasi come “Questo è un arbitro che lascia molto giocare”, oppure “A quest’arbitro piace avere un grande dialogo con i giocatori”, come se conoscesse a menadito il particolare approccio con cui quell’arbitro si cimenta nell’attività di arbitrare, e sapesse distinguere lo stile di uno da quello dall’altro come se li avesse studiati a fondo e classificati virtualmente utilizzando un metodo di osservazione analitica simile a quello che si riserva ai calciatori: quel calciatore ama andare incontro alla palla, quell’altro è più abile a smarcarsi negli spazi, eccetera.
Per me, insomma, un arbitro è sostanzialmente intercambiabile con un altro, e tutti sono presenze assolutamente di contorno alla partita, presenze trasparenti e trascurabili. Un corollario di questa mia indifferenza nei confronti della figura del direttore di gara è che non faccio troppa attenzione agli episodi arbitrali, e quando mi capita di vedere una partita con qualche episodio arbitrale controverso evidente, comunque finisce che me ne dimentico presto. Tutto questo per dire che non avrei mai scritto questo pezzo se non fossero capitati quattro episodi controversi e concettualmente molto simili concentrati nelle ultime due settimane.
E di questi quattro episodi nello specifico vorrei parlare.
Hanno tutti una dinamica simile: un giocatore della squadra difendente tocca il pallone con la mano in area con un intervento più o meno goffo, a una distanza molto ristretta dal punto in cui l’attaccante ha calciato la palla, o comunque all’interno di una situazione così ambigua che rende difficile stabilire in maniera certa se esistono due presupposti essenziali perché un intervento di questo tipo venga punito con un rigore: l’intenzione di toccare il pallone con la mano e l’aumento del volume corporeo. Il fatto che uno dei quattro episodi non sia stato punito con il rigore indica l’impossibilità di valutare questi episodi in modo oggettivamente univoco, o univocamente oggettivo. Il fatto che due dei tre episodi puniti con il rigore siano stati puniti con il rigore dopo una on field rewiev suggerita dal VAR indica la difficoltà per l’occhio umano dell’arbitro di scannerizzare nella velocità frenetica del gioco tutte le informazioni necessarie per valutare la situazione. Il fatto che l’unico dei quattro episodi che non è scaturito in un rigore è quello che ha generato più polemiche indica che negli ultimi anni si è consolidata una tendenza a punirli con il rigore, questi tocchi di mano, e che la sensibilità dell’opinione pubblica si è ormai tarata su una certa intransigenza verso i tocchi di mano al punto da aspettarsi in automatico il rigore quando si verifichino determinate condizioni.
A questo punto vediamoli questi episodi, cominciando proprio da quest’ultimo, che poi è il primo in ordine temporale. Siviglia-Roma, 31 maggio, finale di Europa League. È l’episodio più discusso delle ultime settimane e immagino che sia quasi superfluo raccontarlo. Spinazzola manovra il pallone vicino alla bandierina sul lato sinistro del campo, scarica dietro per Matic che di prima butta dentro l’area un cross senza pretese di mancino, che sbatte contro l’avanbraccio sinistro di Fernardo posizionato un metro dentro l’area. L’arbitro Taylor non concede il rigore, e nemmeno viene invitato dal Var a rivedere l’azione, e in quel momento comincia a materializzarsi intorno a lui l’ostilità del tifo romanista che poi sfocerà nell’aggressione in aeroporto.
Quattro giorni dopo, nella finale di FA Cup tra Manchester City e Manchester United, alla mezz'ora di gioco viene fischiato un rigore a favore dello United dopo che l’arbitro aveva inizialmente lasciato correre prima di essere richiamato al monitor e lì cambiare la sua decisione. Bruno Fernandes aveva aperto verso destra con un pallone morbido, Wan Bissaka ha saltato di testa per rimettere il pallone verso il centro dell’area e Grealish lo ha toccato con la mano sinistra. Tra il colpo di testa di Wan Bissaka e la mano di Grealish c’è una distanza di, sì e no, cinquanta centimetri, ed è un dettaglio da immagazzinare per il momento perché tornerà utile più avanti.
Passano altri tre giorni e il 7 giugno c’è Fiorentina-West Ham, finale di Conference League. Al 57’ c’è un’azione che dall’inquadratura televisiva e a velocità normale si fa fatica a distinguere: e infatti l’arbitro che ha la visuale coperta da due corpi fa proseguire il gioco come se nulla fosse successo. Ci vogliono le immagini della moviola, che pure l’arbitro va a vedere dopo essere stato messo in allerta dal Var, per capire meglio. C’è una rimessa laterale di Coufal lunghissima, che ricade direttamente in area, Bowen si fa rimbalzare il pallone sul petto, e Biraghi che lo marca stretto da vicino sfiora il rimbalzo con le nocche della mano destra, la più vicina all'attaccante inglese. Anche in questo caso, tra il tocco di Bowen e quello con la mano di Biraghi passano una cinquantina di centimetri, forse qualcosa meno.
Prima di arrivare al quarto episodio, c’è già abbastanza materiale in questi primi tre casi per fare alcune considerazioni. Mi espongo senza troppi giri di parole: ritengo che la decisione più condivisibile delle tre sia stata quella dell’arbitro Taylor di non concedere il rigore alla Roma, proprio quella che più malcontento (e conseguenze importanti per l’arbitro) ha generato. Le ragioni per crederlo, a mio modo di vedere, si rintracciano nel regolamento stesso del gioco del calcio, “Regola 12 – Falli e Scorrettezze”. Regolamento – edizione 2022 – alla mano, questo afferma che «Non ogni contatto del pallone con una mano o un braccio di un calciatore costituisce un’infrazione», e che l’infrazione si verifica quando un calciatore «Tocca deliberatamente il pallone con le proprie mani / braccia, per esempio muovendo mani o braccia verso il pallone». Nel caso specifico del rigore-non rigore della Roma, è evidente che il movimento del braccio di Fernando non va affatto verso il pallone, al contrario: Fernando lo ruota all’indietro cercando disperatamente di sottrarlo al contatto con la sfera.
Ma c’è dell’altro: ciò che ha convinto i tifosi della Roma che quello era fallo è il fatto che il contatto tra la palla e il braccio è avvenuto in un punto lontano dal corpo di Fernando, e che quindi il rigore andava assegnato perché c’era stato aumento del volume del corpo. È questo uno dei principi più mitici e inafferrabili del regolamento. Dice infatti la Regola 12, come seconda condizione perché un tocco di mano o braccio sia considerabile infrazione: «[Se un calciatore] tocca il pallone con le proprie mani / braccia quando queste sono posizionate in modo innaturale aumentando lo spazio occupato dal corpo», e spiega poi nello specifico: «Si considera che un calciatore stia aumentando lo spazio occupato dal proprio corpo in modo innaturale quando la posizione delle sue mani / braccia non è conseguenza del movimento del corpo per quella specifica situazione o non è giustificabile da tale movimento».
È evidente che stiamo entrando in spazi grigi di difficile interpretazione. Credo che l’arbitro (e il Var) non abbia considerato il movimento del braccio di Fernando come un movimento che aumenta il volume del corpo, e credo che ha fatto bene: la rotazione del braccio non avviene dall’interno del corpo verso l’esterno, ma dal davanti all’indietro, finendo per non modificare per nulla la sua traiettoria d’impatto con la palla. In altre parole: il pallone calciato da Matic, considerando pure la curvatura a rientrare, si avvicina a Fernando frontalmente, e la sua traiettoria – probabilmente – non potrebbe mai sfuggire dall’impattare il braccio di Fernando, anche se questo fosse attaccato al corpo. La sagoma del pallone crea un cono d’ombra che si sovrappone già con la sagoma del braccio, e ruotando indietro il braccio Fernando ottiene solo di arretrare di qualche centimetro e ritardare di qualche frazione infinitesima di secondo un impatto col pallone inevitabile, che sarebbe avvenuto comunque e leggermente prima se avesse tenuto il braccio attaccato.
Non volevo essere così analitico e infatti torno subito su questioni più concettuali. Per esempio, negli episodi che riguardano Grealish e Biraghi l’arbitro ha punito evidentemente il movimento del braccio che va verso il pallone. Ma è un principio davvero accettabile in uno sport di situazioni dinamiche come il calcio? E come si fa a stabilire se pure quel movimento verso il pallone è un movimento «innaturale», come specifica il regolamento? Se è cioè un movimento che «Non è conseguenza del movimento del corpo per quella specifica situazione»? Biraghi in fondo sta correndo: come si fa a correre senza muovere le braccia in avanti e all’indietro, con un ritmo alternato e accordato a quello degli arti inferiori? E il tocco è punibile anche se avviene a distanza ravvicinata e il difendente non ha il tempo e lo spazio di reazione sufficienti per togliere il braccio di mezzo?
Quello della “distanza dal pallone” è un principio che in passato veniva preso in considerazione nella valutazione dei tocchi di mano. Poi non lo è stato più, poi forse è tornato in ballo, anche se in una forma rivista. La regola sui falli di mano d’altro canto è una di quelle che hanno subito più variazioni nel corso della storia del calcio. Senza andare troppo indietro nel tempo, solo negli ultimi quattro anni è stata cambiata due volte. L’11 luglio 2019 viene pubblicato un documento firmato dal Presidente federale Gravina che riporta accuratamente in due colonne parallele quali prescrizioni del vecchio testo sono abrogate e quali prendono il loro posto. Riguardo al fallo di mano vengono abrogati i seguenti criteri che fino a quel momento erano validi: «Il movimento della mano verso il pallone (non del pallone verso la mano); la distanza tra l’avversario e il pallone (pallone inaspettato); la posizione della mano non significa necessariamente che ci sia un’infrazione». Soprattutto l’eliminazione dell’ultimo criterio, diventa un’apripista per la punizione indiscriminata di tutti i tocchi di mano. Tra le nuove prescrizioni, infatti, viene introdotto il principio di volume occupato, e quello di movimento innaturale, che però finiscono per inchiodare i difensori ogni volta che toccano il pallone con le mani anche solo leggermente staccate dal corpo. Di fatto, nella stagione 2019/20 si tocca il record storico di rigori assegnati in un singolo campionato: 4,92 a giornata, contro i 3,68 del precedente record della stagione 1949/50.
C’è qualcosa che non va, e nel 2021 l’IFAB, l’organizzazione che delibera sul regolamento, fa un passo indietro. I criteri per l’assegnazione del rigore restano sostanzialmente gli stessi ma viene favorita la discrezionalità dell’arbitro. D’altra parte come si poteva pretendere che concetti volatili come la naturalezza o l’innaturalezza di un movimento fossero determinabili in modo oggettivo, assoluto?
“Oggettivo” è una parola attorno a cui ruota la maggior parte degli equivoci nati in tema di questioni arbitrali. La presenza stessa dell’arbitro sul campo da calcio è stata introdotta come un’espressione dell’oggettività; il Var è stato istituito per aiutare l’arbitro a prendere decisioni nel modo più oggettivo possibile. Si tratta però di un equivoco perché la realtà oggettiva, tanto più se declinata nel contesto di una partita di calcio, banalmente, non esiste. E l’introduzione del Var ha ampliato in maniera drammatica la forbice tra quanto più l’opinione collettiva ha cominciato a pretendere l’oggettività, illudendosi che non c'erano più scuse e che il nuovo strumento avrebbe finalmente permesso all’oggettività di trionfare, e quanto l’oggettività continuava dolorosamente a infischiarsene e sfuggire via.
Il motivo per cui le immagini del Var (ma più in generale della moviola) sono destinate a fallire nel loro proponimento disperato di rivelare l’oggettività assoluta, ha a che fare col Principio di indeterminazione o Principio di Heisenberg. È una teoria pubblicata nel 1927 che ha aperto le porte agli studi sulla meccanica quantistica, e che afferma un principio semplice: osservando una particella al microscopio non è possibile misurare contemporaneamente la posizione e la velocità della particella. Sarà forse una forzatura, ma mi sembra che il problema delle immagini del Var sia lo stesso: serve a poco che il fermo immagine sveli senza alcun dubbio il tocco della mano sul pallone (la posizione della particella), quando tutto il contesto resta invece oscuro: il movimento dei giocatori, la dinamica dell’azione (la velocità della particella). Come si fa a valutare se il movimento che ha portato al tocco è naturale, quando la camera lenta diluisce il fluire delle immagini facendo apparire i movimenti del tutto innaturali? Guardate l’episodio di Grealish a velocità normale e poi al rallentatore: se nel primo caso il movimento della mano appare tutto sommato coerente con il movimento del corpo («è conseguenza del movimento del corpo per quella specifica situazione», direbbe il regolamento, e infatti l’arbitro a velocità normale non ravvisa infrazione), al rallentatore il salto e la torsione di Grealish appaiono buffi, goffi, innaturali (l’arbitro concede il penalty).
A volte si ha l’impressione che i falli di mano puniti dal Var non siano puniti perché espressione di gioco scorretto, ma di gioco scoordinato. Come se il calcio in quei momenti si avvicinasse un po’ alla ginnastica, e richiedesse ai suoi atleti la compostezza armonica più assoluta dai loro movimenti, pena la punizione. Da qui la tendenza, anzi la costrizione, dei difensori a tenere le mani incrociate dietro la schiena in alcune situazioni. A volte sembra che la squadra arbitrale sia in campo non per esprimersi sugli interventi potenzialmente ingiusti, ma per ricercare imperfezioni stilistiche, come una giuria di una gara di ballo o di una competizione di ginnastica artistica o di una gara di tuffi. Non conta solo lanciarsi dal trampolino ed entrare in acqua nel modo più veloce di tutti: la giuria valuterà l’allineamento delle spalle, la quantità di schizzi prodotti. Se sono soltanto io a pensarla così non saprei dire, ma a volte mi sembra davvero che l’attenzione degli arbitri, specie sui tocchi di mano in area, sia meno diretta alla valutazione della dinamica dell’azione (il suo peso, il pericolo offensivo potenziale) e più allo sgamo dell’imperfezione formale.
Nel campionato 2019/20 questa attenzione morbosa alla compostezza dei movimenti ha raggiunto il parossismo. Ricordo un Juventus-Atalanta 2-2 in cui la Juventus ha pareggiato al 90’ con un rigore raccapricciante. Su un calcio d’angolo per la Juve Gollini allontana coi pugni, si alza un campanile diretto verso il vertice dell’area, su cui si avventano Higuain e Muriel. Higuain ci arriva leggermente prima e, prima che la palla tocchi terra – bisogna tenere presente che Higuain dà le spalle alla porta da attaccare – la tocca verso Douglas Costa che è fuori dall’area. La palla sbatte contro la mano di Muriel e l’arbitro dà rigore. Ecco l’assurdità: è stato concesso un rigore per un tocco di mano su una palla calciata fortissima e da un punto vicinissimo al corpo di Muriel (che quindi non se l’aspettava e non poteva ritrarre il braccio); una che è andata lei verso la mano di Muriel e non viceversa; e che, soprattutto, stava uscendo fuori dall’area. Qual è il senso di assegnare la massima punizione su una situazione che aveva una pericolosità offensiva del tutto nulla?
Da allora qualcosa è cambiato, ed episodi così estremi probabilmente oggi non verrebbero sanzionati (l’ultimo campionato è stato quello con meno rigori assegnati a partita dalla stagione 1987/88), ma va detto che alcuni residui di grottesco nei criteri di valutazione dei falli di mano sono rimasti. Qualcosa che fa pensare che all’attaccante basterebbe calciare il pallone più forte che può mirando alla mano dell’avversario per prendersi un rigore.
E qui veniamo al quarto episodio di cui voglio parlare, accaduto appena ieri, durante Spagna-Italia valida per la semifinale di Nations League 2023. C’è Jorginho che scodella in verticale per Zaniolo, quello si coordina per calciare al volo, da dentro l’area, ma il tiro che nelle sue intenzioni doveva partire dall’esterno del piede e girare verso il palo lontano gli parte invece dritto, e va a sbattere contro il braccio di Le Normand. Le Normand abbassa il capo sconsolato, nemmeno protesta, sa che su di lui si abbatterà inevitabile la scure della polizia della compostezza. Arriva il replay da una posizione laterale e rivela tutta l’assurdità di un rigore così: Zaniolo tira deliberatamente in porta, ma il suo tiro onestamente sembra non avere nessuna intenzione di girare verso il secondo palo ed è così potente e dritto che potrebbe persino finire in fallo laterale.
Anche mettendo da parte che: 1) Le Normand è molto vicino; 2) la pallonata è così forte che Le Normand non ha il tempo di ritrarre la mano; 3) il tiro di Zaniolo è sbagliato e prende di sorpresa Le Normand, che non si aspetta certo che il pallone prenda quella traiettoria; anche mettendo da parte tutte queste attenuanti, è davvero sufficiente che un tiro diretto verso il fallo laterale incontri fortuitamente il braccio scomposto di un difensore per generare un rigore? È giusto che un’azione offensiva di nessuna pericolosità per la porta avversaria riceva il premio di un rigore a causa di un contatto così aleatorio? Qual è il senso del rigore? Non dovrebbe essere quello di riscattare un’azione offensiva pericolosa che è stata interrotta irregolarmente a ridosso della porta?
A maggio 2022 il presidente dell’Uefa Ceferin ha espresso i suoi dubbi su questa piega di intransigenza (e irragionevolezza) che ha preso la valutazione dei falli di mano. Soprattutto, ha riferito quello che gli disse Luis Figo una volta: «Mi ha detto che, se queste regole ci fossero state quando giocava, lui poteva calciare la palla sulla mano dell’avversario dato che sapeva come farlo».
Credo che questo sollevato da Figo è l’aspetto più interessante della questione. Allo stato attuale del regolamento, in cui non conta nemmeno più se è il pallone ad andare verso la mano o la mano ad andare verso il pallone, cosa impedisce agli attaccanti di provare a calciare verso gli avversari, anche a caso, nella speranza di raccattare nella spazzatura dell’azione un rigore fresco e in omaggio? Come capire se il tiro di Zaniolo – così assurdo nella sua meccanica – davanti a Le Normand non sia stato spagliato apposta? In fondo anche il traversone di Matic contro il Siviglia era stato buttato in area apparentemente senza aspettative: un cross partito come un riflesso involontario, una giocata burocratica e probabilmente sbagliata nell’esecuzione, dato che il cross parte troppo basso per essere giocabile da qualsiasi giocatore della Roma, e che sembra oltretutto dirigersi verso un imbuto di giocatori del Siviglia. Ancora una volta una giocata con zero pericolosità offensiva che per poco non si trasforma in un rigore – la situazione invece con più pericolosità offensiva.
Cosa impedisce che giocate di questo tipo, sbagliate apposta o comunque eseguite con poche aspettative, vengano usate come armi tattiche? Una decina di anni fa la scuola tattica più radicale della Bundesliga guidata da Roger Schmidt aveva creato un gioco basato sui lanci lunghi sbagliati apposta, o calciati volutamente contro gli avversari, in modo da creare seconde palle da attaccare freneticamente e da cui innescare transizioni letali. Chissà, magari potrebbe presto nascere (o sta già nascendo, o è già nata) una scuola tattica in cui i giocatori nei pressi dell’area calciano a caso contro il corpo dei difensori per guadagnarsi un calcio di rigore. Il calcio come un'enorme partita di palla avvelenata.
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