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Considerazioni sparse sulla 3a stagione di "The Mandalorian"


La terza stagione di Mandalorian prende una strada chiara e definita, ci porta ad ampliare la nostra visione sui Mandaloriani e su tutto quello che abbiamo conosciuto negli episodi precedenti, con diversi colpi di scena lungo il cammino. E queste considerazioni sono scritte, come insegna il credo, senza spoiler. Perché This is the Way.


- Star Wars: l’Ascesa di Skywalker, quindi l’ultimo e nono film della celebre saga stellare, è uscito nel 2019. Appena un mese prima dell’uscita del film è stata rilasciata, leggermente più in sordina (insert sarcasm here), la prima stagione di Mandalorian;

- Nell’arco di un paio di settimane la serie era già diventata un must see per tutti i fan e non, perché era un capolavoro già all’epoca e perché il mondo intero sembrava aver conosciuto l’unica cosa in grado di contrastare l’inarrestabile avanzata dei video di gatti online: Grogu. Quel preciso momento storico, sono pochi a rendersene conto, ha segnato un crocevia fondamentale per tutto l’universo di Star Wars. Mandalorian era serie riuscita, spin-off solido e di qualità, in cui vibrava una forte componente di ricerca e sperimentazione pronta ad alimentare la ben più vorace saga principale dei film. Oggi, giunti alla terza stagione, Mando e Grogu cazzeggiano in giro per lo spazio e ci fanno molto tranquillamente vedere che il futuro di Star Wars è questo. L’ultima trilogia dei film non ha riscosso grande successo, con diverse criticità e una cattiva gestione dei problemi che tutti sapevano si sarebbero presentati nel riesumare la serie, Mandalorian invece no. Grazie anche al purtroppo sempre poco celebrato Jon Favreau, per cui gli aggettivi superlativi nel riconoscere la sua importanza nell’attuale mondo dei cinecomic non vanno mai sprecati, la serie raggiunge la perfetta sublimazione di tutte quelle tematiche e vulnerabilità che incontra Star Wars nel nostro attuale periodo storico. Anche nelle piccole crepe che mostra lungo la produzione, Mandalorian risponde con consapevolezza e tiene sotto controllo ogni aspetto delle situazioni, con begli escamotage e soluzioni creative. Ne risulta una serie a tratti quasi teatrale, perfettamente scandita, appagante per i novizi ed ESTREMAMENTE appagante per i fan. E se qualcuno vi dice che all’ultima puntata non è saltato in piedi sul divano con sciarpe e bandiere raffiguranti Grogu intonando cori da stadio, non fidatevi, o vi sta raccontando un mare di balle o semplicemente non ha visto Mandalorian;

- Uno dei grandi improvement che porta questa terza stagione è la riscoperta dell’imponente orchestra corale ad accompagnare il girato. In un mare di effetti sonori che a volte ci fanno un pochino scricchiolare le orecchie, per qualche leggera imprecisione un po’ troppo artigianale, il giovane Ludwig Göransson questa volta ha trovato l’impugnatura perfetta delle redini musicali mandaloriane. Per rendersi conto di come il lavoro sia incrementato basta andare su Spotify e cercare il nome di cui sopra coi due puntini sulle O, aprire gli album e selezionare quelli dedicati alle stagioni di Mandalorian. L’ultimo, ovviamente, è quello più corposo e articolato (ndr: attenti, sono separati in più volumi). Orchestra che all’epoca era diretta dall’eterno John Williams, orchestra che ha sempre rappresentato un cardine in Beskar (EHEH) di tutta la produzione firmata George Lucas, e che nelle ultime uscite si era un po’ persa. Il gargantuesco budget di produzione si assesta anche qui e si assesta sicuramente bene. Poi se vogliamo si potrebbe parlare della ricercatezza di tutto il comparto musicale ma questo è materiale per ben altre considerazioni;

- Il ritmo della narrazione è sì scandito nel tempo, perché quello che succede è mostrato sempre in modo chiaro e facilmente assimilabile anche per chi non mastica spade laser con facilità, ma le puntate sono composte di tanti avvenimenti che alla fine ci si ritrova in un’escalation quasi frenetica di momenti clou. Una scelta che io personalmente ho condiviso in quanto rimane più aria tra una puntata e l’altra lasciandoci il tempo di godere del panorama di Star Wars, e che secondo me funziona pure bene in tutto il macchinario narrativo. Ogni puntata si conclude su sé stessa e, in modo molto apprezzato, evita quei sotterfugi da serie di bassa lega che ti lasciano sul finale con un grande punto di domanda per costringerti ad andare avanti. Una scelta stilistica (estremamente elegante che si mantiene nelle puntate, anche nell’ultima, nonostante le durate sempre variabili tra i diversi episodi. In questa stagione infatti assistiamo a puntate più frammentate dal punto di vista della durata, andando dai canonici 30 minuti fino ai 56 minuti del Capitolo 19, per dare più libertà di narrazione alle singole puntate ed essere sempre sicuri che ogni capitolo si concluda su sé stesso. Altro passo in avanti fatto in questa stagione è sicuramente il carico, passatemi il termine, culturale degli episodi. È importante capire che questi episodi, a differenza dei precedenti, hanno in testa l’obiettivo di completare il puzzle dei diversi personaggi presenti e di aiutarci a comprendere meglio il loro passato;

- Come detto prima, questa stagione ci serve per ampliare la nostra conoscenza dei personaggi e del loro passato, e a costruire figure più solide e indipendenti. Una delle critiche che si poteva rivolgere alle vecchie stagioni di Mandalorian era che, appunto, i personaggi erano un po’ vuoti, un po’ leggeri. Una dinamica quasi prevedibile e normale visto che ogni stagione si basa su 8 episodi di durata ristretta. Ma appunto, Mandalorian era nato quasi come un esperimento, un laboratorio in cui testare tutte le armi che poi speriamo fortemente vadano a rifornire l’arsenale dei film di Star Wars. La situazione attuale è che oggi il laboratorio è enormemente più avanzato delle controparti cinematografiche, ha una consapevolezza delle proprie capacità solida come le armature dei mandaloriani e, sicuro dei suoi mezzi, inizia a mettere giù i primi tasselli di un grande futuro. Anche per questo motivo ne è stato confermato un film ufficiale: è ora di passare alle maniere forti. This is the way.

  • Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

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