
La Fiorentina si è scontrata con i propri limiti
Vincenzo Italiano ha fatto un grande lavoro, ma da questo gruppo non poteva trarre di più.
Quella della Fiorentina è una stagione difficile da analizzare, perché è stata talmente lunga ed estenuante da racchiudere tanti e più momenti completamente differenti. Un avvio tragico, un prosieguo in crescendo, un finale amarissimo e un'annata che stringendo si riduce a due trofei persi e un potenziale ripescaggio in Conference League per la prossima stagione.
In questo contesto è complicato dare un giudizio netto sull'operato di Vincenzo Italiano, nonché sul valore effettivo suo e del suo gruppo. Forse la parola "immaturità" è quella che meglio sintetizza la situazione, tanto per un tecnico che cinque anni fa allenava l'Arzignano, quanto per una squadra che era tornata dopo un lungo digiuno in Europa ed era reduce, prima dell'arrivo di Italiano, da tre meste salvezze.
Tuttavia nella narrazione sulla Fiorentina c'è un quesito che si ripropone, e spesso e volentieri finisce come arma non convenzionale nel tritacarne dello sterile dibattito tra giochisti e risultatisti. Ovvero quanto merito ci sia di Italiano se questa squadra, a secco di titoli da un ventennio, abbia raggiunto le due finali di Coppa Italia e Conference League. E quanta colpa abbia l'ex allenatore dello Spezia per averle perse, magari entrambe a causa del suo integralismo.

Su questo terrificante dilemma, la prima considerazione da fare è che al solito è sbagliato, per quanto comprensibile sul piano istintivo, limitare il giudizio su un allenatore a due partite secche. Come lo è farlo rispetto alla squadra, anche se è difficile che non rimanga negli annali questa Fiorentina 2022-2023, capace di perdere due trofei in quindici giorni. Ma l'episodicità di gare come le finali di calcio è qualcosa di enorme, quasi impossibile da ricondurre sotto il pieno controllo di un tecnico, per quanto bravo. Persino un insidioso incantatore di serpenti come Mourinho, dopo cinque finali europee vinte, alla fine non c'è riuscito.
Ad analizzare le partite contro Inter e West Ham, culmine della stagione viola, la più brillante prova con i nerazzurri è quella che mostra meglio i pregi offensivi ma anche i difetti congeniti di organizzazione difensiva della Fiorentina, oltre a alcuni limiti dell'allenatore nella lettura del momento-gara. Mentre di contro quella contro gli inglesi rimane una prestazione in generale opaca e sterile sul piano delle occasioni, condizionata a sfavore da errori più squisitamente tecnici dei singoli. Insomma, a render l'idea di quanto sia riduttivo cercare correlazioni immediate, i rischi del presunto estremismo tattico di Italiano si sono palesati più nella gara meglio interpretata dalla sua squadra (contro un avversario nettamente più forte), mentre contro i londinesi si sono riviste alcune difficoltà offensive che hanno perseguitato la Fiorentina per tutto il 2022, e che in parte sono dipese da un approccio alla gara più conservativo.
Si sapeva, ed era scontato, che i giudizi sulla Fiorentina sarebbero passati dalle forche caudine di queste due singole gare. Sia per il peso, emotivo e storico, che queste avevano per i suoi tifosi, con l'ultima finale europea giocata (e persa) nel 1990 e l'ultima vittoria in Coppa Italia datata 2001, seguita dalla sconfitta contro il Napoli in quella tonnara di Roma nel 2014. Sia perché il percorso stagionale della Viola in campionato è stato compromesso fin da subito, mentre ben più roseo era stato l'andamento nelle coppe, e proprio lì si erano concentrate ambizioni e aspirazioni dei gigliati. Solo le coppe hanno animato e reso significativa una stagione altrimenti relegata (nonostante il buon girone di ritorno) a un insoddisfacente ottavo posto, figlio sì delle energie spese nei doppi impegni, ma anche dell'iniziale mancanza di equilibri e amalgama, e alla tragica mancanza di tempo per elaborare rimedi duraturi.
Quando si parla delle coppe della Fiorentina, dove più che mai chi non vince è solo il primo degli sconfitti, va detto per onestà intellettuale che la squadra di Italiano si è confrontata sempre con avversari qualitativamente inferiori prima delle finali, fatta eccezione per l'exploit contro il sottovalutato Braga. Un dato semplice, che non vale tanto come un demerito della Fiorentina - quanto piuttosto di altre squadre precocemente eliminate da Coppa Italia e Conference - ma che va comunque considerato rispetto ai percorsi compiuti dai viola in entrambe le competizioni. Le finali suonavano anche come prove di maturità per la Fiorentina, e in misura e modi diversi entrambe sono state fallite.
Annoiati tutti con questa lunghissima premessa, va detto che il percorso biennale compiuto da Vincenzo Italiano a Firenze non dev'essere né normalizzato né banalizzato. Guardando la formazione schierata contro il West Ham, 6/11 degli uomini inizialmente scelti erano reduci dalla salvezza alla terzultima giornata del maggio 2021 (tra cui Terracciano come portiere di riserva). I giocatori in questione sono poi diventati sette con l'ingresso di Igor (al posto di Ranieri, all'epoca in B alla Spal). Qualcuno era reduce anche dalla salvezza della stagione precedente, qualcun altro c'era anche nel 2019. Italiano, partendo da questo contesto depresso prima ancora che modesto, ha fatto un lavoro sistemico sui principi, ribaltando paure e insicurezze a livello di singoli e in parte anche di ambiente.
Ma sembra sempre esserci una discrasia di fondo tra Italiano e la Fiorentina, e in questa fessura si insinuano tutti i ragionamenti, più o meno fondati, sulla rigidità di approccio dell'allenatore di Karlsruhe, il quale soprattutto nell'ultimo anno ha avuto problemi più o meno seri di inserimento dei nuovi acquisti (vedasi Barak, di fatto "chiuso" da un Bonaventura riconfermatosi imprescindibile nel ruolo). Italiano è un allenatore dall'idea di gioco estremamente definita e ha passato gran parte della stagione 2022-2023 a cercare di farla collimare con le individualità di una rosa ampia ma priva di giocatori-riferimento, costellata invece di elementi "sistemici" provenienti da contesti più disparati. Un altro esempio su tutti: Ikoné, giocatore iperdiretto, propenso alle ripartenze e alla ricerca degli 1vs1, è stato complicato da armonizzare alla squadra dal punto di vista tattico, con la necessità di compensazioni tarate con il bilancino e risultati non sempre efficaci.
Quest'anno, nel suo classico turbinio di turnazioni, Italiano ha quasi da subito riscontrato come i suoi tasselli non fossero veramente interscambiabili. Ha dovuto quindi trovare soluzioni differenti di volta in volta, mantenendo come punti fermi le idee di fondo della propensione al controllo della palla e al pressing offensivo. La ricerca degli equilibri è stata complessa e questi si sono rivelati spesso delicati, per una squadra fragile sul piano emotivo (seppur capace di grandi reazioni) e soprattutto caratterizzata dalla poca capacità di leggere i momenti della partita. Problema forse imputabile all'allenatore e al suo approccio cognitivo, ma per il quale non può essere non considerato il livello dell'organico, dove forse il solo Bonaventura è emerso come punto fermo per leadership e capacità di interpretazione della partita.
In generale Italiano ha dato l'impressione di dar comunque sempre priorità assoluta alle fasi di sviluppo in avanti e all'idea di "mettere le tende nella metà campo avversaria", lasciando in secondo piano le questioni di ordine difensivo. Questioni che non stavano tanto nei famosi "rischi calcolati", ovvero gli ampi spazi alle spalle che la Fiorentina concedeva e il rischio di imbucate sui palloni scoperti, quanto nell'incapacità strutturale di qualsiasi componente della linea arretrata di assorbire con efficacia tagli e imbucate.
Una qualsiasi palla scoperta è sempre stata fonte di panico per i viola (peraltro privi di un portiere particolarmente dotato sul piano tecnico e della reattività), e mai si è riusciti a prendere stabili contromisure che facessero convivere la pressione in avanti con la copertura della difesa. L'esuberanza fisica di Amrabat e la soluzione di affiancargli spesso Mandragora in veste di mezzala più conservativa hanno aiutato i viola, ma è rimasto sempre il problema di una scarsa capacità di lettura senza palla a tagliare le linee di passaggio più pericolose (fattore l'anno passato compensato con il superlavoro affidato a Torreira, abilissimo nei recuperi di posizione a protezione della linea difensiva).
Poi su Italiano in particolare sono, a mio avviso, fin troppo severe le note sull'operato nella gara secca, specie sull'interpretazione delle due finali. O quantomeno sono critiche che tendono a finire spesso fuori bersaglio. La gara contro il West Ham ha in particolare fatto alzare un grido sull'atteggiamento sconsiderato della Fiorentina, che denoterebbe "poca umiltà" da parte dell'allenatore. L'esempio lampante sarebbe la difesa troppo alta in occasione del gol-partita al 90esimo, da rinvio del portiere viola. In realtà la risalita della linea sulla rimessa da fondo è stata l'unica cosa scolasticamente corretta di Biraghi e compagni in quell'occasione e il gol è figlio di un doppio errore tecnico di due componenti della linea - posturale di Igor che ritarda la scappata, di lettura di Biraghi che tenta un disperato contromovimento per il fuorigioco tagliandosi fuori - su una seconda palla lasciata colpevolmente scoperta da Mandragora.
Una situazione che rientra più nella casualità, forse prevenibile tenendo Amrabat bloccato davanti alla linea piuttosto che lasciarlo andare a contendere in avanti il pallone. Ma più banalmente, sarebbe bastato un errore individuale in meno, o anche una semplice rimessa corta, o lunga ma più diretta verso la linea del fallo laterale, da parte di Terracciano. Oppure, per farla ancora più semplice, che pochi minuti prima il piattone aperto di Mandragora avesse centrato lo specchio.
A ben riguardare, sono più rischiose - e tacciabili di fondamentalismo - le situazioni concesse (con il risultato a favore) contro l'Inter. La ripetitività di determinati errori di lettura difensiva potrebbe far pensare a una debolezza sistemica della fase, eppure a ben vedere emergono sempre situazioni condizionate da errori tanto grossolani quanto squisitamente individuali. Forse più che a esser sopravvalutata l'impostazione tattica di Italiano, lo sono le qualità dei singoli componenti della linea arretrata, quasi sempre capaci di esaltarsi orientati sull'uomo avversario, alla ricerca dell'anticipo e dei duelli (cosa che Italiano richiede), eppure quasi mai precisi in situazioni dove bisogna difendere di reparto e si gioca girati verso la propria porta. Un'imprecisione e un elemento di sofferenza che va al di là dei rischi che si prende la Fiorentina nelle fasi di palla contesa. Un problema che caratterizzava la Viola, seppur in maniera meno vistosa, anche nell'era Iachini, dove "blocco basso" e "densità" erano le parole chiave.
Ma detto questo si può ammettere come la poca incisività nelle decisioni dalla panchina è stato finora uno dei limiti maggiori di Italiano, talvolta finito al limite dell'overthinking negli interventi a gara in corso. Sia nelle scelte con i cambi, sia nella capacità di tenere il filo nervoso della partita. La visceralità di Italiano a bordocampo ha sicuramente avuto in più momenti il merito di riattivare una squadra che tende a confondersi quando i piani non funzionano, ma al tempo stesso può esser stato un fattore che non ha aiutato i suoi ragazzi a "congelare" le situazioni dove serviva gestire e rifiatare. Alla fine, si è riproposto il solito vecchio problema dell'incapacità della Fiorentina di alzare o abbassare il piede sull'acceleratore a seconda delle circostanze.
La questione centrale della Fiorentina di Italiano rimane proprio questa. L'allenatore in due anni ha cucito un vestito cercando di ritagliarlo più e più volte per farlo cadere a pennello su un modello non propriamente prestante. Il ritorno alla competitività su alti livelli dei gigliati passa in maniera indissolubile dal loro allenatore, senza il quale è difficile ipotizzare come i viola potessero in due anni risalire così la china con un organico probabilmente in debito rispetto al mister, per come ne ha valorizzato certe peculiarità. Capitan Biraghi è forse la summa di questo lavoro e al tempo stesso il suo limite maggiore: il giocatore è passato da essere, oltre che figura di riferimento di uno spogliatoio, anche uno dei terzini sinistri più performanti della Serie A dopo anni e anni di evidenti carenze tecniche e caratteriali. Tuttavia il dono alchemico di trasformare il piombo in oro non rientra nelle qualità di Italiano e, sempre al netto dell'episodicità delle finali, proprio in queste sono riemersi con perfida prepotenza i limiti tecnici di fondo di un gruppo che forse non poteva davvero fare più di così.
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