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, 2 Giugno 2023

L'eterno viaggio di Tedua


Dopo tre anni di silenzio, Tedua è tornato sulla scena con La Divina Commedia.

«Per fare un rapper degno ci vogliono le radici nel cemento»
Tedua, Diluvio a luglio

Sono passati tre anni dal primo annuncio del nuovo album di Tedua: era il 1 gennaio e 2020 Freestyle doveva essere solo il preludio a La Divina Commedia, la cui uscita è stata rimandata fino a oggi. Il Covid era ancora un pensiero remoto per la società occidentale, Diodato non aveva ancora vinto Sanremo, Messi era il capitano del Barcellona. In quel breve teaser del progetto Tedua aveva «rimesso insieme pezzi distrutti» della sua storia, e soprattutto aveva rivendicato un ruolo nuovo per la scena hip hop italiana. Un ruolo di guida spirituale, cioè, carismatica e misteriosa. Quante cose sono cambiate in questi tre anni? Di certo non è morto l'hype per Tedua, come lui stesso dice nell'Intro. La lunga attesa ha finito per caricare ulteriormente le aspettative del pubblico, e anche per questo potreste sentire pareri estremi su La Divina Commedia.

L'ostinazione di Tedua per il citazionismo a una delle opere più significative nella storia della letteratura ha ingannato la nostra attenzione in questi anni. Lo abbiamo visto sulla copertina di Vita vera mixtape, nell'estate del 2020, ritratto come Dante di fronte alla selva oscura nelle illustrazioni di Doré. Poi è passato il tempo, e senza che ce ne accorgessimo gli anni. Il disco continuava a essere rimandato e alla fine abbiamo ritrovato Tedua salutare tutti i suoi compagni di viaggio – musicali e non – per scendere in solitudine nell'inferno nel videoclip di Lo-Fi for U.

"È un viaggio verso la consapevolezza che è il metro di misura della coscienza /
Nell’apparenza stavo perdendo la mia essenza /
Il diavolo mi lascia un filo d’aria, poi taglia il filo di Arianna /
Nel labirinto del Minotauro che mi ingabbia"

(Tedua, Intro La Divina Commedia)

Chi si aspettava un concept album è rimasto deluso. La prima canzone effettiva dell'album, Paradiso Artificiale, vede spiccare i featuring dei nuovi arrivati sulla scena: Kid Yugi e BabyGang. I parallelismi con la visione dantesca forse sono già finiti, la narrazione diventa cupa e materialista: nelle strofe di Yugi e Tedua, Milano è una citta buia, malata di solitudine e giri loschi («Tipe a bordo nel Rover, venti al polso e un Rolex / ma non dice l'ora della morte»). La struttura dell'opera in effetti richiama La Divina Commedia come percorso di espiazione dei propri peccati, ma quello di Tedua è innanzitutto un viaggio personale nella redenzione. Alla fine di Outro Purgatorio dirà di essere cresciuto come persona, in una barra un po' megalomane in cui si paragona al figlio di Dio.

Oggi è più chiaro quello che Tedua intendeva nel 2020. E non solo perché in quest'album rappa contro gli stereotipi più materialisti del genere («Non sono il King / sono il capo della ribellione»): mi sembra che ci sia qualcosa di essenziale in questo nuovo Tedua. La sua drill, quel rap «fine a se stesso» – come lo aveva definito parlando dell'uscita di Vita vera – è ancora lì, intatto davanti a noi. I riferimenti a Orange County e Mowgli si susseguono con irrequietezza durante tutto l'arco narrativo. La Divina Commedia è il racconto della perdizione, di un cammino umano-esistenziale attraverso l'inferno («Voglio essere un esempio anche per te / ma in quegli anni con il COVID stavo fuori di me») ma è soprattutto la chiusura di un cerchio, il momento in cui la seduta di psicanalisi finisce e riemerge il contatto con la realtà.

"Spero che il cinema italiano torni al successo degli albori /
E che i rapper facciano gli scrittori /
L'arte nata in strada non ha spazio (Yo) /
Io con i wannabe mi ci sciacquo i coglioni"

(Tedua, Scala di Milano feat. Guè)

Nelle strofe lavorate per anni, Tedua lascia fluire il suo punto di vista sull'amore – come in Soffierà, un pezzo malinconico che potrebbe essere uscito da Mowgli –, sulla vita e soprattutto sul rap. In particolare c'è la canzone con Marracash, Diluvio a luglio, in cui Tedua spiega la sua visione artistica e creativa («Questa musica mi ha scelto come Morpheus con il prescelto») in un'allegoria molto fine dove compaiono gli elementi della natura, i sogni, o meglio gli incubi, da poter «vendere a Sorrentino» e i fantasmi di Dickens. Il disco è prodotto da Chris Nolan e Shune, e in effetti è evidente il filo rosso con i primi lavori di Tedua. Canzoni come Red Light o la più pop Malamente continuano a ripercorrere i suoi punti di forza, basandosi su un flow ancora "strano" per la scena rap, un tempo che non è mai sincrono – Tedua continua a non andare sui 4/4 in quasi tutte le canzoni – e un flusso di coscienza che potrebbe non finire mai.

Non è un album di sole luci, però. Prima dell'uscita dell'album Tedua aveva detto: «Mi limito a contrastare indirettamente il fenomeno del rap superficiale. Per arrivare a impersonare questo ruolo, sono dovuto stare due anni fermo». È vero, Tedua rimane uno dei pochi alfieri del rap italiano contro l'arroganza e la superficialità insiti nel genere, ma allo stesso tempo La Divina Commedia non riesce a elevarsi del tutto. I featuring sono molti, forse troppi, sicuramente banali. In ogni disco rap del 2023 troverete l'hit con il ritornello di Lazza, la strofa asettica di Sfera o il ritornello truce di Geolier. Se la ricerca di un tema intimo, la descrizione di un inferno personale da cui è appena uscito, danno ragione al silenzio di Tedua in tutti questi anni, dall'altro lato non possiamo trascurare l'accondiscendenza a queste regole di mercato.

È curioso che la canzone più riuscita del disco sia un altro freestyle: Bagagli. Come se tutta l'attesa e il continuo lavoro sui testi lo avesse sfiancato, togliendogli un po' di verve espressiva, Tedua brilla nell'improvvisazione. Racconta del suo travaglio interiore, si lascia andare a una nostalgia contagiosa verso l'inizio della sua carriera, l'adolescenza passata a Genova. Forse è qui che La Divina Commedia raggiunge la sua vetta letteraria, nel racconto dell'evoluzione umana e musicale di Mario prima che di Tedua. «Ho ancora quel fuoco e sono pronto a darvi il meglio» rappa mentre si rivolge al suo pubblico.

Nel buio della mente poi sono riuscito a splendere /
In un mare di lava incandescente poi sono riuscito a emergere /
Ti ho teso le mie braccia forte e ho urlato tienile /
Ma non riuscivo a crescere

(Tedua, Bagagli)

A differenza delle tre cantiche scritte da Dante, non troviamo il Paradiso. Forse perché sarà la prossima uscita discografica di Tedua – «Grazie per la fiducia, ora mi aspetta il paradiso» dice in Outro Purgatorio – eppure il motivo potrebbe essere anche un altro. La Divina Commedia è il disco del presente, della crescita personale effettuata qui e ora. È un disco epicureo, insomma, che non si lascia trasportare dall'esigenza citazionista o da banali logiche di scrittura. Non si può chiudere il dolore, o il ricordo del dolore, in una rigida struttura letteraria. Tedua ha 29 anni, è al terzo disco ma La Divina Commedia è un punto d'arrivo per la sua vita più che per la sua carriera. Potremmo definirlo anche un disco incompiuto, come incompiute sono le cose più umane, più vive.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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