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Copertina Maradona
, 2 Giugno 2023

Romanzare la vita da romanzo di Maradona


Un estratto dal libro "In campo la vita sparisce" di Loris Caruso, seguito da una recensione di Mario Cosenza.

Pubblichiamo un estratto dal libro di Loris Caruso "In campo la vita sparisce", un romanzo-biografia di Diego Armando Maradona edito da Castelvecchi Editore (2022, pp. 428)

È chiuso nella stanza di Tigre, da tre giorni non parla con nessuno, da tre giorni non mangia. Chiede una pizza, gli dicono che non può mangiarla, insiste, grida, gliela portano: non riesce a mangiarla. Si richiude nella stanza, al buio, da solo, in silenzio, sdraiato sul materasso in terra. Bussano, dice di non entrare. Passano nove ore.

Non c’è più un porto libero, in ogni luogo guardie e posti di blocco d’emergenza sono disposti alla mia cattura. Finchè riesco a sfuggire sarò salvo; e ho pensato di assumere l’aspetto più ignobile e più povero col quale la miseria, in disprezzo dell’uomo, l’ha degradato quasi a bestia. Voglio cingere ai fianchi uno straccio, impiastricciarmi tutti i capelli, e, presentando la mia nudità, affrontare i venti e la persecuzione del cielo.

Prende il telefono. Chiama Mario, il nuovo compagno di Veronica, la madre del suo figlio più piccolo, Dieguito Fernando, a cui Diego pensa continuamente. Diego e Mario hanno costruito un buon rapporto. C’è la segreteria, Diego gli lascia un messaggio: «Ciao Mario, sono Diego. So che ti sembrerà incredibile questo messaggio, però la trovo bene Vero, mi ha detto che sta bene con te. Prenditi cura di lei e del mio angelo». Anche il telefono gli sembra troppo pesante, lo appoggia per terra. Il cuore è gonfio, Maradona lo sente alzarsi come una burrasca. Non lo ferma, vuole sentirlo alzarsi, vedere dove va, dove si va, dove porta, se finalmente dopo una vita la luce in fondo al nono cerchio è visibile e non acceca, cosa c’è oltre. Il sangue diminuisce la sua velocità, è quasi fermo, è circondato, fa sempre più fatica a trovare linee per passare.

Maradona ha in corpo molteplici strati di veleni accumulati in molteplici vite: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica acuta, cardiomiopatia ischemica, coronopatia artesclerotica, malattia polmonare cronica. La morte deve solo scegliere. Diego è curioso di sapere quale sarà la carta scelta per la fine, ma c’è ancora, pensa, la possibilità dell’inganno finale, di seguire una linea che si presenta all’ultimo nello sterrato pieno di polvere nel sole che sembra uccidere e invece salva: fingi di andare da una parte, ma da quella parte ci va solo lo spettro, l’uomo reale va dall’altra e passa per una linea perfetta che prima non si vedeva: il calcio è una realtà duplice, l’ho sempre pensato.

Adesso che ho quasi finito di rivedere tutta la mia vita, lo vedo con più nettezza: ho amato il calcio così tanto perché duplica la realtà, e da questa duplicazione nascono molte altre realtà, alcune si realizzano, altre sono vere in qualche luogo in qualche momento. Morirò. O sono già morto. O lo sono sempre stato. O non morirò mai. Come tutti, che siamo sempre qui e altrove nelle realtà duplicate, nella forma perfetta della sfera che ho amato da quando sono nato. È una sfera il sole che mi colpisce da millenni. Ho maledetto Zeus ogni secondo della mia vita per avermi legato a questa rupe che sprofonderà nel Tartaro quando l’aquila avrà finito di mangiarmi il fegato e il sole di bruciarmi. Lo maledico per i demoni che ha messo a gridarmi nella testa da quando ero bambino. Perché tormentare così un bambino, con gli incubi, le voci, le visioni, le urla dei grifoni nel cervello? Non lo potevo dire a nessuno, ma io sono sempre stato io, le voci le ho sempre sentite, le voci del terrore. Gli spettri per me hanno sempre avuto una consistenza mostruosa, più reale della realtà. Ma ho sempre saputo che senza quegli spettri non avrei visto le linee perfette che comparivano in campo.

Ora da qui lo vedo: sono io Zeus. Mi sono odiato per l’affronto che ho fatto agli dèi e mi sono punito. Dalma, Giannina, vi sento. Gridate come i demoni della nostra terra, quelli che solo Chitoro sapeva capire. State gridando che chiamino un’ambulanza, inveite il cielo perché mi hanno riempito solo di sostanze per farmi sbiadire nell’immobilità e nel silenzio, per non sentirmi, per ridurmi a ombra. Cercherete la vendetta.
Perdonateli. Sono umani. Dalma e Giannina, figlie, perdonatemi: siete la colpa che non ho mai potuto lavare, la mia macchia incancellabile sul pallone. Diego, perdonami. Jana, perdonami. Claudia, perdonami più di tutti, amore mio. Ti rivedo adesso bellissima, sensuale e timida mentre stendi i panni sul balcone d casa tua e mi guardi con la coda dell’occhio, qualcosa di noi è sempre rimasto lì, sarà sempre lì, ci torneremo e ci ritroveremo. I luoghi e i momenti sono tutti incastonati uno dentro l’altro, si susseguono e si sovrappongono, sono tutti visibili e reali.

Vi vedo tutti, vedo cosa c’è in voi, in me, in tutti: c’è il posto in cui sono, il punto in cui la luce in fondo al nono cerchio è talmente abbagliante per gli umani da trasformarsi nella profonda tenebra del Tartaro, e la tenebra del Tartaro si trasforma in profonda luce, unite per sempre. Le catene e i diamanti vengono spezzati. Zeus è scacciato. Raggiungo la radura verde sconfinata. Chiudo gli occhi: la radura non ha fine. Da terra si alza la polvere. Il sole sull’erba è fortissimo, la infuoca e la imbianchisce.

Devo andare, devo sgattaiolare tra queste gambe e raggiungere il campo, il padre non deve vedermi, è un inganno. Muovi il corpo da una parte, vai dall’altra. Shilton è ancora lì a cercare il pallone. È fondamentale il movimento dell’anca, è quello a dover dare l’illusione e a tenere l’avversario incatenato a un destino inesistente. Poi avanzi, misuri gli spazi, la porta è come l’entrata in un’altra vita, l’apertura di un nuovo cerchio, cerchi le linee invisibili, senti se la palla è ancora con te, risponde ai tuoi gesti, è in grado di condurti fino a lì.

In fondo alla radura compare Diego, ha i pantaloncini neri e la maglietta a strisce bianca, lo sguardo di millenni, scuro, gli occhi innocenti e quasi malinconici, il sorriso completamente aperto. Palleggia, mi passa il pallone, mi indica una schiera di uomini. Sono disposti in barriera, la palla è dentro l’area, troppo vicina alla barriera e alla porta, impossibile superare la schiera di uomini senza che la palla sia troppo alta e si disperda oltre i cerchi sprofondando nel pozzo. Ci provo io, ci prova Diego, facciamo gol entrambi: ci guardiamo e ridiamo perché lo sappiamo, siamo gli unici a poterlo fare. Lo abbraccio. Lui è Dieguito Fernando, lui è Diego Junior, è Jana, è Dalma e Giannina, è me.

Adesso, abbracciandolo, sento e vedo pienamente che avevo sbagliato. Ho rivisto e raccontato la mia vita come se io e lui, Diego e Maradona, negli anni fossimo diventati due persone diverse. Una separazione, una scissione. Non ho mai fatto un errore più grande.
Ora, da qui, lo vedo benissimo: siamo sempre stati la stessa persona, Maradona non poteva esistere senza Diego, Diego era destinato a diventare Maradona.

Insieme attraversiamo stadi che cambiano in continuazione e restano sempre gli stessi, in una ripetizione eterna di cose diverse, di sensazioni e di mondi infiniti, azzurri, gialli e blu, celesti e bianchi, sempre nella forma di sfere da toccare e accarezzare indirizzandole a creare altri mondi. Ora, da qui, vedo benissimo cosa è stata questa storia. La mia storia è la storia di Prometeo, che per aver rubato il fuoco agli dei donandolo agli uomini fu confinato da Zeus su una rupe sospesa sul Tartaro, alla fine del mondo, legato a un ceppo con catene di diamante, costretto a subire in eterno un orrendo sole mentre le aquile gli mangiano il fegato e i grifoni urlano nella sua testa un rumore ossessivo e ottundente. È la storia di Agamennone, che di ritorno dal suo trionfo pagò tutte insieme le sue colpe verso le sue figlie. È la storia di Lear e di tutti i re, folli per essere sulla cima del mondo, da dove si vedono distese di infinito nulla. Folli per non essere mai abbastanza amati. La mia storia è la nostra, la storia di tutti gli esseri umani, costretti a vivere per sempre in questo luogo, dove sono adesso, in cui inferni e paradisi sono continuamente intrecciati: la vita.

Non è facile prendere in parola Maradona (di Mario Cosenza)

Non è facile prendere parola su Maradona; non lo è stato mai, non può esserlo ora che il mondo intero ha detto la sua, che è scomparso il mito terreno, eternatasi la sua umanissima leggenda. Ancor meno facile è romanzare una vita già da Romanzo come quella di Maradona, una vita che già di per sé stessa è una narrazione avvincente, sospesa tra piccola e grande Storia. Eppure Loris Caruso ci ha provato, ed è riuscito nel suo intento.

In campo la vita sparisce è, allo stesso tempo, un omaggio appassionato, un esperimento letterario e un contenitore di storia contemporanea. Mettersi dalla parte di Diego, cercare di mimare la sua psiche, il suo sentire negli anni più rocamboleschi della sua vita e farne materia di racconto; un programma vasto, senz’altro, eppure perfettamente comprensibile. Un romanzo è anche un’estrema dichiarazione di libertà, non tanto e non solo per inseguire accadimenti noti, bensì soprattutto per provare a mettere nella giusta prospettiva un’esistenza titanica e fragilissima come quella dell’uomo Diego e del personaggio storico Maradona; e il suo giusto spazio – l’unico realmente possibile?  – è proprio quella narrativa, della letterarietà che eterna una vita troppo “irregolare” per essere puro materiale biografico. In questo senso, un romanzo su Maradona è il destino perfetto per incrociare prosa e poesia di un’esistenza di feroce passione come fu quella del capitano del Napoli.

L’autore si era già esibito con un romanzo su di un altro grande irregolare della storia, Arthur Rimbaud, e chi non si fermi alla banalità delle interpretazioni riduzionistiche del calcio – “undici persone che corrono dietro una palla” – sa benissimo che la storia dei geni irregolari contiene con ogni diritto un capitolo su Diego Armando Maradona.

Nei giorni della consacrazione della squadra azzurra, tri-scudettata ma al primo trionfo tricolore proprio senza Maradona, non appare inutile far notare una curiosità biografica, ossia che Loris Caruso non è né di Napoli né tifoso del Napoli. Tale aneddoto che non deve affatto sorprendere, ma, piuttosto, far riflettere su Maradona come oggetto di culto trasversale, come rizoma di significati, come materiale umano per chiunque comprenda la complessità della vita e l’abissale complicazione della condizione umana, delle sue possibilità, delle sue cadute. Tutto ciò, tutto ciò che Maradona è, è messo a disposizione del lettore, che troverà una trama avvincente e non banalmente aneddotica e, tramite la penna di Caruso, potrà pensare ancora una volta che Diego non è in nessun altro luogo che qui: nello spazio del ricordo, della fantasia letteraria, dell’impossibilità di fare i conti con la passione per la vita intera senza tornare col pensiero a Diego Armando Maradona.

Perché in campo la vita sparisce, e Diego poteva dimenticare sé stesso e creare arte religiosa tramite una sfera; e, grazie a Diego, anche sugli spalti, talvolta per miracolo, la vita è sparita; e con il romanzo di Caruso, per un attimo, per la durata del racconto, Maradona – l’uomo, il capitano, il bambino e anche l’autolesionista – ricompare per il tempo di una punizione a due in area.



  • insegna Sociologia all'Università di Bergamo. Ha pubblicato la raccolta di racconti "Io ho paura" (Odoya, 2012), il romanzo "Il destino Rimbaud" (Oedipus, 2021) e "In campo la vita sparisce (Castelvecchi, 2022).

  • Assegnista di ricerca in Filosofia Morale presso l'Università Federico II di Napoli. Napoletano e tifoso del Napoli, ama la Curva B e l'epica calcistica.

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