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Jokic durante Gara 1 delle NBA Finals contro Miami.
, 2 Giugno 2023

La pazienza è la virtù dei Nuggets


Gara-1 delle Finals va a Denver, che ha saputo controllare Miami e la sua difesa.

C'è un preciso momento di gara 1 delle NBA Finals 2023 in cui si è chiaramente capito chi avrebbe vinto. Appena scavallata la prima parte del secondo quarto i Miami Heat sono sotto di 6 punti in casa dei Denver Nuggets, scossa dai 14 di Aaron Gordon e dalla prima scarica offensiva di Jamal Murray. Non siamo nemmeno a metà partita e si sono già vissute una miriade di sceneggiature.

Un inizio con attacchi che definire con le polveri bagnate sarebbe un meraviglioso eufemismo: Denver perché tesa e nervosa e Miami perché scarsa e stanca; la pazienza nella ricerca e nello sfruttamento dei mismatch fisici dell'attacco Nuggets, con Gordon e Murray a capitalizzare gli accoppiamenti con difensori inadatti a contrastarli per velocità o stazza, e l'incoscienza delle triple del palleggio di Gabe Vincent, esponente degli undrafted di Miami, uno che sino al 3 febbraio 2020 faceva la spola tra le lega di sviluppo e l'NBA e ora prende con spavalderia tiri che uno come lui non dovrebbe prendersi. Appena scavallata la prima parte del secondo quarto Denver alza gli occhi al tabellone e legge 43-37. +6.

Come solo +6? I Nuggets sanno di essere molto più forti di così. Ma essere più forti è una somma tra il sapere di esserlo, rendere consapevole l'avversario di esserlo e dimostrarlo. Se la sicurezza nei propri mezzi di Denver si dovesse ridurre a una sententia, ovvero a un singolo possesso, sarebbe quello che segue allo sguardo alzato verso gli spalti della Ball Arena. Jokić si abbassa quasi alla prima tacca sul quarto destro della metà campo offensiva di Denver, preso spalle a canestro da Jimmy Butler. La ricezione non è banale, per via del maestoso fastidio provocato dal 22 in maglia Heat nel trovare il contatto col serbo prima del contatto tra i suoi polpastrelli e lo Spalding e perturbare l'incolumità del cilindro del 28enne di Sombor.

Nell'angolo del lato forte Jamal Murray è controllato a breve distanza da Bam Adebayo, finito sulle sue tracce nel sistema di cambi difensivi preparato da coach Spoelstra. Il 2 volte MVP sfrutta il tonnellaggio per avvicinarsi al ferro, tenendo fissa la gamba sinistra come àncora al parquet e iniziando a svitarsi attorno alla propria spalla sinistra. Prima che possa mettere palla per terra arriva il raddoppio da lato debole di Haywood Highsmith: non è un movimento casuale o dettato dal terrore che Jokić esercita sulle difese avversarie, è previsto dal piano partita di Miami. Arriva dal lato cieco del campo visivo di Nikola, ideato per evitare che possa vorticare sul perno e rendere il petto di Butler un mero oggetto di arredamento.

Jokić sa che Miami sa cosa Jokić sta pensando e reagisce di conseguenza. Con la naturalezza con cui Modrić sventaglia con l'esterno o con cui Djoković accelera di dritto col busto parallelo alla linea di fondo nonostante stia scivolando con la gamba d'appoggio verso le tribune laterali, ovvero con la naturalezza con cui i fuoriclasse fanno sembrare facili cose impossibili per i normodotati tanto da farci pensare che facili lo siano per davvero, Jokić continua il giro dorsale verso il tabellone e stacca entrambi i piedi da terra. Nikola, però, non tira, ma ribalta con un passaggio a due mani in salto sopra la testa, trovando Bruce Brown libero sul lato debole. Tripla con spazio, piedi per terra, a rendere inutile il tentativo di contestare il tiro di Duncan Robinson.

Più delle stoppate in recupero di Michael Porter Jr. sugli sparuti drives di Butler nella partita - nessun tiro libero per Jimmy, 2 soli per Miami tutta, dato più basso dell'intera storia dei Playoff NBA - o delle entrate con cui Jokić abusa di Cody Zeller, la summa di gara 1 è nel possesso appena descritto. Miami fa tutto ciò che statisticamente ed empiricamente può fare per limitare il neo vincitore del Magic Johnson Trophy, assunto che Nikola sia l'essere umano costruito in laboratorio per scardinare la difesa a zona e che quindi una difesa non a uomo non sia praticabile. Fa al meglio possibile quello che tutti pensiamo che faccia, Nuggets compresi. Denver non è che se ne freghi, ma reagisce immediatamente, come i pescatori del Rio delle Amazzoni quando incontrano un coccodrillo con gli occhi socchiusi, che stanco e un po' addormentato nuota nei pressi della riva.

Sulla loro canoa, i pescatori devono proseguire la navigazione scorrendo nei pressi del rettile, non possono far finta che non esista ma devono modulare la remata affinché l'animale rimanga innocuo. Nessun gesto, nessuna provocazione, nemmeno quando il vantaggio in doppia cifra a inizio quarto quarto pare aver messo una pietra tombale. Nemmeno quando la presenza in campo di Jokić pare motivata solo dal raccogliere il rimbalzo che manca per fargli raggiungere la tripla doppia (cosa che peraltro farà, diventando l'unico esordiente alle Finals oltre al Jason Kidd in maglia Nets a registrare questa statistica) e gli Heat, com'è come non è, ricuciono lo strappo sino al 96-87.

Neanche in quel caso Denver si fa sopraffare da ansia o frenesia, forse anche comprensibili per un gruppo che recita per la prima volta sul palcoscenico della Scala della pallacanestro. Denver sta meglio, Denver è più forte, Denver è in controllo. Gara 1 è stata una prova di forza nervosa e psicologica, che non ha richiesto prestazioni eroiche o eccezionali a giocatori che fin qui hanno trasformato l'eccezione in una regola aurea. Denver ha il sangue freddo per rendere vani gli sforzi di Miami di inclinare il piano della sfida verso di sé. Serie e fattore campo sono nelle mani salde dei Nuggets. Finora.


  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

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