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Primoz Roglic festeggia la vittoria del Giro 106.
, | 29 Maggio 2023

Primoz Roglic, re a Roma


Vincendo il Giro lo sloveno ha riscattato gli ultimi anni deludenti.

Chissà cosa sarà passato sabato nella testa di Primoz Roglic quando sulle pendenze più aspre dell’inedita cronoscalata al Monte Lussari, nelle Alpi Giulie a pochi metri dal confine sloveno, un inopinato salto di catena lo ha costretto a scendere dalla bici e cambiare in fretta e furia il mezzo per ripartire, mentre qualche centinaio di metri più indietro e più sotto la maglia rosa Geraint Thomas affrontava la sua prova contro il tempo forte dei 26 secondi di vantaggio. A noi appassionati e appassionate, cui piace lo storytelling a tinte drammatiche, del riscatto, che nella narrazione del ciclismo trova sempre terreno fertile, crediamo che nella testa dello sloveno siano passate le immagini drammatiche dell’altra cronoscalata, con arrivo alla Planche des belles filles, decisiva per il Tour del 2020. Quando Primoz, saldamente al comando della classifica generale, fu sverniciato da un ragazzino suo connazionale, Tadej Pogacar, che lo distrusse, metaforicamente, dando inizio al suo regime del terrore, sempre metaforico. In quell’occasione Roglic arrivò devastato al traguardo, piegato in una posizione sofferente sul manubrio, con le braccia larghe e quel casco da cronometro tutto tirato all’indietro sulla nuca che trasmetteva un senso di dolore anche a chi era seduto comodamente sul divano. Dolore era anche nei volti increduli di Wout van Aert e Tom Domoulin, che dal traguardo seguivano l’evoluzione della sfida tra i due sloveni davanti al maxischermo. Quella sconfitta ha segnato gli ultimi tre anni di Primoz, in cui è stato bollato – come sempre troppo frettolosamente – come finito.

Chissà se tutto questo gli è passato nella testa oppure no. Perché mentre noi ci disperavamo davanti all’ennesimo dramma, all’ennesima sfortuna di Roglic, lui senza fare una piega ha cambiato bici, si è rimesso in sella a pedalare come se nulla fosse, come se fosse sospinto da una forza invisibile, come se le migliaia di tifosi sloveni ammassati lungo lo stretto sentiero che si inerpicava verso il santuario del monte Lussari lo trascinassero su verso il traguardo. Quando lo ha tagliato, il tempo segnava 42 secondi in meno di Joao Almeida, passato poco prima in testa.

Thomas nel frattempo arrancava sulla salita, maglia completamente aperta sul petto e al traguardo ha accusato 40 secondi di ritardo da Roglic, perdendo quindi la maglia rosa che alla partenza deteneva con 26 secondi di vantaggio. Mentre Thomas e Roglic scalavano, come dei novelli Van Aert e Domoulin, un altro gruppo della Jumbo Visma con Oomen, Kuss e Bouwman attendevano trepidanti l’esito finale della sfida, prima della gioia finale.

E allora l’immagine di Roglic piegato dolorosamente sulla bici è sostituita da un’altra foto incredibile: Roglic sì piegato sulla bici, ma statuario, negli ultimi metri della salita, mentre dietro una folla esultante sventola nel cielo bandiere slovene. Primoz Roglic vince il Giro d’Italia, è il suo quarto grande Giro dopo le tre Vuelta di fila. Dietro al palco sorride. Sulle strade di Roma domenica, nella consueta “passerella” da ultima tappa, pedala leggero. Chissà, forse si è davvero tolto un peso dalle spalle, anche se prima della tappa aveva detto che no, quell'episodio del 2020 non gli pesava.

Primoz Roglic sul Monte Lussari
Primoz Roglic sul Monte Lussari (Foto Marco Alpozzi/LaPresse)

Chissà se era un peso quello che sentiva Mark Cavendish, che lunedì 22 maggio ha convocato una conferenza stampa per annunciare il suo ritiro al termine della stagione e che cercava il successo di tappa per salutare le strade italiane. Ce l’ha fatta all’ultimo respiro, all’ultima tappa trionfando nella volata che chiude il Giro 106, quindici anni dopo la prima volta. Vince quasi per distacco, gli avversari sono lontani, forse poco esperti su come affrontare una volata sui sampietrini. Alla fine per Cavendish è una lunga serie di abbracci, pacche sulle spalle e complimenti da parte degli altri corridori.

Si conclude così la terza settimana del Giro, che era cominciata con Joao Almeida che dà segnali di vita nella tappa di martedì tagliando per primo il traguardo sul Monte Bondone: ha attaccato nei chilometri finali collaborando con Geraint Thomas per provare a distanziare in qualche modo Roglic in leggera difficoltà ma che riesce a contenere il distacco. Tuttavia, sia giovedì nella tappa da Oderzo alla Val di Zoldo sia quella di venerdì, la più attesa con le Tre Cime di Lavaredo, paga nei confronti di Roglic e Thomas: ciclista coriaceo Almeida, sembra mancargli sempre il guizzo dell’attacco. Chiude tuttavia questo Giro terzo e con la maglia bianca di miglior giovane. Nella tappa della Val di Zoldo si è consumato poi un altro piccolo dramma nel dramma, con l’indomito Thibaut Pinot che prova e riprova a portarsi a casa la vittoria ma viene battuto a pochi metri dal traguardo dal bellissimo Filippo Zana nella sua bellissima maglia tricolore di campione italiano su strada. Anche il francese, agli ultimi giri di valzer della sua carriera, può consolarsi con la maglia blu di miglior scalatore e con un insperato settimo posto in classifica generale.

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L'ultimo chilometro di Cavendish ai Fori Imperiali.

Nella settimana decisiva del Giro c’è ancora spazio per i velocisti superstiti e che hanno superato indenni le montagne. A parte la doppietta di Nico Denz nella seconda settimana, nessun velocista è riuscito a iscrivere il suo nome per due volte quest’anno: anche nella tappa di mercoledì, la lunghissima discesa verso Caorle, a imporsi è stato un nome nuovo, Alberto Dainese (DSM) che era arrivato al Giro da gregario per lanciare le volate di Mario Mayrhofer, non pervenuto. Dainese ha trionfato di millimetri su Michael Matthews e su Jonathan Milan, ancora una volta secondo, ancora una volta partito indietro nella volata e protagonista di una rimonta mostruosa: forse avrebbe bisogno di un treno fatto bene. Milan può consolarsi con la maglia ciclamino di leader della classifica a punti, non male per un ragazzo al primo grande giro della carriera.

La tappa più attesa, da Longarone alle Tre Cime di Lavaredo, come spesso accade da qualche anno, alla fine è stata una lunga attesa di mosse dei big. Attesa vana. La fuga di giornata arriva in porto con i superstiti: il sorprendente canadese Derek Gee, al primo grande Giro anche lui, che ha corso in modo brillante dal primo all'ultimo giorno, collezionando quattro secondi posti e sei top 5. Sette volte in fuga, è stato eletto per questo Super Combattivo di questa edizione. Tuttavia, non ha potuto fare nulla sul ritorno di Santiago Buitrago, che gli ha soffiato la vittoria alla Tre Cime e messo in saccoccia la seconda vittoria di tappa al Giro della sua carriera.

Si conclude così la 106esima edizione della corsa rosa, che ha dato tanti spunti su cui riflettere: negativi per la prima parte funestata dalla pioggia e per la seconda parte in cui i leader della classifica generale hanno narcotizzato la corsa con un certo immobilismo; ma anche positivi, per il modo in cui sono stati gestiti i momenti di crisi e per la freschezza di alcune belle novità come Jonathan Milan o Derek Gee. Ora comincia il conto alla rovescia per il Tour.


  • Chiara Finulli, milanese, classe 1992. Nutro una passione smodata per Tadej Pogačar e per il calcio in ogni sua forma: ogni volta che posso sono allo stadio o sulle strade di qualche corsa. Nel tempo libero lavoro sommersa tra i libri in una casa editrice.

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