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Vincenzo Nibali sulle Tre Cime di Lavaredo al Giro d'Italia 2013
, 26 Maggio 2023

Tre Cime 2013: l'estasi di Nibali


La giornata che ha cementato l’epica dello "Squalo".

Dieci anni dopo l'ultima volta, il Giro d'Italia torna a lambire la vetta delle Tre Cime di Lavaredo. L'anniversario a cifra tonda, ulteriore motivazione per gli organizzatori per riportare l'arrivo di tappa sulla mitica cima delle Dolomiti, ci porta a riavvolgere il nastro rivivendo quel ricordo del 2013, quando Vincenzo Nibali si aggiudicò la vittoria di tappa con una statement win che ha contribuito ad elevarlo ulteriormente e portarlo nel prime della sua carriera, e a scolpirlo in modo indelebile nell'immaginario di un'intera generazione.

Ripensando a quella giornata dopo tanto tempo, l'immagine mentale che conservo di quell'impresa è composta soprattutto di tre colori, in una rappresentazione un po' mondriana: il bianco della neve sullo sfondo, il rosa della maglia da leader indossata da Nibali e l'azzurro con inserti oro della sua mantellina Astana.

Una tappa fondamentale

Un po' di contesto. La Silandro-Tre Cime di Lavaredo, disputatasi il 25 maggio 2013, è la 20ª e penultima tappa della Corsa Rosa di quell'anno, l’ultima tra quelle che potrebbero concretamente portare degli scossoni in classifica generale – l’ultima tappa, con arrivo a Brescia, è quella che nel gergo ciclistico si definisce passerella: adatta ai velocisti, senza asperità altimetriche e variazioni di distacchi in classifica. La vigilia di questa giornata è più carica di attesa del solito: la tappa del giorno prima, con la Cima Coppi rappresentata dallo Stelvio e arrivo sulla Val Martello, era stata prima sensibilmente accorciata e poi annullata per il maltempo. Per ironia della sorte, in queste settimane si è paragonata spesso – dal punto di vista puramente metereologico – l’edizione del 2013 con quella attualmente in corso: pioggia, neve, strade impraticabili e lavoro intenso per gli organizzatori nel rivedere percorsi, modificarli, anche annullare intere tappe, come successo nella primavera di dieci anni fa.

Anche la tappa con arrivo sulle Dolomiti subisce una sensibile modifica: dal percorso originale, con passaggi su cime storiche come il San Pellegrino e il Giau, si arriva ad una tappa con il solo San Croci (GPM di 2ª categoria) piazzato appena prima delle Tre Cime. L’arrivo sulla sommità veneto-trentina (si trova al confine tra le province di Trento e Belluno) è reso ancor più prestigioso dall’annullamento dello Stelvio: con i suoi 2304 metri, la vetta di Auronzo di Cadore sfila il titolo a quella bolzanina come Cima Coppi, cioè il Gran Premio della Montagna situato più in alto di tutto il Giro. I presupposti per dare spettacolo, seppur non come promesso, ci sono.

L'altimetria della ventesima tappa del Giro d'Italia 2013.
L'altimetria della ventesima tappa del Giro d'Italia 2013.

La stagione della consacrazione

In ottica classifica generale non rimane molto da dire. Vincenzo Nibali è arrivato al Giro con i favori del pronostico, ma anche con un certo carico di pressioni: in inverno ha compiuto il grande passo, trasferendosi all’Astana dopo un’era lunga sei anni nella Liquigas, l’ultima grande squadra italiana del World Tour. A 28 anni e mezzo, Nibali ha raggiunto alcuni traguardi di rilievo, ma non si può dire che la sua carriera sia del tutto realizzata: in bacheca può annoverare la Vuelta vinta nel 2010 e altri tre podi nei Grandi Giri (3° al Giro 2010, 2° l’anno successivo, 3° al Tour 2012) che però hanno lasciato in bocca un sapore agrodolce. In particolare, il Tour 2012, passato nel tentativo di attaccare un inattaccabile Wiggins (nella forma migliore della sua carriera e protetto da un Froome all’inizio del suo regno del terrore) ha trasmesso la sensazione di un Nibali se non impotente, quantomeno limitato.

Il passaggio all’Astana ha anche questa funzione: trasferirsi in una squadra più grande e strutturata che potesse dargli tutti gli strumenti adatti per dominare e controllare una corsa a tappe di tre settimane. Non bisogna pensare all’Astana di oggi, fortemente ridimensionata: quella era la squadra in cui si era consacrato pochi anni prima Alberto Contador. Quando lo spagnolo si era poi trasferito alla Saxo Bank nel 2011, i kazaki avevano un buco da riempire con un corridore di classifica nei GT e la scelta era ricaduta in maniera naturale su Nibali. Il siciliano aveva portato con sé i gregari Vanotti e Agnoli, già con lui in Liquigas, così come il massaggiatore Michele Pallini, e aveva trovato già in squadra un giovanissimo Fabio Aru. In posizione da scrivania, aveva appena indossato giacca e cravatta Alexander Vinokourov, il quale, dopo l’argento olimpico di Londra 2012, aveva lasciato il ciclismo per diventare il nuovo direttore sportivo della squadra portabandiera della sua nazione.

La stagione di Nibali inizia egregiamente: vittorie a Tirreno-Adriatico e Giro del Trentino, corse a tappe brevi in preparazione del Giro d’Italia. Già in inverno, Nibali ha delineato l’obiettivo stagionale sulle fattezze del Giro: in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, ha dichiarato di apprezzare il percorso e ha invocato «quel pizzico [di fortuna] che spesso cambia il risultato, che tramuta la sconfitta in un’impresa». Abbastanza ironico, se si pensa alla traiettoria che assumerà la carriera dello Squalo.

Un Giro dominato

La prima settimana del Giro si conclude in maniera perfetta. Nelle prime tappe, di gestione abbastanza semplice, Nibali perde pochi secondi (quasi tutti nella cronosquadre, dove domina la Sky) rimanendo nei primi in classifica. I primi strappi lo Squalo li dà risalendo l’Adriatico: nella tappa mossa verso Pescara scappa via con un gruppetto di altri 20 corridori circa (tra cui Evans) e mangia un minuto a Wiggins e Uran; il giorno dopo, nella lunga cronometro in arrivo a Saltara sfodera una prestazione da specialista (che non è) su un percorso che invece è da specialisti: perde solo 11 secondi da quel Wiggins che sembra sempre meno imbattibile, soprattutto senza Froome. Al confine con la Romagna lo Squalo prende la prima Rosa del suo Giro: non la lascerà più. Intanto, dopo la tappa toscana, si va al riposo.

Non è la prima volta in carriera che Nibali indossa la Rosa: l’aveva fatto per tre tappe anche nel 2010, nel suo primo Grande Giro di spessore. Nibali non doveva nemmeno esserci a quel Giro: era stato chiamato in fretta e furia quattro giorni prima, dopo che Franco Pellizzotti era risultato positivo ad un controllo doping a sorpresa. Curiosamente, Nibali aveva preso la maglia rosa dalle spalle di Vinokourov, in una cronosquadre vinta dalla Liquigas, e a Vinokourov l’aveva restituita dopo soli tre giorni. Un giro da cui poi sarebbe uscito vincitore Ivan Basso, che dello Squalo era il capitano nella Liquigas, ma che avrebbe lanciato la carriera di Nibali nel ciclismo di altissimo livello. Pochi mesi dopo, Nibali avrebbe vinto il suo primo grande Giro, la Vuelta. Una vittoria arrivata però contro avversari piccoli come Cobo e Mosquera, due one-race-wonders spagnoli, che in qualche modo svalutano la vittoria del messinese. La sua carriera aveva ancora bisogno di altro per lanciarsi definitivamente.

Nibali con il trofeo della Vuelta 2010
Nibali con il trofeo della Vuelta 2010. (AFP)

Al Giro 2013, dicevamo, Nibali si sente fortissimo, più forte di tutti. Lo è, senza troppi giri di parole: rosicchia secondi agli avversari sugli arrivi in montagna, pedala sulle ali. A Bardonecchia è più forte di tutti: fugge assieme a Mauro Santambrogio e al traguardo gli lascia la vittoria di tappa. La vittoria gli verrà assegnata anni dopo a tavolino, per via della squalifica comminata a Santambrogio per doping, ma quel giorno Nibali non alza le braccia al cielo al traguardo. Nel frattempo, si ritira anche uno spento Wiggins, messo KO da problemi di salute (si parla di una sinusite).

Gli avversari di Nibali sono lontani. Cerca di combattere Cadel Evans, distante 1 minuto e 26 secondi prima dell’ultima settimana, ma gli altri (a partire da Uran, 3° a 2’46”) sono tutti distanti. La terza settimana è a due facce: le prime due tappe (e l’ultima) quasi del tutto pianeggianti, con poco spazio lasciato alla fantasia; dal giovedì al sabato si concentrano le ultime occasioni per i rivali di Nibali di assaltare il suo primato, ma anche quelle per lui di imprimere un segno alla corsa. Non ha ancora una vittoria di tappa nel suo carniere: ha, però, ancora tre occasioni per impreziosire il suo Giro.

La prima è una cronoscalata, la Mori-Polsa. 20 km e 600 metri che sono sinfonia pura: Nibali svernicia ogni avversario, rifilando 58 secondi a Samuel Sanchez, 2°, e 1’21” a Damiano Caruso 3°. Nel suo body da crono sfila come un dio greco sulle montagne: è leggero ed elegante, ma anche potente nella pedalata. Procede a testa bassa, alzandosi talvolta sui pedali, sicuro e composto. La cronoscalata è il compromesso perfetto per le sue caratteristiche: la prova contro il tempo, con cui ha sempre avuto un discreto feeling (nelle categorie giovanili nasce cronoman, da pro si è sempre difeso in questa specialità) e la salita, specie quella di questa crono, continua e non troppo severa. Gli avversari per la rosa si diradano: Evans e Uran sono a più di 4 minuti di distacco, tutti gli altri – a partire dall’amico-avversario Scarponi – oltre i 5 minuti.

Nibali è padrone, è campione. In un ciclismo anagraficamente non troppo lontano, ma tanto distante per approccio alle corse e traiettorie di carriera dei corridori, lo Squalo arriva al picco nel posto giusto al momento giusto: forse leggermente in ritardo anche per gli standard dell’epoca, anche se poi sarà capace di mantenere la barra alta per un lasso di tempo più lungo della media. Dal 2010 al 2018 Nibali è stato il miglior interprete a tutto tondo del ciclismo su strada: da marzo ad ottobre, su tutti i terreni, dalle corse di un giorno a quelle di tre settimane. Precursore di quella che oggi sembra essere normalità, ma che solo corridori come il fuoriclasse siciliano e Valverde hanno saputo esprimere in epoche diverse.

In quei giorni di maggio si diradano le nubi dell’incompiutezza: nessuno discute più la grandezza di un corridore lanciato verso il suo secondo Grande Tour, questa volta vincendolo con autorevolezza e contro avversari di un certo profilo. Ma a Nibali questo non basta: vuole mettere la ciliegina sulla torta. Vuole vincere staccando gli avversari in salita, togliendoseli dalla ruota, trionfando definitivamente.

Il capolavoro di Nibali

C’è un elemento che caratterizza alcuni campioni, che li rende assoluti nel senso più puro della parola (dal latino absolutus, libero da ogni vincolo): agire per se stessi, farlo per mettersi alla prova e alzare ulteriormente il proprio livello. Art for art’s sake, direbbero tra Francia e soprattutto Inghilterra nell’Ottocento. Ma non è semplice arte disinteressata: è sublimazione della propria esibizione, raggiungimento della perfezione tecnica. Non è arroganza, ma semplice libertà d’espressione di chi riesce a fare qualcosa meglio di chiunque altro, senza badare troppo a chi gli sta accanto. Nibali è stato un idolo delle folle, non ha mai rigettato il calore del pubblico ma non gli ha nemmeno mai strizzato troppo l’occhio. Introverso e scontroso per indole, spesso in buona fede, ha sempre cercato di dare il meglio di sé in bici senza fare voli pindarici, solo correndo.

Una personalità molto affine a quella di Nibali è quella di Zinedine Zidane. Entrambi uomini del Sud e di mare, si portano dietro un carisma quasi involontario che stride col carattere schivo che li caratterizza. Un velo di mistero che nel corso della loro carriera li ha fatti spesso passare per divi, quando in realtà sono solo due uomini non troppo inclini alle pubbliche relazioni (Zizou è sensibilmente migliorato col tempo, probabilmente Nibali farà lo stesso). In questo distacco autoimposto dalle luci dei riflettori si inserisce anche, per assurdo, la cifra stilistica di entrambi nell’utilizzo della propria arte: essenziali, efficaci, belli da vedere. Un amante dei parallelismi farebbe anche notare come tutti e tre abbiano raggiunto la loro apoteosi sportiva negli stessi Paesi: Italia, Francia e Spagna.

Ma torniamo a Nibali e al suo Giro. Annullata la tappa con arrivo a Val Martello, rimangono le Tre Cime di Lavaredo. Prima delle Tre Croci non ci sono particolari difficoltà: la fuga di giornata attacca il Passo Tre Croci con 2’20” di vantaggio, una quantità esigua per sperare di arrivare al traguardo. Il gruppo incontra per la prima volta della giornata la neve a bordo strada, ma è solo depositata; non piove né tantomeno nevica, per il momento. Nibali ha ancora Tiralongo, Kangert, Agnoli e Aru accanto a sé, in pieno controllo della corsa. Il Tre Croci scorre tranquillo: tra la salita e i successivi 2000 metri di discesa, il gruppo con Nibali dimezza il distacco. Lo Squalo viene inquadrato mentre si riscalda le mani, coperte dai lunghi guanti, per proteggersi dal freddo. Sta affilando le armi, ma ancora non lo sappiamo.

Il gruppo risale, guidato da un’onda azzurra. Nibali mette i suoi uomini a tirare per fare la prima selezione, un ritmo duro per preparare il terreno al suo attacco. Passa una mantellina a Kangert, liberandosi fisicamente e metaforicamente di ogni peso. Mancano 3 km e mezzo, quando arriva il primo squarcio.

Degli attacchi in salita, specie di alcuni attacchi, puoi accorgertene anche chiudendo gli occhi. Senti il boato ai fianchi, le urla che si mischiano ai rumori delle moto, gli applausi, gli incitamenti. Nibali è attorniato da un pubblico sparso, tra quelli oltre le transenne – ove presenti – e quelli che lo osservano e lo incitano, esagitati, appiccicati a lui. Rivedendolo con la lucidità di quella che è ormai Storia, è in questi metri che Nibali si fa per la prima volta Leggenda. Il primo scatto lo fa salendo sui pedali: si porta dietro ancora il fidato Kangert, ma poi si siede e continua ad andare al suo indiavolato ritmo. Il chilometro successivo è meravigliosamente comico: Nibali supera reduci della fuga, contrattaccanti, tifosi lì presenti, con una nonchalance impressionante. Quelli annaspano, lui continua ad andare, sempre seduto ma velocissimo. Sistema le braccia sul manubrio, getta via qualcosa, scala la montagna. È come se per qualche minuto lo spirito di Richard Ashcroft si fosse impadronito di lui e l’avesse portato dentro al celebre videoclip di Bitter Sweet Symphony.

Nibali leader di popolo, politico al centro di un comizio dalle cui labbra tutti pendono. È un’illusione che dura poco: un altro colpo di spugna e si libera presto anche di questi improvvisati compagni di viaggio. La frustata definitiva arriva nel momento in cui riprende il leader della tappa, Capecchi, ai 2400 metri dal traguardo. Davanti a lui, da quel momento, solo la bufera. «Il freddo entrava come un coltello» spiegherà poi ad Andrea Monti al termine della tappa, «Ora sono molto magro e lo sento di più. Avevo programmato di partire prima, ma ho dovuto aspettare a scoprirmi a due chilometri e mezzo dall’arrivo se no finivo congelato». Dopo qualche centinaio di metri Nibali si volta, ma non vede nessuno.

Ha preso a nevicare copiosamente sulle Tre Cime di Lavaredo. Nibali, che è sempre andato a nozze con le condizioni meteo estreme, rilancia la falcata, amplia il solco. Gli ultimi 3 chilometri delle Tre Cime di Lavaredo sono micidiali: rispettivamente pendenze medie al 14,4%, 12,4% e 12,3%. Chi vuole fare la differenza qui trova terreno con cui andare a nozze (questo valga anche come promemoria per la tappa di oggi, nel Giro 2023) e Nibali coglie l'occasione. Quando manca un chilometro e mezzo, è attorniato da tifosi e moto, che lo scortano amichevolmente verso l’arrivo. Spesso si usa il termine “ali di folla”, ma in questo caso sembra più di vedere dei germi, in quei video per bambini in cui si spostano viscosamente tra corpi e organi; o, se questo paragone è poco simpatico, sembra un gruppo di “lepri” ad assistere un maratoneta nella sua corsa.

Qualcuno si avvicina troppo; non dovrebbe, ma Nibali sembra davvero in uno stato mentale lontano da tutto e tutti. God mode, nulla più nulla meno. «Ha fatto il vuoto Nibali» dice Francesco Pancani in telecronaca. Con quelle braccia lunghe avvolte da maglie e guanti sembra un camaleonte, perfettamente mimetizzato con la montagna, oramai indistinguibile anche dalle telecamere dall’alto, coperte dalla neve. Il suo arrivo al traguardo è ritmato dai colpi dei tifosi sui cartelloni pubblicitari e dal rumore della tempesta bianca. La sua esultanza è essenziale, influenzata anche dal freddo che l’ha irrigidito del tutto: pugno sinistro alzato al cielo, questo Giro l’ha vinto lui.

L'esultanza di Nibali all'arrivo. (DAZN)

«Volevo lasciare il segno con un’impresa dopo quello che è successo venerdì. Volevo far vedere che io ci sono sempre e sono qui per combattere fino alla fine» dirà Nibali a fine tappa. «È uno sport che come nessun altro prende gli uomini e li spinge al loro limite, qualche volta anche oltre, nudi o quasi di fronte alla natura, e ce li restituisce eroi nella semplicità di una parola, di un gesto complice. Di un dettaglio che, insieme all’immagine del trionfo, al pugno chiuso di Vincenzo levato contro la tormenta, entrerà nella narrazione infinita del ciclismo» scrive invece Andrea Monti nell'editoriale della Gazzetta intitolato Il tormento e l’estasi. «Ora il nostro ciclismo ha il campione che cercava, e l’Italia ha una ragione per rappacificarsi con il suo sport più popolare. Nibali conclude il suo Giro straordinario con un acuto raro che lo consacra fuoriclasse».

Quell’estasi ha portato subito il mio pensiero verso un'altra opera. Prometto di non essere didascalico: provate solo a vedere gli ultimi chilometri della cavalcata di Nibali con L’estasi dell’oro di Ennio Morricone in sottofondo. È catartico. (Nibali, peraltro, fa una fine migliore di Tuco. Ma questa è un’altra storia).

Dal Pirata allo Squalo

Con la vittoria sulle Tre Cime di Lavaredo, Nibali riapre un discorso lasciato in sospeso 14 anni prima, quando a Madonna di Campiglio qualcuno si era preso l’amore degli italiani per il ciclismo e l’aveva buttato via. Nibali, che piaccia o no, ha riempito il vuoto lasciato da Marco Pantani nel cuore degli appassionati di ciclismo italiani, trasformandosi nell’eroe delle due ruote dei suoi tempi. L’ha fatto con presupposti molto diversi da quelli del Pirata – diversi tecnicamente e caratterialmente, con due “finali” anche piuttosto dissimili – ma entrambi a loro modo sono rimasti marchiati a fuoco nella memoria collettiva, come icone.

Pantani era un campione che amava essere nelle grazie degli appassionati, ma questo l’ha reso fragile nel momento in cui molti l’hanno vigliaccamente abbandonato. Nibali, al contrario, ha sempre accolto tiepidamente il ruolo di icona nazionale, e forse questo l’ha aiutato a riceverlo meglio, a portarlo senza troppo peso. L’impresa delle Tre Cime di Lavaredo, di cui proprio oggi ricorre il decennale, fu il primo di tanti momenti d’orgoglio nazionale di Nibali: non il primo grande sussulto della sua carriera, ma il primo momento di portata nazionàlpopolare. Un punto di non ritorno: senza Tre Cime non ci sono Sheffield, Arenberg, Colle dell’Agnello, Poggio e tutte le altre imprese che Nibali collezionerà negli anni seguenti.

In occasione dell’annuncio del ritorno del Giro sulle Tre Cime, Nibali è stato interpellato su quel capolavoro. «Ad un certo punto non si vedeva più nulla. Pedalavo per inerzia, volevo solo arrivare il più velocemente possibile al traguardo», ha raccontato. Non era Nibali che si muoveva: era lo Spirito della Storia.


  • Nato ad Andria nel 2001. Studente di economia e management con una smodata passione per i quiz, l'animo di Jimmy McGill e la figurina di Edin Dzeko nel portafoglio.

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