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Senad Lulic segna il gol che decide il derby di coppa Italia del 26 maggio 2013.
, 26 Maggio 2023

Il derby della "Coppa in faccia", dieci anni dopo


Il 26 maggio 2013 nei ricordi di un tifoso laziale.

Tirando le somme della mia oramai ventennale carriera di tifoso della Lazio, uno dei giorni che ricordo con più odio è il 26 maggio 2013. Si, sembra pazzia, ma è così. Il giorno che ha visto la mia squadra trionfare nel derby contro i cugini giallorossi in finale di Coppa Italia è stato uno di quelli che hanno messo più a rischio la salute del mio allora giovane cuore.

Fu una giornata talmente unica e assurda che ricordo pressoché tutto quello che è accaduto. Riesco a visualizzare perfettamente dove mi trovassi, con chi e di cosa abbiamo parlato prima del fischio d’inizio. Sapete di cosa non ricordo assolutamente nulla? Della partita.

Tralasciando l’ormai leggendario gol di Senad Lulic al minuto 71’, ciò che ricordo di quel match è solo una montagna di tensione ed ansia. Ricordo lo sguardo che mi diedi con l’amico accanto a me al fischio finale. Niente urla (almeno per qualche minuto), niente festeggiamenti. Eravamo increduli e storditi. Tentavamo solo di sopravvivere a quello tsunami insostenibile di emozioni.

Non riuscii a trovare i biglietti per lo stadio e forse da una parte è stato un bene, perché già la visione a casa mi ha quasi fatto ricoverare. Stare in Curva Nord avrebbe davvero fatto finire quella giornata in tragedia.

Tuttavia lo stadio è sempre stata la mia seconda casa e anche durante il percorso della Coppa Italia di quel 2013 l'ho frequentato parecchio. Ricordo perfettamente la strepitosa semifinale di ritorno giocata contro la Juve, quando El Tata Gonzalez e Floccari infilarono due volte la porta di Storari e Marchisio sbagliò il gol più facile della sua carriera. Ricordo ancora l’aria rarefatta che si respirava sugli spalti mentre il “Principino” al rallentatore colpiva a botta sicura sbagliando di una manciata di centimetri. L’esultanza di Marchetti dopo quell’errore è una delle immagini che mi porto nel cuore.

Ma la Lazio, come suo solito, costruì il successo del 26 maggio su una tragedia mancata per un soffio. Qualche mese prima, il 19 dicembre 2012, in un freddo e anonimo mercoledì pomeriggio era arrivato all'Olimpico il Siena per il primo turno di Coppa Italia. Un Siena di certo non irresistibile, che avrebbe chiuso la stagione di Serie A al penultimo posto e quindi con la retrocessione. Mister Petkovic, come è ovvio che sia, fa turnover massiccio. Le cose prendono una piega inaspettata quando Lorik Cana, all'11', infila inavvertitamente la sua porta portando il Siena in vantaggio. La partita va avanti ma il risultato non cambia. Bisogna aspettare il quinto minuto di recupero del secondo tempo per riuscire a pareggiare. Ci penserà Michaël Ciani con un robusto colpo di testa che rappresenta senza dubbio l’apice della sua esperienza in biancoceleste. Poi ai rigori Juan Pablo Carrizo, portiere arrivato alla Lazio con la fama di pararigori e finito per essere solo la riserva di Marchetti, tiene fede alla sua nomea. Para due rigori su 3 e salva la Lazio.

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Il match dei quarti contro il Catania fu poi una formalità, mentre la semifinale con la Juve, dominatrice del campionato, sembrava davvero proibitiva. Almeno finché l’errore collettivo della difesa bianconera sul gol allo scadere di Mauri all’andata, e poi quello clamoroso di Marchisio al ritorno, non garantirono alla Lazio la qualificazione alla Finale.

Provare a spiegare a un non-tifoso cosa abbia significato per laziali e romanisti quella finale è impossibile. Dal fischio finale delle semifinali fino al 26 maggio la città è rimasta come sospesa in una nuvola. Avvolta dalla sensazione che quella che si stava avvicinando era una partita unica e irripetibile. Poco importava che si trattasse di una banale Coppa Italia, e che per un semplice gioco statistico prima o poi sarebbe anche potuto riaccadere un derby in finale. Per tutti noi la partita avrebbe cambiato per sempre il modo di essere tifosi. Non solo per i tifosi, ma anche per alcuni giocatori che erano in campo.

Lo scoramento sincero sui volti di Francesco Totti e Daniele De Rossi a fine partita parla più di mille parole. Due romani e romanisti veri, due leggende del campo, campioni del mondo abituati a battagliare negli stadi più importanti del globo. Totti ha battuto un rigore nei quarti dei mondiali del 2006, ha ottenuto una standing ovation dal Santiago Bernabeu, è uno dei più forti giocatori italiani di sempre, ma nulla di tutto questo contava quel 26 maggio. Per loro in quel derby c'erano imballo più questioni di tifo che professionali. Probabilmente nessuna sconfitta ha fatto più male alla loro anima, così tanto simile a quella di noi tifosi che eravamo in tribuna a cantare. E questa è stata una sensazione che ha pervaso tutti i ventidue giocatori in campo. Per tutti, anche per loro, la finale era un appuntamento con la storia, un anno zero dell’eterna rivalità capitolina tra Lazio e Roma.

I Giallorossi hanno più derby vinti, hanno una storia recente più gloriosa di quella di noi laziali – che solo qualche anno dopo quel 26 maggio avremmo rischiato seriamente di finire in Serie B. Tuttavia basta il ricordo del gol di Lulic per sentirci vincitori per sempre. E non è una questione di stupidi sfottò o di infantili prese in giro. Si tratta di una questione di cuore. Tutti noi tifosi, di entrambe le squadre dico, abbiamo lasciato il cuore in quel derby. Abbiamo provato emozioni che difficilmente un tifoso riesce a vivere anche andando allo stadio tutte le domeniche. Una finale secca contro l'avversario di una vita, giocata nello stadio di casa, nella propria città, è una circostanza irripetibile.

Lazio-Roma del 26 maggio 2013 non è stata una semplice partita di calcio. Non è stato solo un derby in finale di Coppa Italia. È stato il manifesto di cosa significhi essere tifoso a Roma, di cosa voglia dire vivere il calcio come lo viviamo noi. E il più grande insegnamento che ho tratto da quell’esperienza è che tifare Lazio è solo il riflesso del tifare Roma. Laziali e romanisti non si sopportano perché siamo due facce di una stessa medaglia. Ci stuzzichiamo di continuo, a volte ci insultiamo, ma lo facciamo proprio perché siamo simili, uniti da un amore bruciante per i colori che ci rappresentano e che con tanto ardore difendiamo. E quindi non posso che ringraziare i tifosi romanisti per tenere sempre vivo il nostro fuoco così come noi facciamo col loro.

La Lazio è stato il primo grande amore della mia vita e il 26 maggio 2013 ho capito, definitivamente, che mai avrei potuto più fare a meno di tifarla. Sarebbe successo anche se avessimo perso. Ma abbiamo vinto. E ancora non abbiamo smesso di festeggiare.


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