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Una foto di squadra dei Denver Nuggets.
, 25 Maggio 2023

Denver non è solo Jokic e Murray


Gli altri protagonisti dell'exploit dei Nuggets, freschi qualificati alle NBA Finals.

"Amiamo Nikola perché è capace di rendere tutti noi migliori". Sembrano le classiche frasi di circostanza del compagno di una delle stelle dell'NBA che, baciato dalla fortuna di dividere il campo con il secondo vincitore del Magic Johnson Trophy dopo Stephen Curry, rende omaggio a colui che sta regalando ai compagni di squadra una cavalcata che, dipendesse dagli altri, non aleggerebbe nemmeno nell'anticamera del cervello. Eppure le parole di Kentavious Caldwell-Pope sono meno retoriche di quel che si pensa. Nikola Jokic, stella dei Denver Nuggets e MVP delle 2023 Western Conference Finals, è il giocatore più forte di una squadra della quale, paradossalmente, si cospargono di elogi il serbo e Jamal Murray e si ignorano con colpevolezza tutti gli altri componenti.

Un dato, estremo ed eccessivo ma funzionale per riconoscere il giusto credito al roster dei Denver Nuggets: il quintetto statisticamente migliore di questi Playoffs non vede l'inclusione né di Jokic né di Murray. Certo, non è assolutamente il caso di dire che i Nuggets siano meglio senza Jokic e Murray, ma vediamo di argomentare meglio questo assunto.

Considerando il +/- medio (plus minus: la somma dei punti realizzati e subiti dalla propria squadra mentre i giocatori sono in campo, tendenzialmente mostra l’impatto medio dei quintetti impiegati) delle varie lineup messe in campo da coach Malone nelle 15 gare dei Playoffs sinora disputate, con +5.8 ci sono loro: Jeff Green, Kentavious Caldwell-Pope, Aaron Gordon, Bruce Brown e Michael Porter Jr. Il dato aumenta addirittura a +9.0 se si considera la sola serie contro Phoenix. Ovvio, si tratta comunque di forzature: il campione è ristretto a 4.4 minuti per partita nelle tre serie di questa postseason, ma il risultato ottenuto è un buono spunto per parlare di quei giocatori di cui generalmente non parla nessuno, obnubilati come sono dall'opprimente presenza di Joker e di Blue Arrow.

In rigoroso ordine alfabetico, il primo dei "comprimari" è Bruce Brown. Unico giocatore delle Conference Finals oltre i 25' di media a non aver registrato alcuna palla persa oltre a Max Strus. Eppure rispetto al tiratore di Miami ha un 3.4% di Usg% in più (Percentuale di utilizzo: stima percentuale dei possessi utilizzati dal singolo giocatore rispetto a quelli di squadra. Maggiore è il valore, maggiore è il numero di possessi conclusi dal giocatore). Nei minuti in cui mancano gli handler principali dei Nuggets, la palla in mano a Brown è in banca. Dopo due stagioni ai Pistons e un altro paio ai Nets, Brown ha finalmente portato al massimo livello NBA lo skillset che ha sempre mostrato dal primo possesso giocato nella Lega.

Grandissimo tagliante, difensore tostissimo nonostante una taglia sottodimensionata per gli standard del ruolo (193 cm x 92 kg, o 6'4'' x 202 lb se preferite, incomprensibilmente, il Sistema Imperiale Britannico), il migliore al mondo se si considera solo il fondamentale del "mantenere l'esplosività generata dal salto a una gamba del terzo tempo sino al momento del rilascio", trash talker anni '90 forgiato da un'adolescenza trascorsa tra Massachussetts, Vermont e Florida. L'uomo del lavoro sporco insomma, colui che si accolla tutte quelle cose che su un campo di pallacanestro bisogna fare per rendere sostenibile un sistema difensivo dove la guardia realizzatrice è sollevata da certe mansioni.

https://twitter.com/TheNBACentral/status/1658907278068654086?s=20

In sede di Draft si parlava di Michael Porter Jr paragonandolo a Kevin Durant. Sono passati 5 anni dal suo arrivo in NBA e, complice una schiena che gli ha impedito di rientrare nella ristretta cerchia a cui #35 dei Suns invece appartiene eccome, lo sviluppo del prodotto di Missouri ha intrapreso una parabola differente. Come Robert Williams III nello stesso 2018 NBA Draft, arrivato alla #27 da Boston con una scelta più bassa rispetto al potenziale per dubbi legati al fisico, Denver si è fidata dei lampi mostrati alla Nathan Hale High School e poi a Mizzou, nelle sole 3 partite giocate in NCAA prima che la zona lombare iniziasse a tormentarlo. 13 franchigie prima dei Nuggets non si erano fidate della sua colonna vertebrale simile alla conformazione di una scopa di saggina. Questo nonostante i suoi polpastrelli morbidissimi come forse nessun giocatore alto 2 metri e 8 ha mai avuto.

La crescita di MPJ, dunque, non è stata fisica o atletica, ma di comprensione del gioco. Nella bolla di Orlando si erano mostrati tutti i limiti in termini di decision making e di versatilità difensiva, ma nel 2023 gli stessi problemi sono parsi un lontano ricordo. A un giocatore con quelle dimensioni è sufficiente calcolare e riconoscere i tempi e le posture nella propria metà campo per sostenere le rotazioni e gli aiuti necessari al suo sistema. Un sistema costruito attorno a un lungo come lui, impiegabile col contagocce nell'1vs1 con i pari ruolo o in uno switching per via di piedi da ballerina maestosi in attacco ma fragili per il lavoro difensivo. Michael Porter Jr però è migliorato: non è il 40.8% da tre o l'atletismo nel finishing al ferro (chiedere a KD per ulteriori informazioni) a strappare un sorriso, ma letture e giocate come queste:

3.0 triple realizzate su 6.8 tentativi a partita. Terzo per volume dietro a Playoff Jamal e MPJ, secondo per percentuale dietro a Joker. La presenza di Kentavious Caldwell-Pope al fianco di Murray e Jokic è fondamentale oltre ogni cifra. È l'unico giocatore nel roster ad aver già vinto un titolo (Lakers 2020), l'unico che sa già cosa fare e come per svoltare le partite che contano. KCP rappresenta l'archetipo del 3&D ormai in via d'estinzione in favore di ruoli più versatili, ma che se interpretato a modo garantisce una certa fluidità nelle rotazioni.

Costantemente dirottato sulla guardia avversaria più forte, dopo due serie passate a vivere e a far vivere le pene dell'Inferno a due superstar molto più giovani come Anthony Edwards e Devin Booker, la serie con Los Angeles ha riproposto un Caldwell-Pope più difensore di sistema che di 1vs1. Leader vocale e carismatico, veterano il cui impatto si dimostra forse più negli attestati di stima dei compagni nello spogliatoio che nei numeri e nelle giocate sul parquet, la sua capacità di adattarsi al lavoro sulle linee di passaggio e a un gioco con la palla minimale potrà tornare utile in quelle che saranno le prime NBA Finals della storia di Denver.

Quanto possono condannare le etichette poste a inizio carriera sullo sviluppo della stessa? Aaron Gordon, sino alla trade che l'ha portato in Colorado nel febbraio 2021, era considerato un atleta pazzesco, uno schiacciatore clamoroso, il massimo realizzatore degli Orlando Magic della seconda metà degli anni '10, una squadra che puntava direttamente alle scelte più alte nella Lottery. Le prime 10 partite di Gordon in maglia Nuggets – incastonate tra il trasloco dal caldo della Florida alla neve di Mile High City e il primo infortunio al crociato di Murray del 12 marzo 2021 – avevano fornito una predizione su dove sarebbero potuti arrivare i Nuggets e su cosa Aaron poteva aggiungere in una squadra da titolo.

Quando si è di fronte alla marcatura singola di Karl Anthony Towns, Kevin Durant e LeBron James la via da percorrere è una. Lavorare ogni singolo contatto per impedire una ricezione pulita e fare faticare il più possibile la creazione di un tiro ad alta percentuale, nella speranza che alla lunga si possano stancare prima di te. Tre lunghi ugualmente complicati da arginare ma dalle caratteristiche agli antipodi, accomunati nei Playoffs 2023 dalla stessa sorte: cucinati a fuoco lento da Aaron, usurati dallo sforzo richiesto possesso dopo possesso per avere la meglio di uno dei corpi più efficienti dell'NBA contemporanea, potente e statuario allo stesso tempo, nel suo prime atletico. Gordon è passato dal "sa solo schiacciare" che la narrativa gli aveva costruito attorno prima e dopo il migliore Slam Dunk Contest della storia, all'essere il difensore della stella avversaria per 15 partite di fila. Il tutto senza essere battezzabile dall'arco (35.1% da tre su 2.5 triple di media, percentuale diminuita notevolmente tra l'altro dopo le WCF con LA).

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Su chi sarà il settimo uomo della rotazione dei Nuggets nella serie finale, un piccolo punto di domanda è lecito mantenerlo. La ragione indica Jeff Green, unico giocatore NBA ancora in attività oltre a Kevin Durant ad aver vestito la canotta dei Seattle Supersonics, esperto difensore e autore della canonica Statue of Liberty Dunk che compare una volta sì e una no nella top 10 delle giocate della notte NBA ormai da 15 anni. Il cuore indica Christian Braun, un po' per sentire i telecronisti confondersi con Bruce e un po' perché rappresenterebbe l'ulteriore dimostrazione che si può impattare in NBA sin dalla prima stagione – dopo 3 anni di College dove si era un certo tipo di giocatore – con un ruolo e delle funzioni completamente diverse grazie al coaching staff e al contesto giusto. Tutti i Denver Nuggets che non siano Jokic o Murray stanno adempiendo al massimo alla loro funzione: lavorare ai fianchi le certezze strategiche e fisiche dell'Ovest, permettendo al roster di Malone di arrivare relativamente riposata alle Finals (solo 3 sconfitte sinora, in aggiunta alle 12 canoniche vittorie richieste per raggiungere la vincente dell'Est: Boston ne avrà 8 e Miami almeno 4), con corpi con l'argento vivo addosso che anelano all'oro finale.

Perché sì, nel momento in cui il talento grezzo a disposizione dell'NBA è ai massimi storici sono la creazione dell'ambiente di lavoro, la disponibilità ad adattare e adattarsi e la posa delle fondamenta nascoste sotto la superficie, gli elementi che fanno la differenza tra una buona squadra, un'ottima squadra e una squadra da anello. Difficilmente visibili all'occhio miope di chi si ferma ai 53 punti di Jokic o ai quarti quarti di Murray, sono i giocatori di sistema a rendere i Denver Nuggets una squadra da ricordare nella storia. A prescindere che l'Anello arrivi o meno.


  • (Bergamo, 1999) "Certe conquiste dell'anima sarebbero impossibili senza la malattia. La malattia è pazzia. Ti fa tirare fuori sentimenti e verità che la salute, che è ordinata e borghese, tiene lontani."

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