
Medvedev ha vinto anche contro se stesso
Dietro la vittoria di Roma c'è un lungo percorso di redenzione.
Il pubblico è zitto. Daniil Medvedev è immobile con le gambe divaricate, dopo aver rispedito dall'altra parte della rete l'ennesimo attacco di Rune. Ne esce una traiettoria altissima che scompare dallo schermo del televisore. Tutti seguono la palla con lo sguardo, e in quegli istanti è come se il tempo faticasse a procedere, rallentato. A ristabilire l'ordine naturale delle cose ci pensa il giudice di sedia Carlos Bernardes, che indica il rimbalzo della palla di Rune e pronuncia l'unica parola che il danese non voleva sentire: out.
Il tempo ricomincia a correre. Il pubblico esulta e Medvedev si sblocca. Sorride verso il suo angolo e si inginocchia con le braccia larghe. L'immagine fa un certo effetto: è la prima volta che stabilisce un contatto diretto, volontario, quasi intimo, tra sé e la terra rossa. In un momento del genere, quando vinci un torneo, la reazione immediata è sempre di pancia.
E il fatto che Medvedev, di pancia, lasci che le sue ginocchia cedano sulla superficie che ha sempre odiato, forse significa che qualcosa è cambiato. Il trionfo in un torneo di cui non aveva mai vinto nemmeno una partita ne è la chiara dimostrazione.
Che un giocatore prediliga una superficie piuttosto che un'altra fa parte del gioco, è una delle principali caratteristiche del tennis. Non è un caso che i tornei più importanti siano quattro, uno per superficie, e che il massimo traguardo che un tennista possa raggiungere, ovvero il Grande Slam, non sia nient'altro che conquistarli tutti nello stesso anno. Grande Slam significa vincere il cambiamento, adattando se stessi e il proprio tennis al pubblico e al terreno di gioco, in continua alterazione. In una parola, onnipotenza.
Ma il rapporto di Medvedev con la terra rossa, il suo odio viscerale per quella superficie, era così assurdo da diventare un vero e proprio meme. Che uno dei giocatori più forti e dominanti al mondo diventasse così vulnerabile solo giocando su terra era fuori da ogni logica. Perché certo, qualche motivazione tecnica c'era anche, come la difficoltà a scivolare fluidamente e la mancanza di alcune soluzioni ad hoc per la terra (palla corta e servizio in kick su tutte), ma le sue ottime capacità agonistiche e difensive avrebbero anche potuto adattarsi.
Le sue continue lamentele trasformavano le partite in spettacoli tragicomici che facevano il giro del mondo. Gli esempi sono numerosissimi, dal "non voglio giocare su questa superficie!" di Madrid 2021 contro Davidovich Fokina, al "mamma mia Santa Italia" di Roma contro Karatsev, dove non riesce a trattenere le risate nemmeno uno sconsolato Rublev, che guarda il match dalla tribuna.
Medvedev dava l'impressione di giocare sul rosso perché obbligato, come un bambino a cui i genitori hanno detto di finire i compiti prima di giocare alla play, e ogni errore era un'occasione in più per confermare agli altri e a se stesso che quella superficie non facesse per lui. In psicologia si chiama minaccia dello stereotipo: ci comportiamo in modo tale da far avverare i nostri pregiudizi.
Medvedev era ostacolato unicamente da se stesso, da un pregiudizio sul suo gioco fondato sì su alcuni fatti, ma davvero elaborato al livello della coscienza razionale. Mettersi in discussione, ammettere di essersi sbagliati, è una delle cose più difficili in assoluto, soprattutto in uno sport solitario come il tennis. E in fondo a Medvedev poteva andare bene così. Nonostante i pessimi risultati sulla terra battuta era comunque tra i primi giocatori del mondo – a febbraio 2022 aveva raggiunto persino il primo posto nella classifica ATP. Anche altri tennisti evitano la terra. Nick Kyrgios per esempio, con un palmares molto meno ricco del russo, ha deciso ogni anno di saltare la stagione su terra, ripresentandosi, se integro, sui prati dell'All England Club di Wimbledon.
Se tra i due però ci sono 13 titoli di differenza è anche per disciplina che ci mette Medvedev. La sua dedizione al lavoro, che sia sul campo o nella testa. La stagione 2023 sembrava promettere bene. A Montecarlo Medvedev perde ai quarti con Rune, poi finalista, ma batte pure due specialisti della terra come Sonego e Zverev, nonostante quest'ultimo non fosse ancora al top della forma. A Madrid esce agli ottavi contro Karatsev, poi semifinalista. Non sono risultati da capogiro, ma Medvedev dà l'impressione di essere più centrato, più convinto. Dentro il campo, la commedia degli scorsi anni lascia spazio a un romanzo di formazione che culminerà al Foro Italico.
Ruusuvuori al primo turno è rognoso. Non tanto per le capacità tecniche, non all'altezza di Medvedev, quanto più per la sua serietà tipicamente scandinava. Il finlandese non è propenso a battersi da solo e ti costringe fin dall'inizio a una partita attenta, senza cali di concentrazione. Il break subìto nel primo game al servizio sembra rievocare il copione del 2021: sotto 2-0, lamentele, polemiche, partita che scivola via. Ma non questa volta. Medvedev non fa una piega, e appena gli si presenta l'occasione recupera il break di svantaggio. Vincerà 6-4 6-2.
Un esempio di come Medvedev sia migliorato sulla superficie. Servizio forte e centrale, palla corta tatticamente perfetta, rapidità nello spostamento e vincente in scivolata.
Al secondo turno lo aspetta Zapata Miralles, il tipico giocatore che sulla terra è meglio non incontrare. Spagnolo, urlatore seriale e, nel suo piccolo, specialista della superficie (quarto turno al Roland Garros il suo miglior risultato Slam), che tra un vamos e l'altro vince il primo set 6-3. Ma anche qui il discorso è analogo a quello fatto con Ruusuvuori. Medvedev perde i game ma non la concentrazione, un leitmotiv che si ripeterà per tutto il resto del torneo, specie nella finale con Rune.
Partite del genere non fanno altro che fortificare sempre di più la fiducia nei suoi mezzi. Perché, a dirla tutta, il suo gioco non è stravolto rispetto agli anni scorsi. Si nota sicuramente una maggiore fluidità nei movimenti, un aspetto chiave del suo tennis, ma la differenza sostanziale è l'approccio meditativo-zen che adotta in ogni punto.
A questo punto arriva anche un aiutino dal cielo. Una pioggia costante che mai si era vista agli Internazionali d'Italia indurisce la terra. La sensazione sotto i piedi ora è più vicina a quella sui campi in cemento, l'amore tennistico di Medvedev. Ci sono tutti i presupposti per un grande torneo.
I lussuosi ottavi di finale contro Zverev sono la prova del nove. Il tedesco è rientrato da poco dall'infortunio, ma a Roma è pur sempre campione. Per come ha giocato nei primi due turni, Medvedev è il favorito, e le aspettative non sono deluse. Il primo set è a senso unico, con Zverev completamente in balia dell'avversario a tratti ingiocabile, come sottolineano al commento. La statistica della partita è senza dubbio il rendimento di Medvedev quando mette in campo la prima: 83% di punti vinti.
Il fatto che la vittoria ai quarti di finale con il qualificato Hanfmann sia considerata scontata, la dice lunga su come è cambiata la percezione del gioco di Medvedev. Il tedesco ha eliminato Fritz, un ritrovato Cecchinato e addirittura Rublev, spazzando via le possibilità di un derby sovietico con l'amico Daniil. Medvedev lo regola con un doppio 6-2 6-2 e si prenota un posto in semifinale, dove incontrerà Tsitsipas.
Da questo momento in poi non c'è bel gioco che tenga: il greco è favorito, e nel caso dovesse batterlo partirebbe nuovamente in svantaggio in finale, dove lo aspetta Rune, che lo aveva già sconfitto a Montecarlo. La partita con Tsitsipas porta con sé ben altro. Ogni incontro tra loro due è un nuovo capitolo di una faida che va avanti da anni. Polemiche sul coaching e toilet break sono solo la membrana esterna che ricopre un nucleo ben più profondo, e per certi versi ovvio: due tra i giocatori più forti della stessa generazione che lottano per avere la meglio sul rivale. Per Medvedev non poteva esserci sfida più stimolante. Battere Tsitsipas sulla sua superficie preferita non ha prezzo, specie se sei il meno quotato.
I temi della partita sono essenzialmente due: il posizionamento in risposta e la diagonale di rovescio. Molto arretrato il primo, praticamente senza più spazio dietro le spalle, molto favorevole la seconda, dato che il rovescio di Tsitsipas risulta particolarmente attaccabile. Il mantra poi è sempre lo stesso: massima attenzione; alcuni punti e alcuni game, anche al servizio, si possono pure perdere. Sul 5-5 servizio Tsitsipas emerge un ulteriore elemento che di fatto sposta gli equilibri. Un fattore che trascende la superficie e che è fondamentale in ogni sport: la gestione dei momenti. Medvedev è un agonista con pochi rivali nel circuito, e quando bisogna dare una spallata al set, ecco che arriva il break. 7-5.
Riassunto di quanto detto. Medvedev rimane dietro in risposta anche su una seconda di servizio, imposta lo scambio sulla diagonale di rovescio e lascia che sia Tsitsipas a sbagliare, portandosi a palla break. L'avversario sente la pressione e subito dopo commette doppio fallo.
Nel secondo set il refrain è identico. Quando arriva il momento decisivo è Medvedev ad avere la meglio. Doppio 7-5 e balletto finale in risposta a quello che Tsitsipas gli fece a Cincinnati nel 2022. Vittoria in grande stile e pesante stoccata all'umore del rivale.
La finale contro Rune è un remake del match ai quarti di Montecarlo, dove il giovane danese aveva vinto senza troppi problemi 6-3 6-4, dimostrando una netta superiorità tecnica e territoriale. Il fatto però che il livello di Medvedev sia cresciuto a dismisura in poco più di tre settimane, e che il terreno di gioco lo renda più a suo agio rimescola tutte le carte. Tutto sembrava apparecchiato per la sua redenzione.
In finale Medvedev ha saputo nuovamente alzare il livello nei punti più importanti, facendo valere la differenza d'età con Rune, ma è soprattutto riuscito a mantenere la partita su ritmi bassi. Nessuna gara a chi tira più forte, dove avrebbe perso senza storia. Piuttosto ha giocato con pazienza e scambi lunghi, e limitato Rune ad alcune sporadiche fiammate che non cambiano la partita. Abbiamo ritrovato il tennis migliore di Medvedev: la sua intelligenza, le sue letture, un gioco in cui cervello e polso si fondono indistintamente. Non c'è ancora piena costanza – il primo game al servizio del secondo set lo ha perso a 0 – ma l'evidente disagio anche solo della scorsa stagione è un lontano ricordo. Medvedev è anzi riuscito ad esportare i suoi colpi migliori anche sulla terra battuta. Il 48% di punti vinti in risposta ad una prima di servizio è un numero enorme che fotografa la partita, soprattutto se lo completiamo con il dato di Rune, che si ferma al 24%.
Il primo punto è forse il migliore della partita. Medvedev risponde due metri e mezzo dietro la linea di fondo e inizia a comandare lo scambio con colpi profondi e angolati. Copre benissimo il campo e non dà alcuna chance a Rune di avvicinarsi e attaccare.
E adesso diventa un problema per tutti, perché il Medvedev più in forma di sempre sulla terra si appresta a giocare il Roland Garros più incerto degli ultimi quindici anni, con il forfeit di Nadal e l'assenza di brillantezza di Djokovic e Alcaraz che potrebbero spalancargli il portone per il capitolo finale della sua redenzione.
Prim'ancora che Rune, a Roma Daniil Medvedev ha sconfitto i suoi stessi preconcetti. Nell'intervista subito dopo la vittoria finale ha detto: "Mi sono sentito benissimo in allenamento. Sono felice di aver dimostrato a me stesso e a tutti che posso farcela". Sono parole che testimoniano la fine di un percorso psicologico tortuoso e impegnativo. Medvedev finalmente redento, quindi, sdraiato felice sulla tanto odiata terra rossa. Da oggi forse non più così odiata.
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