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Illustrazione di Rafa Nadal, a cura di Lucio Pelliccioni
, 22 Maggio 2023

Rafael Nadal, romanzo di un martirio


Per la prima volta in carriera, lo spagnolo non giocherà al Roland Garros.

Carlos Moyá è rilassato, tiene le mani dietro la schiena. Indossa gli occhiali da sole e, anche se non si scorge il suo sguardo, ogni tanto si lascia andare a un sorriso timido, di circostanza. È il ruolo dell'allenatore: mostrarsi rassicurante, lucido, distaccato. Questa volta però non serve a niente. Rafael Nadal si accascia sulle ginocchia e per una manciata di secondi il tempo si cristallizza. Rimane immobile, la faccia che punta al suolo, i piedi tenuti troppo vicini come se il suo corpo fosse dominato da un raptus di goffaggine. Gli si avvicina un giovane uomo – non possiamo sapere chi – e forse gli chiede come va. Nadal racimola l'ultimo afflato di energia che può attingere dalla propria carne consumata. Si porta le mani sulle anche e scuote la testa.

È passato un anno dalla vittoria del ventiduesimo Slam, il Roland Garros più insperato. A ogni partita di quel torneo Nadal aveva combattuto faustianamente contro il suo piede sinistro, afflitto dalla congenita sindrome di Müller-Weiss. Nadal aveva accettato un patto col demonio: giocava grazie a iniezioni che gli addormentavano i nervi del piede, così da anestetizzare il dolore. Quanto sarebbe durato quel martirio? Ancora prima, a Roma, era stato sconfitto da Shapovalov agli ottavi. Nadal zoppicava nei cambi di campo, lacerato dalla sofferenza. Più che la sublimazione di una carriera infinita, quindi, il 14esimo Roland Garros era stato l'epitome del sacrificio religioso di Nadal per poter giocare ancora a tennis. O almeno è così che lo ricordiamo oggi.

È passato solo un anno da quel fugace momento di felicità – «non avrei mai pensato di trovarmi qui» aveva detto dopo la finale – ma per Nadal dev'essere passata una vita intera.

Il video è crudele. A Manacor, dove Nadal ha costruito la sua Academy, il sole picchia sui campi da tennis. Sono i primi giorni di maggio e l'aria è balneare, auspicio di un'estate che sta già bussando. Dopo le smorfie che restituiscono l'idea della sua difficoltà ad avere anche solo a che fare col suo stesso corpo, Nadal interrompe l'allenamento. Mancavano quindici giorni al Roland Garros e Nadal si manteneva in piedi a stento. L'annuncio ufficiale della sua assenza da Parigi arriva pochi giorni dopo, in una conferenza breve e concisa. Nadal è sempre stato un diplomatico del tennis, il più incline a inviare messaggi ai suoi tifosi come un imperatore annoiato. Eppure man mano che la conferenza prosegue la tranquillità sparisce dalla prossemica di Nadal. Il volto si inscurisce, inarca un sopracciglio quando parla del problema all'ileopsoas – un muscolo dell'anca – che patisce da gennaio 2023.

Lo avrebbe dovuto tenere fuori dalle quattro alle sei settimane, e invece sono passati sei mesi. In questo periodo Nadal si è mostrato pochissimo, e ogni volta lo abbiamo ritrovato più corrucciato. A volte Nadal assomiglia a un fantasma che si accorge di essere morto. I limiti del corpo da scalare sono finiti?

Che qualcosa non andasse nel suo fisico lo avevamo capito già verso la metà del 2022. Nadal si era ritrovato in una condizione impronosticabile a inizio stagione. La sua forma continuava a essere precaria, ma aveva vinto i primi due Slam dell'anno. Il primo era arrivato in Australia contro Daniil Medvedev al quinto set, in una battaglia tattica durata più di cinque ore. Contro un tennista di 25 anni, era stato ancora lui, il vecchietto sulla soglia del ritiro, a dare lezioni di etica. «A fine partita gli ho chiesto: ma non sei stanco?» aveva provato a sdrammatizzare Medvdev, che era andato in vantaggio di due set a zero.

Nadal era stato fermo sei mesi e nessuno si sarebbe aspettato un ritorno del genere. Aveva rischiato di perdere già contro Shapovalov ai quarti, il suo tennis era solido ma spuntato della sua solita efferatezza. Con Moyà aveva deciso di lavorare la prima di servizio, inspessendo quel fondamentale per limitare gli scambi. Il più grande tennista su terra, quello che godeva a sfinire gli avversari con scambi che parevano non finire mai, adesso aveva introdotto persino il serve and volley per accorciare il gioco.

Per vincere a Nadal era servito aggirare ancora i limiti dell'immanenza corporea. In finale il suo classico dritto uncinato, eseguito arpionando la pallina quando quella sembrava già scappata, era ammantato di una goccia di splendore unica. Lo aveva provato poche volte, come se anche i suoi vecchi colpi fossero troppo usuranti per questa versione nichilista. Rafa Nadal come ultimo filosofo stoico, quindi. Esponente di una disciplina inumana, che lo mette ogni giorno di fronte alla sua finitudine. C'è un solo modo in cui Nadal ha vinto durante tutta la carriera e riguarda la ferocia mentale.

Guardate come Nadal vince i punti importanti del quinto set. Non può più correre come un cavallo pazzo da un angolo all'altro e perciò aumenta il controllo cerebrale sugli scambi. Nella partita Medvedev avrà toccato anche picchi superiori, ma non ha potuto evitare la sconfitta contro un tennis così spirituale come quello di Nadal. Un tennis che non lo abbandona mai, che lo mette continuamente davanti all'atroce consunzione del suo fisico.

La stagione di Nadal era continuata con la vittoria di Acapulco – dove era tornato a battere Medvedev, stavolta in semifinale – e anche a Indian Wells nessun altro tennista pareva intralciarlo. Si è iniziato a discutere della veridicità dei suoi infortuni, qualcuno ha avanzato l'ipotesi che fingesse. Come poteva un giocatore così logoro non avere rivali? Poi c'è stata la finale di IW contro Taylor Fritz e forse è lì che abbiamo capito quanto il tennis di Nadal si reggesse su un filo invisibile. In semifinale aveva vinto la battaglia per l'usurpazione contro Carlos Alcaraz in mezzo a una tempesta di vento da film western, ma il suo busto aveva ceduto a quei ritmi. Nadal aveva deciso di non ritirarsi e ha giocato comunque la finale, poi persa, contro Fritz con uno strappo ai pettorali: «Ho provato a fare del mio meglio, ma oggi non era possibile. Complimenti a Taylor, ha giocato bene».

Per scrivere questo pezzo ho deciso di parlare con un mio amico, appassionato di tennis e tifoso di Nadal più o meno da sempre. Quando gli ho chiesto come stia vivendo questo momento difficile, in cui quei problemi fisici si sono cronicizzati in una fragilità imbarazzante, lui mi ha risposto: «So che è una parola abusata, ma non riesco a non dire che quella di Nadal è una prova di resilienza insensata. Non c'è modo di razionalizzare tutta questa sofferenza». E in fondo è vera questa immagine di Rafa Nadal, capace di piegarsi di fronte al proprio corpo senza soccombere e tornare sempre più agguerrito.

Ci siamo abituati ad atleti che restituiscono l'idea platonica di perfezione fisica. Come pubblico, siamo i primi a spaventarci di fronte alle loro debolezze. Pretendiamo l'assoluto e se non lo riceviamo andiamo nel panico. È servito lo sfogo di Giannis Antetokounmpo per arrivare a parlare del topos del fallimento sportivo. Nel tennis questa retorica raggiunge se possibile picchi ulteriori. Ogni partita è una battaglia solitaria, una "boxe senza contatto" per citare Andre Agassi. In un contesto simile, la capacità di performare fisicamente, di avere un corpo perfetto, è essenziale. Come disse una volta il medico Ferdie Pacheco di Muhammad Ali: «Se mi avessero chiesto il più forte esemplare di essere umano, gli avrei portato Muhammad. Il suo corpo era perfetto: se aveva un raffreddore, guariva in un giorno».

Rafael Nadal è sempre stato imperfetto. A 19 anni era chiaro che la bio-meccanica dei suoi colpi – famelici, rabbiosi, intensi oltre l'umano – gli avrebbe distrutto le ginocchia, e così è stato. Nel 2012 è andato vicino al ritiro dopo la lesione alla rotula. Il suo sponsor tecnico, Nike, ha dovuto costruire una scarpa ad hoc per il suo piede. Se oggi Nadal è il tennista più vincente di sempre insieme a Novak Djokovic è per un glitch della realtà. Non sarebbe dovuta andare così: per giocare a tennis a quei livelli, Nadal ha vissuto come se il suo percorso sportivo fosse una Via Crucis interminabile.

Prima dei quarti di finale del Roland Garros 2022, Rafa Nadal era stato laconico: «Può essere la mia ultima partita». Eravamo pronti a salutarlo, estasiati da un ultimo epico scontro con Djokovic. Lui però aveva comandato gli scambi fin dal primo game, prosciugando tutta l'aura funebre che aveva circondato il Philippe Chatrier. La scenografia della terra rossa, condita dai grugniti di Nadal, i polsini che gli sembravano scoppiare su braccia sempre più grosse, accentuava la nascita del mito. Era una partita di tennis o la processione del dolore?

Certo questo ruolo di martire non gli è mai andato giù. Nel 2018 si era lamentato con gli organizzatori delle superfici troppo dure. «Ci sono troppi infortuni, non so cosa ci capiterà se continuiamo così» disse Rafa. «C'è una vita oltre al tennis». Eppure è strano sentirlo dire a lui, considerato da molti il più grande agonista di sempre. Un atleta inimitabile nei risultati, eppure fragile come lo è ognuno di noi.

Spesso si parla della disumanità di Rafa Nadal, della sua capacità di trovare energie inesauribili. Come se fosse il protagonista di un anime, la sua forza spirituale aumenta nei momenti decisivi. Allo stesso tempo, nell'ultimo anno i tifosi si sono sentiti legati a lui come a un parente stretto. Il legame empatico con il suo dolore è stato irripetibile. A luglio si è ritirato da Wimbledon per una lesione addominale prima della semifinale contro Kyrgios. Nei quarti contro Fritz aveva giocato in trincea; ogni servizio era un urlo strozzato, una passione irrefrenabile. Nadal non riusciva a mettere in campo una prima, ma ha vinto al quinto set. L'hanno accusato ancora di fingere, anche se – stando a ciò che ha raccontato Marca – la lesione era profonda 7 millimetri.

Poi a ottobre c'è stato il ritiro di Federer. A fine partita Nadal è scoppiato in lacrime, inconsolabile come se una parte di lui se ne fosse andata per sempre. Ha abbracciato Federer, e nel momento più difficile si sono tenuti per mano. Il Fedal come ultima corrispondenza amorosa possibile nel tennis. Era questa emotività che nascondeva, Nadal, sotto quella patina guerriera.

Forse conoscevo già la risposta, ma ho chiesto lo stesso al mio amico se si aspettasse qualcosa dal futuro di Nadal nel tennis a parte il ritiro. «No, ho deciso di mollarlo. Per me è finito tutto al Roland Garros dell'anno scorso» mi ha detto. Mentre lo ascoltavo parlare ho pensato alla commozione con cui i tifosi hanno salutato Federer, ho pensato che forse non è giusto che Nadal possa non ottenere un tributo simile. Il mio amico ha continuato: «Il mio cuore non seguiva la sua sofferenza».

Racconteremo a lungo di Rafa Nadal, del suo essersi rivelato – dopo tutto – effimero come tutti gli esseri umani. Ed è stato ancora più speciale vederlo combattere contro la sua stessa natura per protrarre la sua eccezionalità il più a lungo possibile. Oggi rischia di uscire dalla top 500, non sappiamo se e quando tornerà a giocare a tennis. Anche se dovesse tornare in campo, cambierebbe qualcosa?

Rafael Nadal è stato il contrario della divinità di cui era avvolto Federer. Con il tempo si è avvicinato a quella parabola metafisica, regalandoci il suo talento più essenziale. Guardarlo giocare non è stata un'esperienza bella in sé. È stata una lezione morale, intima, umana, da cui siamo partiti per riflettere su noi stessi. Nadal ha incarnato il senso del tennis nella sua profonda natura psicologica. Ci ha ricordato che lo sport può alleggerire l'esistenza, renderla più accettabile di fronte al dolore. E ci ha comunicato tutte queste cose rimanendo se stesso, anche quando lo abbiamo ritrovato senza energie per terminare l'allenamento.

Nadal non avrebbe potuto fare di più.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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