
La primavera della Fiorentina
La rinascita dei viola è partita dalle periferie del calcio europeo.
Nell’inattesa rinascita primaverile del calcio italiano, c'è un’impresa che spicca più di altre. La Fiorentina che sbanca il St. Jakob Park di Basilea, dopo una tragedia teatrale lunga centoventinove minuti, è un momento destinato a rimanere nella storia quasi centenaria del club. La finale che la squadra di Vincenzo Italiano ha raggiunto a notte inoltrata è la prima finale europea per la Viola dopo trentatré anni e fa il paio con quella di Coppa Italia che si giocherà mercoledì prossimo a Roma contro l'Inter.
Un traguardo, quello delle due finali da giocarsi nella stessa stagione, che la Fiorentina aveva raggiunto solo un’altra volta nella sua storia: era l'annata 1960-61 e i Viola guidati in campo da Kurt Hamrin vinsero prima la Coppa Italia e poi la Coppa delle Coppe – l’unico trofeo internazionale nella bacheca del club. Traslato ai giorni d'oggi, l'ormai preistorica Coppa delle Coppe può essere paragonata alla Conference League e il percorso dei viola, a distanza di sessantadue anni, sembra sovrapponibile. Nella Conference questa Fiorentina ha trovato la sua perfetta dimensione, un ulteriore gradino di crescita per un gruppo che dall'avvento di Vincenzo Italiano non ha mai smesso di migliorare.
Da Enschede a Praga
Dopo sei anni di assenza dalle coppe europee, il settimo posto della scorsa stagione è stato festeggiato quasi come un titolo a Firenze. L'ambiente e la squadra hanno da subito guardato al cammino europeo come una priorità: lo si intuiva dalle dichiarazioni della scorsa estate a Moena, quando Italiano, alla seconda stagione in viola e al debutto personale in Europa, parlava del play-off di agosto contro il Twente come di una finale che avrebbe cambiato il volto dell'annata.
Il doppio incrocio con gli olandesi inizia con un 2-1 firmato Arthur Cabral e Nico Gonzalez, in mezzo a una tempesta estiva di metà agosto. Ma è nel secondo atto, ad Enschede, che arriva la sliding door del percorso europeo. Siamo in pieno recupero, il punteggio è sullo 0-0 ma i viola sono in dieci per una sciocca espulsione rimediata da Igor. Il Twente carica a testa bassa e in area di rigore spiove un traversone tagliato dalla sinistra. Brenet sfugge alla marcatura di Martinez Quarta ed incorna a botta sicura a pochi passi dall'area piccola. Terracciano sfodera una parata in stile Curtois e pizzica con la punta dei guantoni un pallone diretto all'angolino, deviandolo in angolo. A fine partita gli account social del club, citando Dante, celebrano la parata come il gesto che ha permesso alla Fiorentina di "uscire a riveder le stelle".
La rincorsa della Fiorentina alla finale di Praga nasce quindi dai guantoni di un portiere che per la prima parte della carriera è stato solamente un ottimo secondo. La magia della Conference League, d’altra parte, è proprio quella di esaltare la “normalità”, e così anche Terracciano diventa super nei giovedì europei. Un'affermazione che fino ad un anno fa sembrava utopia.
Il percorso in Conference funge da ancora per una Fiorentina che a metà stagione, a cavallo della pausa nazionali, rischia di perdersi tra una grigia classifica di Serie A ed alcuni spinosi casi di mercato: Nico Gonzalez, che a gennaio sembra ad un passo dal Leicester, e Sofyan Amrabat, che dopo il Mondiale viene già trattato come un giocatore del Barcellona. Le partite del giovedì, in cui la Fiorentina si confronta con avversari qualitativamente inferiori, servono ad acquisire sicurezza, soprattutto per un attacco che in campionato spara a salve ma in Conference diventa presto il migliore della competizione.
Nelle partite del giovedì sera Italiano sperimenta; prova soluzioni nuove. Contro il Basaksehir, a ottobre, per la prima volta in carriera mette da parte il 4-3-3: arretra Amrabat e Mandragora in una mediana a due e avanza il terzo centrocampista sulla trequarti per aumentare le connessioni centrali e limitare la tendenza del possesso a girare per il largo. Un piccolo cambiamento che innesca, almeno in parte, la rinascita primaverile. A metà febbraio il cambio di ritmo che porta i viola a cavalcare una serie di quattordici risultati utili consecutivi tra campionato e coppe.
Vincenzo Italiano è probabilmente l’artefice principale del Rinascimento viola. L’anno scorso è arrivato in una Fiorentina che, da diversi anni, lottava per non retrocedere e ha centrato una qualificazione europea al primo colpo. Quest'anno, comunque vada, ha alzato ulteriormente l'asticella. La sua carriera da allenatore finora è stata un crescendo continuo: cinque anni fa ha vinto i play-off di Serie D con l’Arzignano; l’anno dopo quelli di C con il Trapani e, un anno dopo ancora, quelli di B con lo Spezia. Tre volte su tre ha vinto al primo tentativo. E anche in Europa, al primo tentativo ha raggiunto un'altra finale, mostrando che nelle gare a eliminazione ha evidentemente una marcia in più. Numeri alla mano, da quando è l'allenatore della Fiorentina, ha affrontato dodici turni ad eliminazione diretta, riuscendo a passare in undici occasioni; l'unica eliminazione risale alla semifinale di Coppa Italia dell'anno scorso, persa contro la Juventus.
Una rinascita che passa dai singoli
Il "boost" a livello di risultati è dato soprattutto da alcuni ingranaggi che iniziano a girare nel verso giusto: uno su tutti è Dodò, il cui valore è sempre rimasto un'incognita fino a inizio febbraio, nello spareggio contro il Braga. Da allora, in pochi mesi, il brasiliano ex Shakhtar si è trasformato in un leader. Firenze, che si aspettava il classico esterno brasiliano esplosivo, si è ritrovato un difensore arcigno, che in poche settimane è diventato un eroe con le sue corse e i capelli tinti di viola.
Un percorso simile lo ha vissuto anche Arthur Cabral. E, anche per lui, la redenzione è arrivata contro il Braga, con una doppietta da subentrato decisiva per indirizzare il confronto. Ne ha aggiunto, poi, un altro al ritorno, dopo il quale ha imitato il gesto del Var, autore poco prima di un pasticcio clamoroso che di fatto aveva provocato l'annullamento di una sua rete. Il brasiliano è il primo a cambiare faccia nelle partite del giovedì sera: in questa stagione ha segnato 7 gol in Conference – gli stessi che ha segnato in tutto il campionato – che, aggiungendoci i 5 della scorsa, lo rendono il miglior marcatore di sempre della competizione; una sorta di Cristiano Ronaldo minore.
Un altro calciatore che deve benedire l'iconico inno dell'Europa League – e quindi della Conference – è Nico Gonzalez: l'argentino convive da ormai due anni con l'etichetta dell'acquisto più caro della storia della Fiorentina e mai come nella prima parte di stagione è sembrato soffrirci. Ha avuto un'annata molto difficile, con anche la macchia di un Mondiale saltato a pochi giorni dal debutto per l'ennesimo guaio fisico.
Anche per lui il riscatto è arrivato, dopo tante critiche e tanta fatica, in una partita del giovedì sera, nello specifico a Poznan, nei quarti di finale contro il Lech: prima con il palo da cui arriva l'ennesimo gol di Cabral e poi con una bellissima rete in sospensione di testa per decidere la partita di andata. Dopo lo psicodramma sfiorato nella partita di ritorno, ha replicato a Basilea offrendo l'ennesima risposta alle critiche e diventando anche un volto della grande rimonta della Fiorentina. La Conference, in definitiva, è stata, per Nico, il palcoscenico ideale per silenziare i mugugni della piazza sul suo cartellino e sulle sue prestazioni.
L'Europa come opportunità
Se torniamo ancora una volta a metà febbraio, il punto di rottura e di discontinuità della stagione, lo stesso Commisso era nell'occhio del ciclone per gli investimenti fatti e soprattutto per alcune cessioni – Vlahovic in primis – tutt'ora dolorose per il popolo fiorentino. Dopo il pari interno contro l'Empoli di metà febbraio, le immagini di un'accesa lite fuori dal Franchi tra Joe Barone e un tifoso viola sembravano testimoniare una rottura difficilmente sanabile tra società e piazza.
Sono di ieri invece le immagini di un altro post-partita, decisamente diverso, con Commisso e Barone che scendono sul terreno del St. Jakob per festeggiare insieme ai 2mila tifosi viola presenti. In questa infinita stagione – che la Fiorentina concluderà avendo giocato la cifra record di 60 partite – il percorso in Conference ha fatto tutta la differenza del mondo: più di quello in Coppa Italia, il percorso viola partito quest'estate da Enschede e che si concluderà a Praga il prossimo 7 giugno ridà dignita ad una stagione che, spogliata della Conference, sarebbe una delle tante vissute negli ultimi anni nel capoluogo toscano. A prescindere da come andranno le due finali, soprattutto quella di Praga, il 2023 sarà un anno che a Firenze si ricorderà ancora per molto.
L'annata della Fiorentina è un inno ad una competizione che può far sognare realtà normalmente estromesse dall'elite del calcio e, in questo, anche il suo atto conclusivo, con l'incrocio col West Ham, dà ancora più valore a questa Conference: due delle squadre che erano tra le favorite ai nastri di partenza si ritrovano in fondo, avendo avuto la forza di non perdersi negli angoli più remoti del continente, in un perfetto trionfo della middle-class.
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