
La redenzione di Granit Xhaka
Il centrocampista dell'Arsenal sta disputando la miglior stagione della sua carriera.
Quando, nel dicembre 2019, Mikel Arteta diventa manager dell'Arsenal, Granit Xhaka aveva già deciso di lasciare il club. Non è una sorpresa: quello tra Xhaka e l’Arsenal era un rapporto nato male. Il suo temperamento, i suoi errori e la diffusa mediocrità che aveva avvolto il club più o meno dal suo arrivo lo avevano reso il perfetto capro espiatorio per tutti i problemi della squadra, almeno agli occhi dei suoi tifosi.
Lo svizzero non è mai stato uno dei giocatori più amati dai tifosi dell'Arsenal e, probabilmente, lui stesso è il primo a saperlo e a soffrirne. La situazione però era degenerata circa due mesi prima dell'arrivo di Arteta, in una partita all'Emirates contro il Crystal Palace. Intorno all'ora di gioco, l’Arsenal è sul 2-2 quando Emery decide di sostituirlo. Xhaka, però, ci mette troppo a uscire e l’Emirates comincia a fischiarlo. Non è solo qualche tifoso; lo fischia proprio tutto lo stadio. Anche lui si fa prendere dalla situazione: lancia a terra la fascia di capitano; insulta i suoi tifosi; con le mani li invita a fischiare più forte e, una volta fuori, si leva la maglia e la lancia per terra mentre va negli spogliatoi. Dopo la partita, Emery gli toglie la fascia di capitano e lo mette fuori rosa.
Nell’aprile 2022, parlando a The Player’s Tribune, dice di ricordare ancora perfettamente le facce dei tifosi e la loro rabbia. “Non ho mai avuto problemi con le critiche”, dice, “Ma essere fischiato dai tuoi tifosi? Da capitano? È diverso. È una questione di rispetto”.
Nessuno, nel dicembre 2019, si aspettava che Xhaka sarebbe rimasto all’Arsenal. Lui stesso ammette di essere stato molto vicino ad andare via: aveva in mano un contratto con un'altra squadra e doveva solo comunicarlo ad Arteta. Incredibilmente, è proprio il nuovo manager a fargli cambiare idea: "Mi ha detto che mi considerava una parte importante dei suoi piani. Ho apprezzato il suo calore. È stato onesto e diretto. Sentivo di potermi fidare di lui". Arteta è un estimatore di Xhaka praticamente da quando ha smesso di giocare: “Quando sono andato al Manchester City per allenare, cercavamo un giocatore in quel ruolo e lui era uno di quelli sulla mia lista”, ha detto Arteta nemmeno una settimana dopo essere stato assunto dall’Arsenal.
Nel suo allenatore, Xhaka ha trovato quasi da subito un appoggio fondamentale. Già dalle primissime partite, intuendo che avesse fin troppi compiti senza palla da gestire, Arteta gli cambia consegne: anziché muoversi da regista della squadra, viene fatto scalare a sinistra dei due centrali di centrocampo mentre il terzino, nello specifico Bukayo Saka, si alza. In questo modo, lo svizzero si trova in un ruolo quasi da quarter-back: può ancora sfruttare le sue qualità col pallone per iniziare l’azione ma è chiamato a prendersi meno rischi – avendo l’appoggio di David Luiz alla sua destra e di Saka davanti a sé – e ha meno compiti difensivi.
Quella di Arteta è un’intuizione che, nel complesso, paga. Le prestazioni di Xhaka migliorano ma il trattamento dei suoi tifosi rimane più o meno inalterato. Nel 2021 la Roma tenta di prenderlo ma non riesce a presentare un’offerta adeguata e, intuendo che non ci sono margini per una cessione, l’Arsenal gli offre un rinnovo che, forse per quieto vivere, non viene annunciato da nessuna parte. Quando, poche settimane dopo, Xhaka si farà espellere con l’Arsenal sotto per 3-0 contro il Manchester City, la scelta di non rendere pubblico il rinnovo apparirà decisamente illuminata. Quel rosso apre un periodo estremamente difficile, in cui Xhaka salta molte partite anche a causa di un grave infortunio. Paradossalmente sarà un altro rosso, contro il Liverpool in League Cup, a chiuderlo, lanciando il suo redemption arc. Ad aprile Xhaka segna con il Manchester United e inizia a ricostruire il suo rapporto con i tifosi dell’Arsenal.
Presentandolo nell’estate 2016, Arsene Wenger aveva detto di voler impiegare Xhaka come centrocampista box-to-box: “Ha il motore, ha la forza e ha i passaggi lunghi. Gli piace venire incontro per distribuire il gioco ma ha le qualità per essere decisivo con le sue corse”. Nei primi anni queste qualità di Xhaka non si vedono praticamente mai e le dichiarazioni di Wenger finiranno pressoché dimenticate, salvo poi riemergere all’inizio di questa stagione, dopo che Arteta avrà effettivamente cucito addosso a Xhaka i compiti che Wenger aveva pensato per lui sei anni prima.
Forse non è propriamente corretto definirlo box-to-box, ma in questa stagione Xhaka si è comportato in piena regola come un incursore. Ad agevolare questa transizione verso le zone più avanzate del campo ha sicuramente contribuito l’inserimento di Zinchenko nell’undici titolare. L’ucraino, infatti, è diventato subito il falso terzino perfetto per Arteta – per due anni costretto a impiegare esterni molto più tradizionali come Tierney e Kolasinac – e ha consentito all’Arsenal di cambiare radicalmente l’approccio in costruzione.


Se prima era Xhaka a rimanere vicino a Thomas sulla prima costruzione, con Tierney ad alzarsi in ampiezza, ora è Zinchenko a prendere la posizione di interno, portando Xhaka spesso nella linea più avanzata del 3-2-5 con cui l’Arsenal si dispone in possesso. Si vede bene nella partita contro il Tottenham di settembre 2021, in cui Xhaka si trova stabilmente in linea con Thomas. Un anno dopo, contro il Chelsea, è Zinchenko a prendere il suo posto, e lo svizzero ad alzarsi sulla linea dei 5 giocatori offensivi.
Xhaka è passato, quindi, dall’essere il faro della prima costruzione dell’Arsenal a non prendervi quasi più parte. Quantitativamente si può notare come, rispetto ai suoi primi anni sotto la gestione Wenger, lo svizzero abbia quasi dimezzato sia i palloni toccati – dai 97.1 per 90’ della stagione 2017/18 sono scesi a 55.6 in questa – che i passaggi tentati. Questo sarebbe uno sviluppo controintuitivo, per uno dei giocatori forse più qualitativi di tutta la rosa dell’Arsenal, ma il sacrificio che ha fatto sul volume dei palloni toccati ha pagato in un aumento di pericolosità. Confrontando i dati di questa stagione con quelli delle due precedenti, Xhaka ha aumentato i palloni toccati nell’ultimo terzo di campo e più che raddoppiato quelli nell’area avversaria.
In un’intervista a The Athletic, Johan Djourou – ex compagno di Arteta all’Arsenal e di Xhaka in nazionale – ha definito Xhaka un giocatore con una grande abilità a comprendere il gioco e, soprattutto, ad apprendere cose nuove. Ed effettivamente lo svizzero ha impiegato pochissimo tempo a prendere confidenza con il nuovo ruolo, agevolato anche da una tecnica spesso messa in ombra dai suoi eccessi caratteriali o dai suoi errori. Inoltre, Xhaka è un centrocampista che, pur non avendo qualità atletiche spiccate, ha una grande lettura degli spazi. Si è visto nella partita dell’Emirates contro il Chelsea, in cui i primi due gol sono un ottimo condensato di tutte le sue migliori qualità – e, in parte, di tutto ciò che non funziona nel Chelsea.
Sul primo gol, Zinchenko tiene palla sulla linea laterale, attirando l’uscita di Madueke, mentre Xhaka taglia all’interno e prende l’esterno all’altezza dell’area di rigore. L’ucraino serve Gabriel Jesus tra le linee e Trossard, partendo dall’esterno sinistro, taglia verso l’area, portandosi via Azpilicueta. Xhaka, a questo punto, può ricevere e, vedendo Ødegaard che chiama il pallone al limite dell'area, ha il tempo di preparare il passaggio. Quella linea di passaggio non è proprio evidente: è chiaro che Ødegaard e Xhaka posseggono una lettura del campo superiore a quella dei loro avversari. In teoria, la traiettoria sarebbe coperta sia da Enzo Fernandez sia da Kovacic, che ha visto Ødegaard e sta andando a coprirlo. Al Chelsea però va tutto più o meno storto: Kovacic distoglie per un attimo lo sguardo e si fa ingannare dal norvegese, a cui basta fintare un passo in più per crearsi lo spazio. Poi per Xhaka eseguire il passaggio è fin troppo semplice: la palla passa tra le gambe di Enzo, forse ancora poco abituato a gestire certe situazioni, e Ødegaard può calciare indisturbato sotto la traversa. Il secondo gol, circa un quarto d'ora dopo, si svilupperà circa allo stesso modo: con Xhaka che crossa praticamente dallo stesso punto e Ødegaard che riesce a costruirsi lo spazio per calciare direttamente in area.
La capacità di Xhaka di interpretare il gioco gli consente, quindi, di trovare di volta in volta la zona in cui essere più utile alla manovra dell’Arsenal. In questa stagione si è mosso più o meno in tutti i ruoli che ha occupato in carriera: spesso ha offerto appoggi in uscita a Thomas; in alcune occasioni ha occupato il suo vecchio ruolo da quarter-back, con Zinchenko a prendere l'ampiezza e in altre ancora è stato lui a prendere l'ampiezza, favorendo i tagli di Trossard o Martinelli all'interno e associandosi spesso con loro.
Poi ci sono tutti i suoi inserimenti in area: dei movimenti che non siamo soliti attribuirgli, vista la sua mancanza di passo e, soprattutto, l’abitudine ad agire prevalentemente in zone arretrate di campo. In questa stagione, la prima in questo nuovo ruolo, Xhaka ha già segnato 7 gol: di gran lunga il suo miglior risultato in carriera. A rendere impressionante questo dato, però, è soprattutto il modo in cui li ha segnati. Se fino alla scorsa stagione i suoi gol “tipo” erano tiri da fuori, in questa ha segnato solo calciando da dentro l’area.
Il suo primo gol stagionale è arrivato alla seconda giornata, spingendo in porta il pallone dopo una mischia in area. Un gol che, senza l’intuizione di Arteta, non sarebbe stato possibile. Quella con il Leicester, in effetti, è la prima partita in cui il suo allenatore gli chiede con continuità di invadere l'area avversaria, tanto che, qualche minuto prima, con un movimento simile aveva offerto un assist a Gabriel Jesus. Anche estendendo il discorso ai tiri in generale si vede come Xhaka si sia progressivamente avvicinato all’area: nella stagione 2020/21 ha effettuato solo il 15% dei suoi tiri da dentro l’area; un dato che è salito al 40% nella stagione successiva e al 60% in quella attuale.
La scelta di Arteta non è casuale: Xhaka è un giocatore con un’intelligenza tale da poter far bene in qualsiasi zona del campo, come ha sottolineato anche Djourou. Il modo in cui lo svizzero ha adattato i suoi movimenti a un nuovo ruolo è indice di un senso dello spazio e di un’intelligenza tattica raffinatissimi; qualità che, almeno nel sentire comune, non gli sono riconosciute tanto facilmente. Inoltre, la sua posizione più avanzata in campo lo ha reso meno esposto ai falli: un vecchio tallone d'Achille per Xhaka, che oggi è invece tra i centrocampisti che commettono meno falli e prendono meno cartellini in Premier League.
L’evoluzione di Xhaka in campo è stata estremamente utile per Arteta, che ha così aggiunto un giocatore di grande qualità in zone più pericolose e trovato un ulteriore riferimento offensivo per una squadra che, dalla scorsa stagione a questa, ha aumentato del 30% i gol segnati a partita (da 1.6 a 2.4) e del 20% gli xG prodotti. Dati che, nel complesso, hanno segnato la differenza tra il quinto posto della scorsa stagione e il secondo di questa.
Al tempo stesso, Xhaka in prima persona ha avuto modo di ricostruirsi una reputazione con i suoi tifosi. È quasi simbolico che uno dei suoi 7 gol sia arrivato, a marzo, proprio contro il Crystal Palace, nella stessa partita che tre anni prima aveva quasi segnato la fine della sua esperienza a Londra. È un gol che rappresenta bene i suoi nuovi compiti. Zinchenko lo serve spalle alla porta nello spazio tra terzino e centrale. Lui non controlla ma gioca a muro su Trossard e si butta in area. Il belga a questo punto controlla e restituisce: lo fa forse con troppa forza, ma Xhaka riesce ad arrivarci in scivolata. Colpisce la palla in modo leggermente sporco, ma funzionale comunque a metterla alle spalle del portiere. Forse non ci avrà pensato, ma questo è sicuramente il gol simbolo della sua redenzione agli occhi dei tifosi.
Quello stesso stadio che fino a qualche anno fa lo riempiva di fischi e insulti, ora lo applaude e gli canta: “Woke up this morning feeling fine, Got Granit Xhaka on my mind”. Lui è tornato a essere, anche ufficialmente, uno dei capitani del club. Qualcosa che tre anni fa nessuno si sarebbe mai davvero aspettato.
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