
È stata la mano di Luciano Spalletti
L'allenatore del Napoli è passato in pochi mesi da "perdente di lusso" a vincente.
«Tanto il Napoli scoppia» è stato il mantra di una buona metà di stagione, nel semiserio chiacchiericcio calcistico. Ancora a marzo, mese aperto dal Napoli con la sconfitta contro la Lazio, echeggiava la cantilena di questa presunta esplosione. Alla fine ad aprile Kvaratskhelia e compagni hanno effettivamente tirato il fiato, perdendo 0-4 contro il Milan in campionato e uscendo nella doppia sfida dei quarti di Champions sempre contro i rossoneri. Era arrivata la prima, significativa flessione stagionale del Napoli, che in poche settimane perdeva tante partite - tre - quante ne avevano perse nel resto della stagione. Eccoci, finalmente è arrivato il momento in cui la solita squadra di Spalletti scoppia. Peccato che, al culmine della "crisi" dopo lo 0-0 casalingo contro il Verona, con otto gare ancora da giocare, il Napoli fosse in testa con 75 punti e un vantaggio sulla Lazio seconda di +14. Alla fine le energie fisiche e mentali degli azzurri si sono veramente esaurite, ma solo dopo aver realizzato il sogno del terzo Scudetto.
Eppure lo diceva lo storico di Luciano Spalletti, che il Napoli sarebbe collassato su se stesso. Spalletti, il non plus ultra degli allenatori bravi ma non vincenti. Il «perdente di successo», come Dino Viola definì il giovane Sven Goran Eriksson al termine della stagione 1985-86, in cui la sua Roma compì un'epica rimonta-scudetto sulla Juventus, salvo poi franare all'Olimpico contro il Lecce già retrocesso.
Magari è un caso, ma quella legacy di perdente di successo sembra quasi trasmettersi sul filo conduttore romanista, e più per il verace sarcasmo di una piazza tanto calda quanto avvezza allo psicodramma che per gli effettivi risultati. A pensarci, prima della vittoria della Conference con Mourinho, era stato Spalletti l'ultimo ad alzare trofei in giallorosso: la Supercoppa Italiana 2007, ma anche le Coppe Italia nel 2007 e nel 2008, sempre contro la strabordante Inter manciniana post-Calciopoli. Ma sue erano anche alcune debacle a suo modo memorabili, come il terrificante 7-1 di Manchester. Una di quelle partite che marchiano a vita, che non si lavano via a forza di secondi posti.
9 mai 2007.
— AS Roma Francophone (@ASRomaFrancopho) May 9, 2022
Finale Coppa Italia (match aller).
La « Bella Roma » de Luciano Spalletti. pic.twitter.com/F0NgJVKCS8
Nonostante continuasse a fare bene, a migliorare i risultati e giocatori delle squadre in cui allenava, alla carriera di Spalletti sembrava sempre mancare qualcosa. Un capolavoro. Trent'anni di carriera spesa metà in provincia e metà tra Roma, Milano, Napoli a cavallo della memistica (e in realtà vincente) esperienza russa, l'uomo di Certaldo era il piazzato per eccellenza. Tanto da vantare un record curioso quanto ingombrante: essere l'allenatore con più piazzamenti in Champions League tra quelli che non avevano mai vinto la Serie A. Con la qualificazione di quest'anno associata allo scudetto, è arrivato a quota dieci, dopo quattro secondi posti con la Roma, un terzo posto sempre con la Roma e un altro con il Napoli, e tre quarti posti con Inter e Udinese.
Il Napoli scoppia, si diceva. Lo diceva la scorsa stagione, dove la squadra reduce dalla modesta guida Gattuso, era partita a razzo per poi scivolare malamente in dicembre – quando tra Covid e infortuni giocò per un mese senza gran parte dell'undici titolare. Lo diceva il primo anno all'Inter, dove i nerazzurri nel pieno della banter era post-triplete si ritrovarono primi in classifica e imbattuti ancora a dicembre, salvo poi rimediare una doppia sconfitta contro Udinese e Sassuolo e un filotto di pareggi durato fino a febbraio. Lo diceva perfino quella sua ultima stagione a Roma caratterizzata dall'irritante querelle con Totti, da quel secondo posto con l'assurda cifra di 87 punti a referto, e da quel marzo dove i giallorossi volarono fuori sia dall'Europa League che dalla Coppa Italia, contro il Lione e nientemeno che la Lazio.
Eppure, è facile intuire come né quell'Inter né il Napoli 2021-2022 fossero le candidate ideali allo scudetto. E in fondo non lo era nemmeno quella Roma degli 87 punti, che con Dzeko rigenerato Salah e Alisson dette vita alla sfida a tre con Juventus e Napoli. Di certo non lo era davvero quella del 2008/09 inseguitrice della corazzata Inter, che fu per circa un'ora a Catania campione d'Italia, prima che un acciaccato Ibrahimovic da subentrante spaccasse il Parma nel diluvio del Tardini. Ognuna di queste squadre ai nastri di partenza era nella lista di rivali designate, ma nessuna era la favorita. A ben vedere, anche il Napoli di quest'anno era un'inseguitrice di lusso, una competitor di livello. Ma non la favorita. D'altronde non poteva esserlo essendo squadra di Spalletti, e in quanto tale era inevitabilmente destinata a scoppiare secondo una narrazione che ormai si autoalimentava. Eppure quest'anno è finita che sono crollate tutte, tranne il Napoli di Spalletti. Che forse, tra le tante cose fatte meglio delle rivali, è stata anche quella che ha avuto a disposizione l'allenatore più bravo.
"Napoli, è per te!" 😂
— GOAL Italia (@GoalItalia) May 4, 2023
L'urlo di #Spalletti dopo la vittoria dello Scudetto 🎯#napolicampioneditalia pic.twitter.com/U21T9IGMJb
Ci sono piccolezze (grosse come montagne) che hanno inciso. Spalletti ha avuto la fortuna di trovarsi nel contesto economico-sportivo forse più lungimirante e sicuramente meno in difficoltà. Ma in due anni ha avuto il merito di contribuire a renderlo tale, in maniera oseremmo decisiva. Perché sì, quando si parla di sinergia tra dirigenza allenatore e squadra alla fine si parla di situazioni come il Napoli di quest'anno. Ma quando si parla di giocatori cresciuti o consacrati, si parla spesso di Luciano Spalletti. In estate il Napoli ha rinunciato a quel che restava della vecchia guardia sarrista: Koulibaly (in quel momento il miglior difensore in Serie A), Insigne, Mertens, oltre a Ospina e Fabian Ruiz. Ha scommesso sulle qualità di Kim Min-jae e Kvaratskhelia, e inserito Simeone e Raspadori come alternative. Ha consegnato definitivamente il centrocampo a Lobotka. Insomma Giuntoli è riuscito a cambiare uomini senza alterare i principi dell'undici titolare. (A dire la verità, se guardiamo alle statistiche di giocatori il Napoli ne cambia meno di tanti altri, e questo è uno degli ingredienti del suo successo.)
La coerenza tecnica del mercato del mercato del Napoli si è innestata alla perfezione sul lavoro tattico ed emotivo che Spalletti compie, una condizione di cui bene o male non ha goduto nessun allenatore di Serie A quest'anno. Gli interventi sull'organico del Napoli sono stati funzionali, a differenza per esempio di quanto compiuto al Milan o alla Juve. E tuttavia ancora oggi, con la classifica attuale, dopo aver visto confermato il valore di Kim e scoperto le qualità di Kvaratskhelia, ammirato la consacrazione di Osimhen e la salita in cattedra di Lobotka, rimane complicato sostenere che la rosa allestita per gli azzurri abbia un valore tecnico così superiore a quello delle grandi del Nord tale da giustificare la quindicina di punti che stabilmente hanno separato il Napoli dalle inseguitrici.
Spalletti non è un'estremista, non è nemmeno un dogmatico (o non più di qualsiasi allenatore di Serie A) e sicuramente non è un diplomatico. Ma è uno fissato più che altro con gli "equilibri", espressione rustica che racchiude un universo fatto di mezzi spazi, rotazioni, ricerca del terzo uomo, spogliatoio, aziendalismo temperato, rapporti con la stampa, rapporti con il tifo. E la sua qualità maggiore è la capacità di trovarli, a tutto tondo, in tempi rapidi. Un pregio raro e sottovalutato per un allenatore non certo giovanissimo, che è in quella fase di carriera dove i tecnici sono sempre meno propensi a studiare e ad attualizzarsi in ogni contesto. Spalletti a 64 anni ancora pianifica e lavora sui dettagli, senza ridurre il suo raggio d'azione alla soluzione semplice e di breve respiro ma adatta alla situazione contingente.
All'età dove sarebbe per tutti auspicabile un ritiro nelle fattorie dell'empolese, Spalletti è ancora un allenatore della "crescita" e soprattutto in crescita, nonostante quella componente istrionica nella comunicazione che di getto porta ad associarlo a un Allegri o a un Mourinho, i villain per eccellenza delle conferenze stampa.
Spalletti ieri ha spiegato un attimo come uscire dalla pressione alta: palla avanti, palla dietro, palla al terzo nello spazio. Kvara poi completa l’opera. 3 passaggi, saltate due linee di pressing e 4 uomini. Scuola!! pic.twitter.com/l4WZtKXbai
— Andr3a🏆 (@CozzAndrea) September 15, 2022
Alla fine Spalletti nasconde il suo lavoro e relativi frutti dietro a una coltre da personaggio, tra frasi da santone, espressioni con cui i social si riempiono di gif e compagnia cantante. Non è per umiltà (non esistono allenatori umili), è solo calato a pieno nel suo personaggio che anzi ha quel vago sentore rasputiniano, se mi è concessa questa parabola da corte degli Zar, visti i suoi trascorsi pietroburghesi. È un personaggio curioso il suo, talmente improvvisato da apparire genuino, carico di flussi di coscienza e sfoghi personali dettati sul momento, spesso sconclusionato eppure capace di partorire frasi celebri dal significato effettivo nullo. I rosari al collo, i pennarelli in bocca, i petto netto e i t'è sembrato male, gli alpaca e le galline del Cioni. Con Spalletti tutto è sempre imprevedibile, fluttuante tra l'epico e il ridicolo. La cosa forse più sorprendente è che la continua improvvisazione comunicativa è agli antipodi rispetto al suo metodo di lavoro. Laddove spesso gli allenatori "docenti" - quale lui è - si dilettano a spiegare nel dettaglio la loro maestria nel gioco, Spalletti veste i panni del modesto, mettendosi sempre in secondo piano.
In mezzo a tanti adagi, facce da meme, alpaca e luoghi comuni sull'esser un perdente di successo, rimane tra le righe proprio questo dettaglio di un allenatore che porta a maturare i singoli e i contesti. Un fatto che in pochi provano a smentire. Senza riscavare troppo nel passato – qui trovate un video di De Rossi che, da neo-capitano della Roma, difende Spalletti – si prenda quest'anno: Osimhen è arrivato alla maturazione tecnico-realizzativa dopo due stagioni difficili, Lobotka si è rigenerato come se fosse sempre stato uno dei registi più grandi del campionato. Per non citare Meret, un portiere ritrovato dopo anni complicati a Napoli ed è stato decisivo nella corsa scudetto, o per citarne un altro nessuno avrebbe pensato che Rrahmani potesse prendersi il ruolo di pilastro difensivo della squadra campione d'Italia.
🙌 Uomini forti, destini forti...🏆🇮🇹💙 #NapuleTriculure #NAPOLISCUDETTO pic.twitter.com/CHIv3BgwvB
— Lega Serie A (@SerieA) May 8, 2023
Eppure forse proprio da qui, suo malgrado e in apparente contraddizione, deriva e si alimenta quello stigma del tecnico perdente. Spalletti è innanzittutto un ricostruttore, un allenatore che è sempre stato capace di riassestare in tempi rapidi squadre in macerie. Uno che lavora partendo dalle fondamenta etiche e morali. È in questo senso che anche una frase pacchiana come «Uomini forti, destini forti» assume un significato profondo. A volte a Spalletti è mancata la lettura decisiva a partita in corso, la sostituzione vincente. Eppure le sue squadre non sono mai partite sconfitte contro nessuno, anche il Napoli senza centravanti nei quarti di Champions è stato per il Milan un cliente tostissimo.
Resta un dato più basilare: nello stigma che gli era stato cucito addosso, Spalletti parte (o subentra) alla guida di squadre che inseguono, che devono ripartire o salire allo step successivo, non che sono ragionevolmente destinate a vincere subito. Nella sua carriera ha fatto eccezione in questo senso solo lo Zenit San Pietroburgo, nel pieno dell'ascesa dovuta ai gasdollari di Gazprom. E in Russia, tra un'esultanza a petto nudo sotto la neve e un mitologico "ma che emozioni quali emozioni", Spalletti vince due campionati, una supercoppa e una coppa nazionale, e si vede sfuggire il terzo titolo per una sconfitta a tavolino prima dell'esonero alla quarta stagione, con i pietroburghesi secondi in classifica. All'ombra della guglia di San Pietro e Paolo Lucio era favorito, lì doveva vincere e lì ha vinto.
La vittoria di Spalletti a Napoli non è solo il punto più alto della sua carriera da allenatore ma il suo capolavoro estetico, etico, personale. Non per una questione di esterofobia nei confronti dei campionati esteri, ma perché per la prima volta nella sua carriera Spalletti ha vinto in Italia – nel campionato che ha influenzato tatticamente per vent'anni – e lo ha fatto ribaltando ogni pronostico, ogni cliché narrativo sulla sua storia. Tra i vicoli della città lo scudetto era sfilato solo due volte e in un'altra era, con la firma irripetibile del più grande calciatore della storia. Ora c'è la sua, il perdente di successo diventato Campione d'Italia.
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