Nikola Jokic durante gara 5 contro i Phoenix Suns.
, 12 Maggio 2023
5 minuti

Nikola Jokic è l'agente del caos


Il serbo ha deciso anche la serie contro Phoenix.

“Gli americani vanno fuori di testa. Vedono questo tizio che salta mezzo metro, che ciondola e che li porta a scuola tutti”.
Ci scuserà Davide Pessina se rubiamo le sue parole ma non potremmo mai trovare un modo miglior per iniziare a parlare di Nikola Jokic rispetto a questo pensiero che il telecronista di Sky ha espresso durante la gara 5 tra Golden State e Lakers. Pessina ha assolutamente ragione, se non per un appunto: non sono solo gli americani ad “andare fuori di testa”, ma è l’intero globo che sebbene siano anni che The Joker incanta, ancora non riesce a capirlo.

Stanotte il giocatore serbo, due volte MVP, ha tirato fuori l’ennesima tripla doppia da oltre 30 punti ed ha eliminato quelli che per molti erano i grandi favoriti ad ovest: i Phoenix Suns di Durant e Booker. Per molti la coppia di stelle dell’Arizona, accompagnati da Chris Paul e Ayton, erano più che sufficienti per sbarazzarsi dei Denver Nuggets. Alla fine il loro leader salta mezzo metro e gira ciondolando per il campo, giusto? Giusto, peccato che quello sia il Joker, una delle mosche più bianche della storia della NBA.

In una lega fatta perlopiù da esseri umani che saltano 2 metri e dai fisici scultorei, pensare che uno come Jokic sia l’assoluto dominatore, fa capire molto del suo incredibile feeling con la pallacanestro. Perché, sebbene ora sia divenuto un atleta per lo meno accettabile, all’inizio Jokic sembrava più un dopolavorista al campetto con gli amici che l’autentica ira di Dio che in realtà è sul parquet. La prima volta che si è seduto a parlare con un dirigente NBA ha mangiato, da solo, un chilo di gelato, si è presentato al primo ritiro a Denver con il 22% di massa grassa, beveva litri e litri di coca cola. Un gigante grassoccio che corre stancamente per il campo ciondolando e senza voglia di difendere.

Che c’entra uno così con la NBA? C’entra perché quando la palla arriva nelle sue mani ecco che Dr. Jekyll diventa Mr. Hyde. Il goffo ragazzone serbo con la passione per le bibite gassate diventa Tersicore, danza sul parquet come fosse Fred Astaire, dialoga con la palla come a pochissimi abbiamo visto fare. A Denver è stato chiaro a tutti fin dal primo momento che avevano trovato il biglietto d’oro nelle tavolette di cioccolato Wonka, l’unica cosa importante è che Jokic non le mangi, non serve altro.

Jokic ha dato fin da subito l’impressione di governare il tempo sul parquet, senza però la pietra magica del Dr Strange, ma solo grazie a una comprensione del gioco superiore. Vede il basket mezzo secondo prima degli altri, capisce in anticipo dove saranno avversari e compagni prima ancora che questi abbiano iniziato a muoversi. Non conta quello che gli altri penseranno di fare per arginarlo, il serbo sarà sempre un passo avanti a loro. Nella sua assoluta illeggibilità, Jokic è diventato una jam session su gambe come non ne esistono al mondo.

Se, infatti, spesso l’improvvisazione fa parte del game plan delle squadre e ha portato alla gloria la dinastia di Golden State, raramente si può vedere questa capacità di inventare pallacanestro tutta nella mente e nelle mani di un singolo giocatore. Per i compagni l’importante è essere fisicamente in campo, posizionarsi e aspettare che lo Stregone Supremo in maglia numero 15 faccia la sua magia. Una volta che la palla arriva in mano a Jokic state pur certi che questa sparirà e riapparirà in mano a un compagno che dovrà solo tirare a canestro, spesso con metri e metri di spazio.

Dunque Jokic è il miglior passatore lungo al mondo? Senza dubbio. Basta dunque evitare di lasciare liberi i compagni e farlo fare a cornate sotto canestro con i ben più fisicamente prestanti centri avversari che sicuramente lo superano agilmente anche a rimbalzo. Facile, giusto? Niente di più sbagliato, invece. E la serie contro Phoenix ci ha spiegato bene il perché.

Gara 1, vinta agilmente dai Nuggets, ha visto Jokic segnare 24 punti e smazzare 5 assist prendendo al contempo 19 rimbalzi. Dall’altra parte c’erano due freak atletici come Ayton e Durant. Ma a Jokic non interessa, perché lui sa prima degli altri dove la palla andrà e quindi, anche ciondolando, prende agilmente ogni rimbalzo che può prendere.

In Gara 2 il copione si ripete: Jokic ne mette addirittura 39 con 16 rimbalzi. In gara 3 e gara 4, allora, Phoenix prova a sfidarlo al tiro facendogli prendere ogni responsabilità conclusiva. Jokic ne segna prima 30 con 17 assist e poi addirittura 53. Sono due vittorie per gli uomini dell’Arizona. Dunque hanno trovato la chiave? Assolutamente no. Perché nelle due partite seguenti Jokic torna a fare quello che sa fare meglio. Processa le informazioni delle due sconfitte precedenti e le converte in soluzioni. Risultato? Due vittorie Denver; Durant e soci a casa a riflettere.

Ancora una volta, Jokic ha dimostrato di avere una capacità mai vista di adattare il suo gioco a ciò che gli avversari pensano di fare e andare dalla parte opposta. Trova la falla in ogni azione difensiva che gli allenatori tentano disperatamente di disegnare e se ne fa beffe.

Ora Denver dovrà affronare gli Warriors di Curry e Thompson o, cosa più probabile, i Lakers di Anthony Davis. E ovviamente si sta già pensando alla sfida tra il ciondolante centro serbo con la faccia annoiata e quello che per molti è il lungo perfetto. Tiro, rimbalzo, difesa, liberi, letture; Davis ha tutto quello che un centro dovrebbe avere. L’arma X perfetta per arginare il talento di Jokic che tanto non salta, come dovrebbe fare a superarlo?

Questa è una domanda a cui il Dr. Jekyll non sa rispondere ma, per sfortuna dei Lakers – o degli Warriors in caso di miracolo sportivo degli uomini di Kerr –, in campo non ci sarà lui. Sul parquet scenderà Mr. Hyde: quello che fa sparire e riapparire i palloni; l’attacco NBA più immarcabile del mondo creato dalla sua sola esistenza sul campo.

Jokic non ha mai giocato una finale NBA e ha perso la sua unica finale di conference – giocata nella bolla di Orlando proprio contro i Lakers. I Nuggets hanno poca esperienza e una storia passata inesistente se messa a confronto sia con i Lakers che con i Warriors. Sebbene abbiano avuto il miglior record della NBA, per molti saranno sfavoriti chiunque sia il loro avversario.https://twitter.com/NBA/status/1655402703902711810?s=20

Ma a Nikola Jokic, come quasi tutto ciò che non avviene sul parquet, questo non interessa. Lui è abituato ad essere sottostimato; a essere considerato da tutti un fenomeno ma senza il mordente giusto per vincere. Lui è da sempre l’uomo franchigia, quasi senza volerlo: non ha interesse a mostrarsi ai riflettori né a far valere la sua voce con al dirigenza. In fin dei conti è lo stesso giocatore che dopo una grande prestazione nei playoff contro Portland, alla domanda di una giornalista "Come ti sei preparato a questa importante partita?”, ha risposto “Ho mangiato, ho guardato la TV, ho mangiato di nuovo, poi ho dormito".

Nikola Jokic è unico anche per questo: un rebus irrisolvibile per qualsiasi avversario; il giocatore perfetto nel corpo di uno che in America a malapena dovrebbe poter portare le borracce ai compagni. E questo per gli avversari è inconcepibile ma a lui non interessa. Lui continuerà a ciondolare per il campo senza saltare, continuerà a portarli a scuola tutti e a mandare qualsiasi esperto del settore fuori di testa. Perché lui è l’unico vero agente del caos.


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