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Joel Embiid in azione con i Philadelphia 76ers
, 9 Maggio 2023

Joel Embiid ci ha sempre creduto


Il centro dei 76ers è l’MVP della stagione NBA.

Joel Embiid è stato nominato MVP della Regular Season NBA 2022-2023. Si tratta del quinto giocatore non americano consecutivo a fregiarsi di questo titolo dopo le doppiette di Giannis prima e di Jokic poi. Ma questi sono solamente freddi dati e numeri, cosa che i giocatori come Embiid travalicano. Potremmo infatti stare ore a discutere se questo riconoscimento sia giusto o a snocciolare i suoi incredibili numeri. Ma la verità è che non servirebbe a niente, perché personalità come quelle del giocatore di Yaoundé, Camerun, si fanno beffe di numeri e cifre.

Perché, Joel Embiid è uno dei giocatori più speciali di una lega fatta per lo più di esseri umani sui generis. Scelto nel 2014 per risollevare le sorti di una franchigia oramai allo sbando, i Philadelphia 76ers, la sua carriera non inizia nel modo più brillante possibile. Embiid salta i primi due anni di carriera a causa di una frattura da stress al piede che dovrà operare due volte. Nel frattempo Phila continua inesorabilmente a perdere. Pensa e spera di poter scegliere giovani di talento da affiancare al camerunese se e quando sarà al suo massimo. Ecco che dunque in Pennsylvania arrivano Ben Simmons prima e Markelle Fultz poi. Uno arrivato con la nomea di essere il nuovo Magic, l’altro per essere la point guard principale della squadra.

Tutta questa incredibile sequela di sconfitte imbarazzanti e scelte al draft di giovani di talento prenderà il nome di The Process, letteralmente il cammino, il processo, che Phila stava ideando per costruire un futuro. Tuttavia col passare del tempo Simmons e Fultz risultano sempre più inaffidabili, deludendo le aspettative partita dopo partita. Ecco dunque che quel nome, The Process, passa sulle spalle di un singolo uomo, Embiid, che rientrato a inizio 2016 inizia a mostrare capacità assolutamente uniche sul campo da basket. Lui, indeciso da bambino se giocare a calcio o a pallavolo – salvo poi innamorarsi del basket grazie al Lakers di Kobe Bryant – in poco tempo terremota la NBA come un uragano.

Anche in una lega fatta di assoluti superuomini, era assurdo vedere un centro di 2 metri e 13 mettere palla per terra come una guardia, tirare dal midrange o da 3 come un’ala grande, proteggere il ferro come un centro vecchio stile. Embiid sembra essere il risultato di un assurdo processo chimico nel quale sono state mescolate tutte le caratteristiche che il perfetto giocatore di basket deve avere. In pochi anni risulta evidente a tutti il suo essere totalmente immarcabile. Sebbene non sia esplosivo come molti colleghi, la sua tecnica sopraffina gli permette di uccellare qualunque difensore segnando caterve di punti. "Trust the Process" si dice a Philadelphia. Questa frase rapidamente passa da essere un semplice “credete nel processo” a “credete in Joel”. Col passare degli anni la dirigenza dei 76ers mette accanto al fuoriclasse camerunese una serie incredibile di buoni giocatori che lui guida con la sua ciondolante leadership, col suo quasi annoiato e fastidioso talento talmente strabordante da dare l’impressione di poter fare canestro anche nel sonno.

Tuttavia fino a quando non si riuscirà a vincere, il process non potrà dirsi completo. Nel 2019 forse l’occasione più importante. Gara 7 delle semifinali di conference viene decisa dalla leggendaria tripla allo scadere di Kawhi Leonard che rimbalza all’infinito sul ferro prima di finire nel canestro. I Raptors alla fine vinceranno il titolo e per i 76ers ancora solo rimpianti.

Ecco che dunque Phila decide di giocarsi il tutto per tutto e inizia a costruire una squadra ancor più competitiva da mettere vicino Embiid. Decide inoltre che per guidarla c’è bisogno di un lupo di mare del parquet. Dopo anni di sofferenza e duro lavoro viene quindi messo alla porta Brett Brown e nel 2020 arriva Doc Rivers, campione NBA con i Boston Celtics oramai 3 lustri orsono e fresco della non troppo felice esperienza con i Clippers – che, come si suol dire, hanno pur sempre scritto Clipper sulla maglia e quindi neanche guidati da uno come Rivers sono riusciti a vincere.

Markelle Fultz viene gentilmente accompagnato all’uscita mentre Ben Simmons inizia a diventare più una zavorra che altro. I successivi 3 anni sono di assoluto stallo, con Embiid che continua a mostrare di essere un giocatore superiore ma la squadra non è abbastanza forte per arrivare fino in fondo. Nel 2020, nella bolla di Orlando, Phila viene distrutta dai Boston Celtics, l’anno dopo verranno invece estromessi in 7 partite dagli agguerritissimi Atlanta Hawks di Nate McMillan. Infine lo scorso anno sono i Miami Heat a sbarazzarsi degli uomini di Doc Rivers in semifinale di conference.

Phila è oramai da molti anni che nuota in questa Aurea mediocritas e non sembra essere in grado di uscirne. La dirigenza però decide di andare all-in e alla corte di Rivers arriva niente meno che James Harden, oramai in rottura con i Brooklyn Nets dove si accomoda, senza molti rimpianti, Ben Simmons, a tutti gli effetti un ex giocatore con uno stipendio milionario.

Il Barba, da sempre conosciuto per essere un accentratore di gioco come pochi, capisce che questa potrebbe essere l’ultima occasione della sua vita di vincere. E allora fa quello che tutta Philadelphia fa ormai da anni. Trust The Process: anche Harden crede in Joel Embiid. Il Barba si trasforma, diventa il fido scudiero del camerunese, ricomincia anche a difendere in modo accettabile e lascia che sia il suo compagno a prendersi le luci della ribalta e a vincere le partite. Embiid non se lo fa dire due volte, finisce la stagione con oltre 33 punti di media, oltre 10 rimbalzi, e quasi due stoppate. Un’autentica ira di Dio assolutamente immarcabile. Non esiste soluzione per arginarlo, per contenere la sua strabordante forza fisica, la sua tecnica sopraffina e il suo carisma oramai arrivato ai massimi storici.

Harden diviene comprimario, segna “solo” 21 punti di media e inizia a smazzare 10 assist ogni volta che si infila le scarpe. Tutti gli altri giocatori attorno a loro, da Tobias Harris a Tyrese Maxey, passando per il veteranissimo P.J. Tucker seguono l’esempio del Barba, si mettono a disposizione del loro leader, credono nel processo, credono in Joel.

I 76ers arrivano dunque ai playoff serenamente, obliterano nella prima serie quel che resta dei Brooklyn Nets post Durant e Irving e si presentano al cospetto dei favoritissimi della eastern conference, i Boston Celtics di coach Mazzulla. Gara 1 al Garden manca Embiid, ancora alle prese con uno dei molti infortuni che lo hanno colpito. Ma non c’è problema, perché Harden capisce che è il suo momento e Phila porta a casa la prima partita. La seconda invece, nonostante il ritorno del camerunese, va ai nero-verdi del Massachusetts. Il copione si ripete identico in gara 3 giocata a Philly. In Gara 4 Embiid, quasi su una gamba sola, sfodera una prestazione da 34 punti e si appoggia ad un Harden onnipotente e tornano a Boston sul 2-2.

La serie promette di essere una delle migliori di questa edizione dei playoff e Embiid, fresco del riconoscimento di MVP, è pronto a prendersi quelle finali di conference troppo spesso negate. In molti pensano che non ci siano possibilità, Boston è troppo forte, che Phila abbia ben poche chance.

Ma spesso ci si dimentica che in Pennsylvania, nella città dell’amore fraterno, non si pensa col cervello, non si ragiona sui freddi numeri. A Philadelphia si crede. Si crede in Joel.


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