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Steph Curry con la divisa dei Golden State Warriors.
, 4 Maggio 2023

E se fosse Steph Curry il più grande di tutti?


Pochi altri giocatori possono vantare di aver cambiato la storia del basket.

Quando si parla di G.O.A.T., ovvero il giocatore migliore di sempre, si nominano più o meno sempre gli stessi due giocatori, Michael Jordan e Lebron James. Qualcuno ogni tanto tira fuori il nome di Kobe, qualche altro vola con la mente al passato e parla di Bill Russell o Wilt Chamberlain. Ma se c’è un nome che non viene mai menzionato da nessuno, quello è Steph Curry.

Il numero 30 dei Golden State Warriors, arrivato oramai alla sua quattordicesima stagione NBA, ha vinto tutto quello che c’era da vincere, 4 anelli, 2 MVP consecutivi, un titolo di MVP delle finals e altre decine e decine di riconoscimenti. Ma quando si parla di lui il discorso ricade spesso in un fastidioso stereotipo. Per molti Curry è “solo” il più grande tiratore di sempre, una specie di robot che segna triple da centrocampo e gioca col paradenti fuori dalla bocca. Ma la verità è che Wardell è uno di quei giocatori che hanno cambiato per sempre la storia del basket. Ha cambiato il modo di giocare, di concepire l’attacco e la difesa; il concetto stesso di buon tiro è venuto meno con lui. Esiste un’era pre-Curry e un’era post-Curry. E questa è una medaglia che pochissimi giocatori possono vantare.

Quando Steph ha mosso i primi passi nella NBA era un ragazzino smilzo, con caviglie di cristallo e una meccanica di tiro unica nel suo genere. Il suo talento unico di far andare via la palla nella fase di elevazione e non al suo picco, ha scombinato totalmente il modo in cui si difende su un tiro da tre, permettendogli di segnare caterve di punti e triple. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

Con gli anni Curry ha fatto leva sulla sua strabordante voglia di competere per migliorare ulteriormente se stesso. Ha trasformato il suo punto di maggior forza in uno specchietto per le allodole utile a uccellare gli avversari. Perché si, Curry è il più grande tiratore da 3 della storia della pallacanestro, ma è anche, in aggiunta, un penetratore inimitabile. Curry riesce a leggere il gioco con mezzo secondo di anticipo, capendo quando e dove penetrare, obbligando la difesa a temere non solo il suo tiro, ma anche il suo gioco al ferro. Come si traduce tutto ciò? Che bisogna lasciare qualche centimetro per evitare di essere scartati come birilli ad ogni penetrazione. E qualche centimetro basta e avanza a Wardell. Tripla, 3 punti, tutti a casa.

Già in lontananza risuonano gli echi di voci che vanno avanti oramai da quasi un decennio: “Si, sarà anche una macchina da triple inarrestabile, ma in difesa?”. C’è anche quella. Curry nell’arco della sua carriera ha messo su una struttura fisica adeguata a difendere e la sua abnegazione gli ha permesso di costruire un gioco difensivo e a rimbalzo sottovalutatissimo. Credere che il ragazzino magrolino di Davidson possa difendere contro i carrarmati che girano per la NBA qualche anno fa sarebbe stato utopia. Invece Curry è divenuto, insieme a Green e Thompson, il perno di una delle difese più efficienti della storia del gioco.

Grande merito va dato ovviamente anche a Steve Kerr che col suo lavoro ha creato un meccanismo che a tratti è risultato perfetto e inarrestabile. Un sistema fatto di conoscenza reciproca, intelligenza cestistica e abnegazione. Tutte caratteristiche incanalate dal suo numero 30 che fin dalla prima stagione con l’ex compagno di Jordan in panchina, ha mostrato la via ai compagni. Curry ha avuto nel tempo la lucidità e l’umiltà di imparare dai compagni e dagli allenatori fino a migliorarsi anche in quegli aspetti del gioco che inizialmente non facevano parte del suo bagaglio. Non è un caso che il primo titolo NBA, datato 2015, vide MVP delle Finals Andrè Igoudala e la sua strepitosa difesa. Kerr elesse a leader emotivo della squadra un veterano con poco tiro ma con una conoscenza enciclopedica del gioco. E lo fece perché aveva bisogno che gli “splash brothers”, quelli noti solo per il loro tiro da tre, imparassero e capissero da uno dei migliori difensori di sempre un assunto celeberrimo nello sport americano: “L’attacco fa vendere i biglietti, ma la difesa fa vincere le partite”. Questo vecchio e famosissimo detto dell'allenatore NFL John Madden, è sempre stato il simbolo della dinastia degli Warriors incarnata dal suo numero 30.

Sebbene avrebbe potuto essere “solamente” un attaccante eccezionale e riscrivere il libro dei record – cosa che ha comunque fatto – Curry ha deciso di mettere a disposizione il suo corpo e le sue energie per il bene della squadra. Mostrare ai compagni più giovani che se anche lui lotta come un leone in difesa per vincere le partite, allora devono farlo tutti. Banalmente la grandezza di Steph è tutto qui. Nella sua costante ricerca del miglioramento e della vittoria anche a discapito delle sue egoistiche esigenze. E se i Golden State Warriors sono divenuti quello che sono, il merito è quasi tutto di questo atteggiamento del suo leader.

Curry, anche quando alla Baia è arrivato un altro fenomeno generazionale come Kevin Durant, ha messo davanti il bene della squadra rispetto al suo. Nei primi mesi in cui il numero 35 era appena arrivato a Golden State, Steph ha fatto un passo indietro e lasciato al compagno le luci della ribalta, facendolo sentire la stella assoluta della squadra. Questo sebbene fosse lui, Curry, il due volte MVP. Un atteggiamento umile che avrebbe portato Durant a diventare una mortifera macchina di distruzione di massa nelle Finals delle due stagioni successive.

Anche quando Golden State si è trovata nella parte bassa della NBA dopo 4 finals consecutive, fuori dai playoff, Curry ha pensato al bene della sua franchigia. Non ha forzato la dirigenza a trade folli per provare a vincere ancora, non ha messo pressione a nessuno. Ha continuato semplicemente ad essere il leader mostrando anche agli altri grandi veterani quale fosse la cosa giusta da fare. Attendere, avere fiducia con la consapevolezza che sarebbero tornati in alto. E infatti, col giusto tempo lasciato alla dirigenza per lavorare, ecco che arriva a Golden State Andrew Wiggins; ecco che Looney e Poole maturano; ed ecco un altro titolo, quello contro Boston.

Poi un’altra stagione difficile, questa tuttora in corso, contrassegnata da un imbarazzante record in trasferta. Con fatica arrivano ai playoff contro i giovanissimi e affamati pirati di Sacramento di coah Mike Brown, per tanti anni vice allenatore di Kerr. 2-0 sotto nella serie, sconfitta in casa in gara 6. Già arrivano gli epitaffi per i campioni in carica, gli inni a celebrare la fine di una dinastia. Ma ancora una volta ci si è dimenticati che Curry non è un giocatore come gli altri, è uno dei più grandi. 50 punti, record di ogni epoca per una gara 7 e vittoria Golden State.

Ora per i ragazzi di Kerr ci sono i Los Angeles di Lebron James. Proprio loro, di nuovo uno contro l’altro. Gara 1 è andata ai gialloviola a casa degli Warriors e già si sentono di nuovo le odi alla fine di Golden State. Starà ancora una volta al 30 rimandare per l’ennesima volta la fine della sua era.

Fu vera gloria? Non ai posteri, ma a noi testimoni l’ardua sentenza. Steph Curry ha dimostrato ancora una volta, come sempre ormai da 10 anni a questa parte, di essere uno dei più grandi giocatori ad aver mai calcato un campo NBA. Il miglior tiratore da 3 della storia, record sbriciolati in ogni dove. Eppure le sue incredibili capacità al tiro non sono che l’ultima cosa da valutare per capire la grandezza di un giocatore che non ha e non avrà mai eguali.


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