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Alessandro Diamanti in campo per il Palermo.
, 3 Maggio 2023

Alessandro Diamanti, per il piacere di giocare


Un ricordo di Alino, che venerdì ha annunciato il suo ritiro dal calcio.

Alessandro Diamanti, volente o nolente, è sempre stato uno di cui parlare. Uno che fa parlare, uno anche divisivo per certi versi. Si è sempre tratteggiato come un “marcio”, uno a cui l’ordine costituito non sta così bene. Nessuno sa se è mai stato vicino a una big, in qualche momento della sua carriera, ma tutti quelli che lo hanno visto giocare sono convinti che se la sarebbe meritata. Perché, oltre ad essere un personaggio un po’ fuori dalle righe, Diamanti sapeva giocare bene a calcio. Il suo sinistro è stato per quasi dieci anni un fiore all'occhiello della provincia italiana, e per breve tempo anche di quella inglese. Ha segnato i pomeriggi di sabato e domenica di tutti i calciofili nati a cavallo tra la generazione Y e la generazione Z.

Eppure la Serie A, Alino, l’ha raggiunta per caso. Aveva tentato il salto in B, nell'AlbinoLeffe, ma non era andata come si aspettava e per questo era tornato nella sua Prato, indietro fino alla C2. Aveva 24 anni e se a 24 anni sei ancora in C2 è difficile tu possa veramente sfondare nel calcio che conta. La fortuna di Alino, però, è Aldo Spinelli, vulcanico Presidente del Livorno. Fresco di promozione in A, Spinelli decide, imprevedibilmente, di portarlo in amaranto. La stagione sarà disastrosa e il Livorno retrocederà da ultimo in classifica, ma Diamanti riesce a lasciare un segno: una punizione a foglia morta all'Olimpico di cui le uniche tracce rimaste sono un video sgranato e i ricordi dei tifosi romanisti che, anche a causa di quel gol, vedranno sfumare uno scudetto.

La vera consacrazione con la maglia amaranto, arriva l’anno successivo, in Serie B. Alino gioca una stagione straordinaria, chiusa con la promozione ai play-off. Lascia il suo segno anche nella finale contro il Brescia, trasformando un’altra punizione incredibile, quasi dalla bandierina del calcio d’angolo.

Le tracce della sua prima esperienza livornese sono custodite in questi video nascosti nei meandri di YouTube, con i loghi del Livorno incollati male e la colonna sonora di Rocky in sottofondo.

Chiude la stagione con 16 gol e rilascia un’intervista a Sky in cui fa trasparire il suo ego. La sua voglia di dire al Mondo intero quanto sia “diverso”. Per alcuni è retorica, per altri è un'espressione sincera di quello che Diamanti sente di essere. Un calciatore che bada poco ai soldi, che vuole giocare e divertirsi e che vuole più di ogni altra cosa le emozioni.

Lo scrive anche nel post su Instagram con cui la settimana scorsa ha annunciato il suo addio al calcio: “Io che ho sempre seguito i valori veri del calcio. Non sono stato un calciatore da 100 trofei, ma sono stato un calciatore che si è sentito AMATO.” Scrive la parola “amato” tutta maiuscola, rincara la dose sul suo essere stato un calciatore per la gente e di aver seguito i veri valori dello sport. Gli crediamo perché senza di lui un decennio di calcio di provincia avrebbe avuto meno senso.

Credergli è un po' un atto di fede: in fondo, anche lui ha avuto le sue incoerenze, come quando, dopo la stagione fantastica in B col Livorno, è andato in Inghilterra a giocare col West Ham invece di rimanere in A e tentare l'impresa della salvezza. Lascia Spinelli, “il Presidente a cui sono più riconoscente”, e va a Londra, in Premier League. Nonostante una buonissima stagione, non si ferma a lungo. La sua inquietudine, che lui stesso definisce una follia, lo riporta in Italia. Prima al Brescia, in un’altra stagione travagliata terminata con la retrocessione, e poi al Bologna, dove gioca due stagioni oggettivamente da urlo e conquista anche la Nazionale.

Riuscirà a lasciare una punizione speciale anche a Londra.

L’azzurro è un colore che indubbiamente è piaciuto ad Alino. Cesare Prandelli lo vedeva; lo reputava il primo cambio in attacco, nonostante la stagione fantastica di Giovinco al Parma. Per il CT azzurro, spettava a Diamanti lo slot di riserva di Cassano nella spedizione europea del 2012. E, per un lasso di tempo discretamente lungo, uno dei ricordi più intensi legati alla Nazionale per noi nati a metà anni '90, ha portato proprio la firma di Diamanti. Quinto rigorista dell’Italia nel quarto di finale contro l’Inghilterra, con un pallone sul sinistro che pesava più della palla medica. Si presenta sul dischetto, squadra un po’ Hart, poi lo spiazza con un tiro non angolato, ma secco. Il pallone si insacca inesorabilmente, tutti corrono ad abbracciare il “calciatore della gente” che per una sera è negli occhi di tutta Europa.

Bologna per lui è stata qualcosa di magico, non solo da un punto di vista tecnico. La città emiliana è dove ha scelto di vivere. In un’intervista di non molto tempo fa, ha raccontato dell’intesa tecnica speciale cucita in quegli anni con giocatori come Di Vaio e Ramirez, e poi ha parlato malinconicamente del momento dell'addio, lasciando un po' di amaro in bocca per come sono andate le cose.

La sua versione bolognese riesce a strappare un video "goals and skills" decisamente conforme all'ideale che abbiamo di Diamanti.

A gennaio 2014, in mezzo ad un’altra grande stagione in rossoblu e con la fascia al braccio, Diamanti molla tutti e va in Cina. Col senno di poi, dice di aver sbagliato: non era pronto. Lui, così attento alle emozioni che il calcio sa donare e così sensibile al sentire della gente, non può sostenere un ambiente quasi artificiale, dove i soldi devono sopperire ad una mancanza di cultura calcistica secolare. Nonostante una buona stagione e un campionato vinto, l'esperienza cinese non si rivela una grande idea: a 32 anni basta un niente per sentirsi già vecchi e fuori dal giro.

Tornato dalla Cina probabilmente è così che si sente. Inizia a vagare: qualche mese a Firenze; poco più che una comparsata al Watford, infine Bergamo, dove, appena arrivato, dice che aveva voglia di tornare a giocare in Italia e fa capire quanto gli sia mancato il nostro modo di vivere il calcio.

Diamanti senza dubbio si è pentito di aver girovagato così tanto dopo Bologna: vuole tornare un po’ allo status di prima, a decidere in provincia. Adesso però non riesce più a incantare e a convincere nemmeno in provincia. Dopo un solo anno deludente a Bergamo, prova un’altra impresa impossibile a Palermo. Nel peggior Palermo della gestione Zamparini sembra intravedere nuovi stimoli, nuova gente disposta ad amarlo come lui vorrebbe. Ecco, l’impressione che ha dato Diamanti una volta tornato dalla Cina è di non voler essere più al servizio di nessuno, se non di chi poteva aver bisogno della sua magia. Per essere un marcio buono bisogna andare contro il sistema ma a favore dei più deboli.

Dopo Palermo passa sei mesi da svincolato. Torna in B, dove non stava da più di dieci anni. Va al Perugia e giochicchia senza lasciare grosse tracce. Ma un romantico come lui, prima di lasciare definitivamente l’Italia, non poteva non tornare in un posto dove è stato bene. Nel 2018, dopo oltre 10 anni di girovagare, Alino torna con Spinelli a Livorno. Gioca una grande stagione in Serie B, nonostante una squadra non esaltante. Finisce l'annata da capocannoniere della squadra e da giocatore con più presenze, a 35 anni suonati.

Il momento giusto per mollare tutto e andare via era arrivato. Non più verso la frenesia inglese, né la Cina del comunismo capitalista con il calcio costruito in laboratorio, ma verso l’Australia e l’A-League. Un campionato poco più che amatoriale, un mondo completamente diverso dal nostro, dove ancora l’aspetto ludico del calcio è fortissimo. Trova un ambiente dove si sente a suo agio, la gente che riempie gli stadi, il Western United che è questa squadra di Melbourne appena fondata che lo incorona come idolo assoluto.

Al primo anno, quello poi interrotto dalla pandemia, fa andare in visibilio una nazione intera. A fine stagione viene incoronato come miglior giocatore del campionato. Da allora comincia un addio al calcio graduale, l'unico possibile per uno come lui. Diamanti cazzeggia su Instagram, mostra parti della sua vita privata, mentre sta diventando sempre meno calciatore professionista. Per lui ormai è quasi tutto passione, come quando diceva che gli bastavano cinquantamila euro.

Il video tributo del Western United in occasione del ritiro di Diamanti.

Ora la corsa è finita, Alino. Ci hai accompagnato in tanti pomeriggi passati ad aspettare che il tuo sinistro illuminasse lo stadio. La tua ambizione a volere essere un po’ più romantico, un po’ più nostalgico, a voler trasmettere ancora emozioni e sensazioni ineffabili ha fatto centro. Ci ha scosso. Qualcuno ti ha amato, qualche altro no, ma per molti hai rappresentato un pezzo di vita. Come hai scritto su Instagram, ora quel pezzo è finito, sei pronto ad affrontare altre sfide con "passione, lavoro duro, umiltà, entusiasmo, sana follia e tante risate".


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