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Wout Van Aert alla Parigi-Roubaix 2023
, 27 Aprile 2023

Wout Van Aert, classe e utopia


Il talento del ciclista belga va oltre le singole vittorie.

La Gand-Wevelgem è una delle principali corse della primavera, quando a fare da padrone non sono i Grandi Giri di tre settimane, ma le Classiche di un giorno e le corse a tappe brevi, quelle di una settimana. La gara belga non è una Monumento ma è comunque tra le più interessanti e prestigiose tra quelle che si corrono in questo periodo: si disputa sul pavé, è caratterizzata da diverse salite brevi (suddivise tra -Muur e -Berg, i termini belgi per indicare le salite), e negli anni è stata vinta da alcuni tra i migliori corridori di questo sport: Merckx, Hinault, Boonen, Sagan. Nel palmarès di questa corsa si trova anche Wout Van Aert.

Van Aert è uno dei corridori appartenenti a quella nouvelle vague ciclistica che, dal 2018 a questa parte, sta facendo vivere a questo sport una nuova-vecchia giovinezza: gli atleti di oggi sono capaci di correre su ogni terreno, in qualsiasi condizione climatica, agiscono con attacchi da lontano che fanno “saltare” le corse, come si dice in gergo tecnico, ovvero che sbloccano gli equilibri e “spaccano” i gruppi. Un'attitudine che a molti appassionati ricorda il ciclismo degli Anni ’60-’70, quando gli atleti correvano più o meno alla stessa maniera. Questo ritorno di un ciclismo antico viene appena dopo un ventennio diametralmente opposto, in cui cui da un lato sono state le grandi squadre a far da padrone alle corse - specie nei Grani Giri, con i “trenini” di US Postal e Sky, i team dominanti rispettivamente nel decennio degli Anni Zero e degli Anni Dieci - dall’altro si è avuta un’ultra-specializzazione di corridori: se correvi ad altissimo livello tra il 2000 e il 2017, nella maggior parte dei casi eri un uomo da classiche o uno da corse a tappe - a meno che non fossi Valverde o Nibali.

Van Aert però appartiene all’antica modernità, e allora attacca: lo fa anche alla Gand-Wevelgem, lo fa ancora una volta da lontano (quando mancano 50 chilometri alla conclusione) e non lo fa da solo, ma in compagnia di Christophe Laporte, francese che indossa la sua stessa maglia.

Quando parte Van Aert son dolori per tutti: ha uno scatto secco e potente e, nonostante il fisico slanciato (1,90 m x 78 kg) riesce a fare volume anche in salita. Si porta con sé Laporte, che però fa fatica a reggere il ritmo infernale del compagno di squadra: sul Kemmelberg, a una trentina di chilometri dal traguardo, quando i due hanno oltre un minuto di vantaggio sul gruppo, Van Aert guadagna diversi metri sul compagno di squadra e potrebbe staccarlo definitivamente. Per il classe 1994 non sarebbe male assicurarsi questa corsa. Nonostante l’ottimo inizio di stagione, nel quale si è visto in azione a partire dalla Tirreno-Adriatico dei primi di marzo, ad oggi si potrebbe ritenere uno degli “sconfitti” di questi primi mesi del 2023: si è classificato terzo alla Milano-Sanremo, unica Classica Monumento che ha vinto (nel 2020), nella quale si è fatto beffare dall’acerrimo nemico Mathieu van der Poel sulla discesa del Poggio, e alla Tirreno-Adriatico ha fatto tanto lavoro sporco per Primoz Roglič. Non solo: nella stagione invernale di ciclocross, specialità in cui è tra i migliori, ha fatto fuoco e fiamme, dominando sia la Coppa del Mondo che il Superprestige, dove ha mostrato di essere addirittura migliorato su alcuni tratti dei percorsi. Arrivato al mondiale di Hoogerheide con i galloni da favorito, Van Aert ha condotto la corsa in testa per tutti gli 8 giri assieme a van der Poel, il quale l’ha beffato in volata aggiudicandosi il titolo di campione del mondo. In tutto questo Van Aert, due giorni prima della GW, ha vinto la E3 Harelbeke, altra classica del circuito belga, nella quale ha sconfitto in volata ancora van der Poel e Pogačar al termine di una cavalcata epica a tre durata 60 chilometri. Arrivare a Wevelgem con le braccia al cielo sarebbe un bel modo per bissare il successo di due giorni prima.

Van Aert, però, non è dello stesso avviso dello spettatore. Rallenta, aspetta il compagno di squadra e arriva al traguardo con lui, in parata, lasciandogli la vittoria. A fine corsa Laporte spiega: «Quando mancavano 10 chilometri alla fine, Wout mi ha chiesto se volessi vincere, penso sapesse la risposta. Era davvero forte oggi, più forte di me». Dal canto suo Van Aert ha dichiarato: «Sono felicissimo per Christophe. È un ottimo amico, corriamo solo da un anno assieme, ma sembrano anni. Andiamo spesso insieme in ritiro, poi abbiamo fatto il Tour assieme e sono stati momenti splendidi. Lo scorso anno ho vinto la E3 grazie a lui e non l’ho dimenticato».

Van Aert accompagna Laporte al traguardo della Gand-Wevelgem e gli lascia la vittoria
Van Aert accompagna Laporte al traguardo della Gand-Wevelgem e gli lascia la vittoria (foto Sky Sport)

Non è la prima volta in carriera, come evidente dal suo palmarès recente, che Van Aert rinuncia a un successo personale per uno di squadra. A 28 anni e mezzo, la sua bacheca è ritenuta all’unanimità ben più vuota di quanto direbbe il suo talento. Una sola Monumento, parecchie altre Classiche, ma soprattutto un cumulo impressionante di piazzamenti nelle diverse specialità in cui corre: al di là di alcune medaglie d’oro nei mondiali di ciclocross, nel quale si è dimostrato un talento precoce e abbacinante, ci sono montagne di argenti e bronzi ad arricchire i suoi davanzali. Tra il 2020 e il 2021 in particolare, ha accumulato quattro argenti tra i mondiali e le olimpiadi su strada, equamente divisi tra quelli ottenuti nelle corse in linea e quelli nelle cronometro (due cadauno), sempre in frangenti nel quale è arrivato ad un passo dal bersaglio grosso. Le domande, a questo punto della conversazione, sono due, a cui deve seguire una considerazione.

La prima domanda: perché Van Aert non vince, o quantomeno perché non vince così tanto? Le motivazioni sono diverse e discordanti. Chi lo vorrebbe vedere con le briglie più sciolte sostiene che la Jumbo lo faccia lavorare troppo al servizio dei capitani durante la stagione. Ma come si fa a rinunciare ad un ciclista come lui? Wout Van Aert è garanzia di sicurezza e protezione per gli uomini di classifica della Jumbo-Visma. Nello scorso Tour, all’interno di tre settimane da sogno, c’è una giornata in cui più di tutte è emersa la grandezza del corridore di Herentals. La quinta tappa si corre sulle strade della Paris-Roubaix, quindi tanto pavè, in quella che si preannuncia essere una delle giornate con più trappole dell’intero Tour. Van Aert indossa ancora la maglia gialla conquistata a suon di seconde piazze e di vittorie da finisseur di gran classe. Ma l’obiettivo principale per lui rimane uno: tutelare Vingegaard e Roglič, in quel momento ancora co-capitani della Jumbo. Quando mancano 100 chilometri al traguardo, Van Aert cade in un punto teoricamente tranquillo, una rotonda. Il belga si rialza, rischia quasi di impattare con un’ammiraglia che frena all’improvviso e poco oltre si ritrova a dover scortare Jonas Vingegaard. Il danese ha avuto problemi meccanici, la Jumbo ha fatto confusione sulla bici da dargli e il danese si è attardato di un minuto dagli avversari principali. In compagnia di Van Aert, Vingegaard si ritrova ad inseguire il solito, dominante Pogačar, che ha iniziato il Tour in god mode e sta dando spettacolo anche sul pavé. La Jumbo, in concerto con lo scorrere degli eventi, ha scelto Vingegaard capitano, che grazie a uno sforzo sovrumano di Van Aert riesce a recuperare e a portarsi solo a pochi secondi da Pogačar. In tutto questo, Wout riesce addirittura a mantenere la maglia gialla, quantomeno per il momento: ovviamente la perderà nelle tappe successive, ma quella maglia finirà proprio sulle spalle di Vingegaard sul traguardo di Parigi, dove Van Aert chiuderà un Tour vissuto per l'ennesima volta da protagonista assoluto, con la vittoria della maglia verde, le tre vittorie di tappa e un ricco ventaglio di highlights che l'hanno visto protagonista in montagna a protezione del suo capitano Vingegaard.

L’edizione precedente del Tour, quella in cui Vingo si era fatto notare per la prima volta ma senza andare oltre il secondo posto, è quella in cui il talento di Van Aert è emerso più cristallino e simbolico in assoluto. Pogačar chiude i giochi dopo poco più di una settimana: niente più grande obiettivo da raggiungere significa maggior libertà per tutti negli ultimi dieci giorni di corsa. E in questi dieci giorni Van Aert si aggiudica tre tappe che appartengono a tre universi ciclistici diversi: la Sorges-Malaucène, con doppia scalata al Mont Ventoux, tappa regina del Tour, con oltre 6000 metri di dislivello; la cronometro fissata come penultima tappa del Tour ed infine la volata sugli Champs Elysées. Per tre giorni diversi, Van Aert ha sbaragliato la concorrenza su terreni estranei tra loro. Van Aert ha suonato prima il miglior metal, poi il miglior jazz e per finire il miglior grunge: c’è qualcosa del genere oggi, nello sport e non solo? È questa suprema duttilità che fa di Van Aert un corridore estremamente trasversale. Una sorta di ibrido tra uomo di punta e secondo violino.

Gli highlights della tappa del Mont Ventoux, Tour de France 2021

Il che porta alla seconda domanda: con una gestione diversa da parte della Jumbo, che in quattro stagioni gli ha fatto correre solo il Tour come Grande Giro, vedremmo un Van Aert dominante in ogni corsa che affronta? La controprova probabilmente non la otterremo mai, perché è difficile che la Jumbo cambi strategia. Ad ogni modo gli avversari di Van Aert non vincono perché sono semplicemente più freschi e lucidi, ma perché sono campioni affermati e geniali almeno quanto lui. Va detto poi che l'idea secondo cui Van Aert spende troppe energie nel calendario è forse una suggestione che alimentiamo noi stessi per illuderci di questo what if. Spesso è solo una disattenzione, una leggerezza non dipendente dalle energie in cascina, a fargli perdere le corse.

Il Giro delle Fiandre andato in scena domenica 2 aprile è emblematico dei giudizi troppo polarizzati con cui si valuta questo corridore, al contrario estremamente sfaccettato. Alla corsa di casa Van Aert ci arrivava da co-favorito assieme agli altri due moschettieri, Van der Poel e Pogacar, con cui condivideva uno stato di forma eccellente. Sin dalle prime battute, la corsa si dimostra particolarmente intensa - sarà il Fiandre con la più alta velocità media della storia, 44 km/h orari -; questi ritmi, però, trasmettono alla corsa anche un certo nervosismo, da cui scaturiscono diverse cadute di gruppo. A scatenare quella più dannosa, a 143 chilometri dal traguardo, è Filip Maciejuk, corridore della Bahrain-Victorious che, portato ai margini della carreggiata, finisce sull’erba bagnata e tornando sull’asfalto spinge via un paio di colleghi, creando un effetto a catena che causa la caduta di almeno trenta corridori. Tra queste c’è anche quella di Van Aert. Dalle immagini non emerge chiaramente la misura del suo coinvolgimento, ma sicuramente l’episodio lo condiziona per il resto della giornata. Nel frattempo la corsa procede e i capitani mandano in fuga i loro gregari: Trentin per Pogačar, Van Hooydonck per Van Aert, mentre van der Poel rimane presto solo. La corsa esplode ai -55: sull’Oude Kwaremont è Pogačar ad aprire le danze, creando un primo buco nei confronti dei due rivali che si fanno sorprendere per qualche chilometro. La Jumbo, che forse ha già intuito qualcosa sullo stato di forma di Van Aert, manda Laporte a chiudere sullo sloveno, portando ad un ricongiungimento del terzetto. Per una ventina di chilometri i tre procedono a ritmo sostenuto, fino a quando sul Kruisberg, terz’ultima salita di giornata, van der Poel suona un altro colpo, quello decisivo per far capitolare Van Aert, che non tornerà più sulle ruote dei rivali. Su questo muro emergono i limiti strutturali del belga: la mancanza nell’arsenale di quella che volgarmente si potrebbe chiamare frustata, un cambio di passo violento come quello messo in mostra da MvdP per lasciare sul posto i compagni. Pur avendo un ottimo ritmo anche quando la strada diventa ripida, difficilmente Van Aert si alza sui pedali accelerando di colpo, né tantomeno è capace delle frullate di un Chris Froome. In questo senso emerge molto il suo stile compatto ed elegante da cronoman: raramente si scompone sulla bicicletta, ma in frangenti come questi paga dazio. La Jumbo riporta Van Hooydonck su di lui per fargli recuperare il gap con gli avversari, ma non basta: Pogačar e Van Der Poel vanno da soli fino a quando Pogi non si libera anche dell’ultimo avversario all’imbocco del Paterberg, aggiudicandosi la terza Monumento diversa in carriera per distacco con la sua solita impressionante facilità. Van Aert si ricongiunge col gruppetto di corridori che erano andati in fuga da lontano e arriva fino al traguardo con loro, venendo sconfitto in volata solo da un ottimo Mads Pedersen. Un 4° posto che per la maggior parte dei ciclisti sarebbe stato come un risultato encomiabile, per Van Aert è l’ennesima “sconfitta da digerire e analizzare”. Un’assurdità, soprattutto se si considerano le probabili conseguenze della caduta di inizio corsa.

Alla Paris-Roubaix, probabilmente ultima occasione in questo 2023 per Van Aert di portarsi a casa una Monumento, il belga si presenta in condizioni non perfette, dopo l’estenuante Fiandre. Qualche giorno prima si era espresso molto chiaramente sulle sue condizioni: «Sono caduto peggio di quanto pensassi all'inizio. Sono stato appena in grado di allenarmi. Non sono limitato, ma non mi sento al meglio, peccato. La mia condizione è comunque buona e spero di essere pronto per il finale di gara». Vista dall’esterno, la dichiarazione sembra galleggiare a metà tra un’ammissione sincera e un trucco per confondere le acque e abbassare le aspettative. Con il carico della pressione più orientato verso l’altro grande favorito, van der Poel, la domenica svela che quelle parole erano in effetti un bluff. La corsa esplode presto, come da tradizione, e Wout si fa trovare pronto. Non solo: ai -103 prende l’iniziativa, creando il primo spaccamento nel gruppo e riprendendo una fuga che aveva faticato a maturare. Van Aert si porta dietro il fidato Cristophe Laporte, ma la parte del leone in questo caso sembra farla l’Alpecin, che affianca a Van Der Poel i compagni Gianni Vermeersch e soprattutto Jasper Philipsen, di professione velocista ma in giornata di grazia sulle pietre. Nella Foresta di Arenberg, uno dei tre settori di pavé a 5 stelle, c’è il primo colpo di scena: Laporte fora e perde le ruote del gruppo di testa, rimanendo per un lungo tratto da solo, a metà tra il gruppo di testa e quello all’inseguimento. Mancano ancora 80 chilometri e Van Aert è già insospettabilmente da solo. Nel confronto definitivo tra i due campioni del Nord, è un ribaltamento dei ruoli inaspettato: Wout, l’uomo di squadra e con una Squadra, può contare solo su se stesso, mentre Van Der Poel, specializzato nel ruolo di superuomo che risolve le co(r)se da sé, si ritrova con una coppia di gregari eccellenti che si riveleranno fondamentali nello sgretolare la lista di candidati alla vittoria finale. Van Der Poel dà un colpo su Mons-en-Pévèle, secondo dei tre settori micidiali, ai -50, e plasma il gruppetto di 7 uomini che arriva fino alle battute decisive della corsa.

Il momento che decide la Paris-Roubaix è sul terzo e ultimo settore, sempre a cinque stelle. Succede tutto in poche centinaia di metri: sul Carrefour de l'Arbre Van der Poel entra in uno spazio strettissimo ed è costretto ad allargare il gomito su John Degenkolb, vincitore di questa corsa nel 2015, che cade; Van Aert approfitta della confusione per allungare ma Van der Poel è oramai un uragano: riprende Van Aert, rilancia l’azione e lo lascia lì. Inizialmente sembra solo più forte, ma in realtà Van Aert ha forato. Sulle ultime battute dell’ultimo grande settore, Van Aert perde il treno della vittoria e consegna al suo acerrimo rivale l’ennesima vittoria, la sua quarta Classica Monumento. Van Aert rimane al palo, cerca di scattare più volte ma viene sempre stoppato da un Philipsen brillantissimo e chiude 3°, battuto in volata dall’olandese che completa una perfetta doppietta Alpecin. Nel post-gara van der Poel dichiarerà che avrebbe preferito arrivare fino al Velodromo con Van Aert, mentre il belga, scurissimo in volto sul podio, si arrende al destino: «Io e Cristophe eravamo nel gruppo di testa dopo Arenberg, ma all’improvviso non l’ho più visto. Prima che me ne accorgessi, mi sono trovato nel gruppo di testa contro due Alpecin: non era una situazione ideale, ma ho provato a mantenere la calma. Sono contento di essere sul podio, ma la corsa sarebbe potuta andare in un altro modo: la fortuna non era dalla nostra parte oggi». Con il gradino più basso del podio alla Roubaix, WVA ha chiuso una stagione delle classiche emblematica della sua carriera finora: prestazioni di altissimo profilo, ma condizionate dalle mille circostanze, che gli hanno impedito di portarsi a casa più vittorie di quanto avrebbe meritato.

Le analisi su Van Aert dovrebbero partire da una premessa: cosa ce lo fa apprezzare così tanto, i singoli trionfi o le qualità dimostrate lungo tutto l’anno? Sono le mere vittorie, i numeri incasellati nei riquadri delle statistiche, a darci la dimensione di un corridore e della sua legacy? Attenzione, perché qui non si parla di sole emozioni, ma anche di peso specifico nella storia della disciplina. La questione Van Aert è sportivamente universale perché ci mette di fronte a un dilemma nella valutazione di un grande sportivo. In questo senso la disciplina cui appartiene non aiuta, perché il ciclismo è uno sport ricco di paradossi. Quel che è certo è che per valutare il ciclista belga bisogna cestinare tutte le convinzioni precostituite e allargare il campo di analisi a una serie di considerazioni laterali. Non ci si può limitare a leggere Van Aert attraverso la somma algebrica dei risultati raggiunti o fatti raggiungere ai compagni. Non lo si può collocare, insomma, nella cornice limitante del gregario: non a caso, la parola "gregario" non è mai utilizzata in questo articolo. Non che Van Aert non sia anche un gregario straordinario; ma il fatto è che con la retorica del gregario, della ruota che si becca il vento per i compagni, si rischia di appiccicargli un'etichetta inadatta al suo talento così sfaccettato e tridimensionale. Un talento che non merita di essere appiattito in una definizione secca, perché Wout "contiene moltitudini", per dirla con Walt Whitman.

Per WVA far parte di una squadra così forte ed epocale è croce e delizia: spesso ha alle spalle un'armata per andare all'assalto delle Classiche, fattore che però in corse così aleatorie come quelle di un giorno può non bastare; d'altro canto, essere la spalla dei grandi fenomeni delle tre settimane lo porterà sempre a conservare uno status di subalterno. Nel complesso, quanto manca a Van Aert per assurgere a uno status di leggenda della disciplina, ammesso che non l’abbia già raggiunto? Van Aert è arrivato definitivamente nel World Tour appena 4 anni fa e da quel momento ha ottenuto pressoché tutto: 33 vittorie, tra cui una Amstel Gold Race, una Omloop, due E3 e 9 vittorie al Tour de France, dove ha anche ottenuto lo scorso anno la maglia verde a punti; a queste vanno aggiunte le 7 vittorie ottenute in Vérandas che portano il conto a 40. Nel mezzo, anche un pericoloso infortunio che ha rischiato di limitarne la carriera.

In uno sport dal calendario variegato e complesso come il ciclismo, inclusivo come pochi nella misura in cui inserisce maglie e classifiche nelle grandi corse al fine di premiare ogni espressione di talento, valutare un corridore dalla casellina delle vittorie è ancor più riduttivo che in altri sport. Ci sono vari modi per passare alla storia nel ciclismo su strada: c'è chi lo fa con la spietatezza nel conquistare allori come Pogacar, chi con alcune azioni brutali che rimangono negli occhi e nei cuori come Van der Poel, e chi con la continuità e la versatilità come Van Aert. In passato, attorno a molti eccellenti perdenti, si è creata una mistica particolare, che però ha relegato atleti straordinari a ruoli troppo romanticizzati, subalterni e retorici. Un esempio è quello di Raymond Poulidor, capace negli anni Sessanta e Settanta di raccogliere 8 podi al Tour de France senza mai vincerne uno. Con gli strumenti a disposizione oggi e una mole impressionante di statistiche, è possibile nonché dovuto superare gli archetipi e offrire la narrazione più precisa possibile su un corridore.

Mathieu Van der Poer e Wout Van Aert al Mondiale di ciclocross dello scorso febbraio.
Mathieu Van der Poer e Wout Van Aert al Mondiale di ciclocross dello scorso febbraio. Sul traguardo di Hoogerheide l'olandese arriverà davanti al belga per la quarta volta negli ultimi otto anni.

In un’intervista rilasciata la scorsa settimana, Van Aert ha ribadito che non ha intenzione di snaturarsi o modificare il proprio calendario per essere più selettivo, spiegando ancora una volta come la forma del suo talento stia proprio nel genio multiforme. Nella stessa intervista, Van Aert ha dichiarato che la vittoria a Calais nel Tour dell’anno scorso, celebrata con un’esultanza iconica dal quale è nata una geniale campagna promozionale della Red Bull, è uno dei momenti preferiti della sua carriera. Una vittoria magari effimera, ma nella quale possiamo trovare una delle tante espressioni di classe di Van Aert. Potrà sembrare un blasfemia, ma anche la bacheca di un fuoriclasse come Marco Pantani a prima vista appare scarna: un Giro, un Tour e altri tre podi nelle grandi corse a tappe. Eppure, nessuno si permetterebbe mai di discutere la classe di un corridore iconico come il romagnolo, e di sminuire imprese come quella di Aprica nel '94 per via della mancata vittoria finale.

Le espressioni di talento pure, nel mondo dello sport, vanno estrapolate dal contesto e dal risultato finale. Nel corso della sua carriera, Van Aert ha sempre messo alla prova i suoi stessi limiti, lavorando per ampliare il suo ventaglio di qualità tecniche, come pure per migliorare la tenuta fisica nell'arco della stagione. Se ciò è stato possibile si deve anche al fatto che Van Aert è, tra le tante cose, un trendsetter nel modo di vedere il ciclismo odierno: correre d'inverno nel fango del ciclocross e poi sull'asfalto nel resto dell'anno, esprimendosi su alti livelli con costanza su entrambi i terreni, era difficilmente concepito prima di lui. Oggi è visto come un valore aggiunto: a parte Eli Iserbyt, i due ciclocrossisti più forti sono innanzitutto ciclisti su strada - Van der Poel e Van Aert appunto.

Quello che stiamo ammirando in questi anni è probabilmente il Van Aert nel suo prime. Se manca qualcosa nella sua bacheca, non c'è di che disperarsi: spesso il ciclismo restituisce a un corridore ciò che merita. Giudicare la bacheca di un corridore che è ancora nelle fasi iniziali della sua carriera è come giudicare un puzzle appena iniziato, o una pittura ad olio non ancora asciugata: si rischia di perdere d’occhio la visione d’insieme. Occorre invece saper aspettare e far emergere i valori. Difficilmente la strada mente. Soprattutto, se c’è qualcosa che il ciclismo non nega ai propri eroi sono le seconde chance: se nel calcio “c’è sempre un’altra stagione”, nel ciclismo la gara per riscattarsi è sempre dietro l’angolo.

Finora in questo 2023 Wout Van Aert ha perso l'occasione per imprimere ulteriormente il proprio nome nella storia del ciclismo, ma la stagione è ancora lunga: a inizio agosto ci sarà il mondiale in linea su strada, a Glasgow. Inserito in una posizione insolita, arriva appena dopo il Tour de France, il momento della stagione in cui solitamente Van Aert sembra brillare più di tutti. L’occasione è più che ghiotta: il percorso è composto da tanti piccoli strappi e potrebbe risolversi in volata. È forse troppo presto per guardare così lontano, ma le vicissitudini di WVA quasi costringono a guardare sempre oltre: un po’ come l’utopia, gli orizzonti lontani servono a far camminare. Vogliamo vedere Van Aert vincere, o vogliamo vedere Van Aert perdere. Prima di tutto, però, vediamo Van Aert come un corridore unico e peculiare, da ricordare e non sottovalutare.


  • Nato ad Andria nel 2001. Studente di economia e management con una smodata passione per i quiz, l'animo di Jimmy McGill e la figurina di Edin Dzeko nel portafoglio.

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