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, 27 Aprile 2023

Considerazioni sparse su “Il Sol dell’Avvenire” di Nanni Moretti


Nanni Moretti ci regala un film politico, ironico e divertente.


“Ci chiediamo continuamente come passeremo il tempo nella nostra vecchiaia. Ci chiediamo se persisteremo a fare quello che abbiamo fatto da giovani: se per esempio seguiteremo a scrivere dei libri. Ci chiediamo che specie di libri riusciremo a scrivere. […] In giovinezza ci era stato parlato della saggezza e della serenità dei vecchi. Noi però sentiamo che non riusciremo a essere né saggi, né sereni; e d’altronde non abbiamo mai amato la serenità e la saggezza, e abbiamo invece sempre amato la sete e la febbre, le inquiete ricerche e gli errori”

Natalia Ginzburg

- Nanni Moretti nel tempo dell’inizio della sua vecchiaia ha ripreso a scrivere il libro che aveva messo nero su bianco - sceneggiatura dopo sceneggiatura - e tradotto in pellicole - lungometraggio dopo lungometraggio - negli anni ottanta, libro che si apre con “Sogni d’oro” (1981), che è pervaso “di sete e di febbre, di inquiete ricerche e di errori”, e che sembrava essere stato concluso con “Palombella rossa” (1989) e il contestuale addio all’alter ego Michele Apicella. “Il Sol dell’Avvenire” ne è un’ideale appendice posticipata di più di trent’anni;

- La coperta di “Sogni d’oro” è reindossata dopo poche scene, rimandando in maniera esplicita al film del 1981. Come in “Sogni d’oro” Nanni Moretti è protagonista, regista con le ossessioni con le sue manie, polemico nei confronti di colleghi che svolgono male il mestiere. Ma se nell’opera giovanile si trincerava dietro Michele Apicella, intollerante verso la piaggeria del furbo regista interpretato da Gigio Morra fino al punto da farci a botte, qui è semplicemente Giovanni, non meno inflessibile nell’intransigenza verso i colleghi colpevoli di girare scene brutte, e quindi “inutili, perché semplicemente brutte”, ma più sereno, saldo nella spassionatezza, fulgido nell’esempio fornito nei momenti in cui si scansa e ci lascia vedere scene - quelle dei giovani amanti a cui passa le battute, quelle corredate da splendide musiche del cantautorato italiano - meravigliose, che dimostrano un senso dell’immagine da gigante dell’arte cinematografica;

- Al contrario di quanto rivendicato dal personaggio di Barbara Bobulova (“Chi se ne frega della politica, questo è un film d’amore”), “Il Sol dell’Avvenire” è anche un film politico, più vicino a “Palombella rossa” che all’antiberlusconismo militante degli anni novanta: se il rivolgimento in “Palombella rossa” era al presente, accorato invito al rinnovamento per evitare la disgregazione della sinistra, ne “Il Sol dell’Avvenire” è al passato, alla ricerca del what if che avrebbe potuto segnare un punto di svolta (cosa sarebbe successo se il PCI avesse preso le distanze dall’URSS dopo l’invasione dell’Ungheria nel ’56?). Il finale del film nel film riporta più al sogno di “Once Upon a Time in Hollywood” che al sangue di “Inglourious Basterds” di Tarantino, sperimentatore mainstream di riferimento nel genere dell’ucronia in questi anni;

- Nel film ci sono autocitazioni in parte solo accennate (il discorso sulle scarpe rimanda a “Bianca”, i calci al pallone a “La messa è finita”, il nuotatore in piscina a “Palombella rossa”), in parte più esplicite, come quando ricorda la madre - figura trasversale all’intera filmografia - “Mi manca, sono dodici anni che non c’è più” (la Signora Apicella si è spenta nel 2010). Non mancano un potenziale nuovo tormentone (il “190 paesi” di Netflix ripetuto in maniera ossessiva) né un nuovo ribaltamento in chiave autoironica d’uno dei clichè storici: come già in “Mia madre” il “Bianca, io mi devo difendere” era stato trasfigurato nel “Margherita, io mi devo proteggere” seguito da “Ma sei scemo?”, così ne “Il Sol dell’Avvenire” il furioso Michele Apicella de “Le parole sono importanti” di - ancora una volta - “Palombella rossa” ha ormai lasciato il posto al settantenne Giovanni, che canta, meno inquieto, che “Sono solo parole”. In quest’ottica il film va a configurarsi come un carillon musicale munito di più cilindri e dotato di almeno un livello di ascolto in più per chi già ha fruito dell’opera del regista;

- Negli ultimi dieci anni Nanni Moretti ha virato genere in maniera eclatante da “Mia madre” a “Tre piani” a “Il Sol dell’Avvenire”, tracciando una traiettoria filmica inintelligibile e per questo a volte ingiustamente malvista. Credo sia un merito l’imprevedibilità raggiunta in questa fase di maturità artistica, e spero continui a realizzare esattamente quel che gli va di fare quando gli va di farlo, perché checchè ne dica Giovanni un film ogni cinque anni non è troppo poco, e come canta Fossati “C’è tempo, c’è tempo, c’è tempo”.

  • Salernitano, classe 1992. Laureato in Medicina e Chirurgia a Bologna, ma solo perché la Facoltà “Storia del calcio e filosofie dei sistemi di gioco” ancora non è stata inventata.
    Tifoso del Chievo dai tempi in cui i “Mussi” volavano per la prima volta in Serie A, sono innamorato di questo sport per la quantità incredibile di storie che è in grado di offrire.

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