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, 26 Aprile 2023

La rivoluzione di Steph Curry, intervista a Dario Costa


Abbiamo parlato con l'autore del libro "Steph Curry. Gioia e Rivoluzione".

Quando la cometa Steph Curry fa capolino nell'universo NBA, nel 2009, le squadre della lega tentano mediamente 18.4 triple a partita. Nel 2023 i Chicago Bulls, la squadra ultima in classifica per tiri da 3 punti, ne tenta 28.7. Nel giro di quindici anni, cioè, la squadra che sfrutta meno le spaziature nella marcatura prova circa il 55% di tiri da lontano in più rispetto alla media del campionato di nemmeno una generazione prima.

A cosa si deve questa rivoluzione? Innanzitutto bisogna considerare che il tiro da 3 è stato introdotto nel 1980. Da quel momento le diverse scuole tattiche del gioco hanno cominciato lentamente ad assimilare la novità regolamentare, dando vita a un lungo processo che di esperimento in esperimento ha progressivamente affinato l'utilizzo del nuovo strumento tattico. In questo senso, è fisiologico che l'uso del tiro da 3 sia andato crescendo nel tempo a partire dalla sua introduzione. Ciò che è meno fisiologico è l'impennata registrata negli ultimi 15 anni, qualcosa che si deve anche all'impulso dato da Stephen Wardell Curry. Curry è stato un catalizzatore del fenomeno; colui che ha esplorato le potenzialità del tiro da lontano come nessuno aveva fatto prima, e che ha di fatto accelerato il processo già in atto di diffusione della tripla nel circuito NBA.

Stephen Curry detiene praticamente tutti i record in fatto di tiri da tre: record NBA per triple segnate in regular season, record per triple segnate ai play-off, record per triple segnate nelle finali, record per triple segnate di media a partita in una stagione, record di velocità nel raggiungere almeno 100 triple in una stagione, e molti, molti altri. Per comprendere meglio la traiettoria di Curry come rivoluzionario del basket, abbiamo intervistato Dario Costa, autore del libro Steph Curry, Gioia e Rivoluzione, la prima biografia italiana - e una delle prime al mondo - di Curry uscita per 66thand2nd lo scorso 10 marzo (potete comprarla a questo link).

Ciao Dario, nel tuo libro parli di Steph Curry e del suo gioco come animati da una “logica senza senso”, espressione di una “libertà d’espressione all’interno di un sistema di regole”, eppure nonostante lo status raggiunto oggi da Curry, su di lui c'erano molti dubbi in sede di draft. Sappiamo che prevedere lo sviluppo dei giocatori è sempre un azzardo, ma nella storia esistono altri casi in cui aspettative e realtà si sono allontanate così tanto? Certo nel caso di Curry è andata bene, ma molto più spesso succede il contrario e giocatori su cui c'era grande hype finiscono per deludere. Quali sono le tue personali cantonate che ricordi con maggior rammarico?

Guarda, di abbagli giganteschi ne ho presi parecchi. I due che mi vengono prima in mente sono Jimmer Fredette e Tyrus Thomas. Il primo (4 anni ai Brigham Young Cougars) pensavo potesse aderire alla perfezione ai canoni del basket moderno, il secondo era stato scelto dai Bulls (NBA Draft 2006) e secondo me rappresentava il prototipo del lungo moderno, ma è finito presto nel dimenticatoio. Su entrambi avevo grandi aspettative ma poi la storia è andata in maniera leggermente diversa (ride, nda). Può assolutamente capitare di sbagliare una valutazione: nel libro riporto lo scouting report di Jonathan Givony. Lo leggi e dici “Questo è un incapace!”, ma all’epoca e ancora oggi è uno dei più stimati.

Se andiamo a vedere gli ultimi MVP sono stati scelti ben oltre la quindicesima scelta. È molto più complicato dare quel tipo di giudizi adesso: i giocatori arrivano molto più giovani in NBA rispetto a quanto ha fatto Curry. Oggi sono oggettivamente più maturi. In più le singole squadre NBA hanno un development staff incredibile: può essere che un atleta estremamente grezzo venga formato fino a farlo diventare una cosa che era impossibile immaginare.

La tattica del raddoppio a tutto campo adottata da Jimmy Patsos, coach di Loyola Marymount, per arginare Curry è totalmente controintuitiva. Ci sono altri precedenti nella storia collegiale o nel passato NBA di scelte così drastiche per affrontare Curry e Davidson?

Per il College Basketball non ti so dire, non sono così informato sull’archivio storico. Per quel che ho trovato, posso dire con un certo grado di sicurezza che era la prima volta che veniva proposta una tattica del genere in NCAA, ma anche che in seguito si sarebbe vista altre volte. In NBA no, e in effetti ha senso: nel college basketball, in una partita non di primissimo livello, te la puoi anche spendere una strategia così. In NBA, dove tutti vedono tutto, mi sembra praticamente impossibile attuarla.

Nel 2022 un Jalen Williams è considerato già “vecchio” per entrare in NBA, mentre scegliere i senior nel 2009 non era un’eccezione così rara… Parlando di MVP scelti lontani dalla lottery, è impossibile non citare Nikola Jokic. Secondo te la parabola del serbo ha dei punti di contatto con quella di Curry, anche in termini di personalità e leadership? O ritieni Stephen imparagonabile?

Non è un parallelo banale né infondato. In primis, i Golden State Warriors con Curry e i Denver Nuggets con Jokic decidono che quello che il giocatore sa fare è più importante di quello che non sa fare. In entrambi i casi, nelle specificità del ruolo, sono visibili eccezionalità e limiti altrettanto marchiani…

…così come senza Steph Golden State, nel lungo periodo, è considerabile una delle squadre peggiori della Lega, allo stesso modo le statistiche dei Nuggets senza Nikola sono catastrofiche…

Esatto! Guardando anche il percorso iniziale della carriera, le prime sconfitte hanno alcune similarità. Jokic deve ancora avere la conferma del titolo NBA. In entrambi i casi si parla di giocatori rivoluzionari per come interpretano quello che viene normalmente e tradizionalmente associato alle loro caratteristiche fisiche.

Secondo te per arrivare a vincere Curry ha dovuto salire l'ultimo gradino in termini più tecnici o mentali?

Sono fattori inscindibili. Mentalmente ha fatto uno step nella semifinale della Western Conference 2013 contro gli Spurs: lì si è cominciato ad avere la sensazione che stesse nascendo qualcosa di grande che avrebbe potuto durare. Ricordiamo che quei Spurs perderanno le Finals contro Miami e si prenderanno la rivincita di Lebron e degli Heat l’anno dopo: a pallacanestro ci sapevano giocare… Se si va a rivedere quella serie, GSW gioca senza alcun timore reverenziale. È qui che Curry diventa il Curry che conosciamo.

Dal punto di vista tecnico è fondamentale l’arrivo di Steve Kerr: modifica alcune linee senza stravolgerle. Stende un tappeto rosso davanti a Steph in modo da fargli esprimere le sue qualità. Non che prima Mark Jackson non lo facesse, ma Kerr ne massimizza i pregi, consegnando di fatto la squadra al talento di Steph.

David Foster Wallace descrive in maniera magistrale i Momenti Federer, Dario Costa dipinge i Momenti Curry. Immagino che il tuo preferito sia la tripla a OKC, con cui decidi di aprire il libro. Ognuno, però, può averne uno diverso. Ci sono moltissimi tiri iconici che, a seconda del contesto, uno può riconoscere come l’espressione massima del #30 di Golden State. Curry è soprattutto un tiratore, ma non solo. Eppure nell’immaginario si tende un po' a confinarlo in quella branca del gioco. Come mai?

Quel tiro contro OKC del 2016 è uno dei primi casi in cui Steph ridefinisce il concetto di buona giocata e brutto tiro. Steph è diverso rispetto a tutti i modelli precedenti. La particolarità di Steph, a differenza dei Jordan o dei James, è che dissemina "momenti Curry" in periodi diversi della partita, non necessariamente alla fine. In una partita di Curry esistono tantissimi momenti in cui potresti saltare dalla sedia per una giocata.

Le partite che Curry decide le decide per un'influenza costante sulla partita, fin dall'approccio iniziale. Magari non lo fa per un tiro singolo, ma per 4-5 minuti in cui entra in the zone e decide di chiudere baracca e burattini (ride, ndr). Al di là del tiro di OKC che, come cerco di spiegare nel libro, non è paragonabile a The Shot di Jordan o al Chasedown Block di LeBron, non decide una finale. Ma questo traccia il ritratto di un giocatore comunque diverso dagli altri.

“Uscire dalla narrazione costruitagli intorno” è, a tuo avviso, uno dei turning point della carriera di Curry. Dopo le Finals 2016, Steph e Golden State passano dalla parte dei cattivi. Quanto è importante la crescita e lo sviluppo dell’immagine dell’atleta rispetto all’atleta stesso? È più importante quello che esprimi sul parquet o come lo fai?

Per capire quanto conti quello che uno fa in campo o quantomeno l’aspetto caratteriale del personaggio bisogna partire da un presupposto: soprattutto le star NBA non sono più soltanto dei giocatori di pallacanestro; sono personaggi pubblici a 360°, sono delle aziende vere e proprie. È chiaro che nella loro percezione, soprattutto per il pubblico più generalista, che guarda meno la pallacanestro, il loro comportamento è importante almeno quanto il loro apporto tecnico alla squadra. La visibilità mediatica di cui dispone l’NBA e lo sport nel 2023 è imparagonabile anche solo a quella di un decennio fa.

Di Curry, oggi, sappiamo tutto: tramite social network e non solo veniamo a conoscenza di tutti gli aspetti privati dell’uomo. L’aspetto interessante dell’evoluzione che ha preso la figura pubblica dello sportivo è vedere come il singolo sportivo decide di autorappresentarsi. Ci sono differenze sostanziali. Nel libro provo a spiegare che la parabola del Curry-personaggio pubblico è molto particolare, per tanti versi diversa a quella di alcuni suoi coetanei.

Scrivi di Curry come di un atleta “estraneo alla drammatizzazione”, che trasforma la “gioia in vantaggio competitivo”. Quanto è difficile diventare Steph Curry? Non si è ancora sentito nessuno indicare Steph come un idolo di cui ripercorrere pedissequamente le orme, come ad esempio Kobe con Michael Jordan. Quanto è complicato e originale indicare Curry come un modello di ispirazione a livello di immagine? Esistono esempi come SC30 e Duncan come modelli non convenzionali…

Spesso è così, non solo nella pallacanestro ma anche in ambiti più delicati: quando qualcuno si comporta in una maniera sostanzialmente diversa dalle abitudini consolidate, differente dal pensiero generale, poi è difficile guadagnarsi un consenso ampissimo e trasversale. L’esercizio di leadership e di attitudine in campo è una regola NBA più o meno da sempre. Ci sono figure leggermente diverse che escono dallo spartito, ma in media quelli che sono considerati i 10-15 più grandi hanno uno stampino simile. Leader con un ego spropositato, maniaci che soffrono la sconfitta come se fosse un lutto: un corredo che conosciamo fin troppo bene, riassunto in maniera perfetta in The Last Dance. È difficile imporre un modello che non sia il comportamento canonizzato: è molto complicato far funzionare le cose in maniera diversa.

Penso che sia una questione generazionale: chi la gioca ma soprattutto chi la racconta è legato ancora a quella narrazione. È vero, esiste Curry ed è esistito Duncan. Il modello di LeBron sarebbe da approfondire, in quanto ibrido tra questi due estremi. Non penso che sia sufficiente l’esempio di un singolo giocatore se manca la volontà di tradurre quel tipo di esempio in particolare ai bambini e a chi si approccia alla pallacanestro. Penso che Curry continui a portare un tipo di esempio ma non è sufficiente: ci deve essere qualcuno che lo spieghi, che lo insegni. Il modello è funzionale, sarebbe funzionale. Mi auguro che, anche grazie a un ricambio degli addetti ai lavori, questo esempio venga più adottato o comunque proposto. Non è detto che sia universalmente giusto, ma secondo me è più in linea coi tempi.

Se si fa caso la maggior parte delle partite più belle di Curry ai playoff sono le quarte della serie. Ti sei dato una motivazione o pensi sia solo una coincidenza?

L'unica spiegazione logica che riesco a darmi, vale quel che vale, deriva dal fatto che nei playoff l’intensità fisica e mentale è più alta rispetto alla stagione regolare. Cercare di limitare Curry per più partite consecutive è una fatica, anche fisica, inimmaginabile. Con e senza palla si muove vorticosamente: stargli dietro è un’impresa non indifferente. Gara-4 e gara-5 rappresentano il culmine del logorio per che deve affrontare Steph: lui, che anche a 35 anni sembra avere una batteria inesauribile, non cala quando gli altri gli concedono una frazione di secondo per ricevere la palla o quei 20 cm in più di spazio.

Vedi all’orizzonte, più o meno lontano, una squadra vincente modellata sugli stessi principi degli Warriors di Curry? Altrimenti, ritieni possibile che si potrà mai fare?

La macchina di gioco degli Warriors è pressoché irreplicabile. Posto che secondo me non è nemmeno considerabile un modello di gioco Warriors, la base da cui partire sarebbe l'unione di una serie di giocatori dal QI cestistico elevatissimo. È ovviamente complicato, si devono allineare un sacco di fattori. Se si vede una partita di Golden State si scorgono dei principi ma non troppi schemi: è tutto basato su letture e contro letture. È possibile farlo se hai Curry, Klay, Draymond Green, Looney. Anche gli esperimenti che Golden State stessa ha fatto negli ultimi anni di integrare giocatori senza questa naturale predisposizione non sono andati a buon fine. Per fare un nome, guarda Kelly Oubre: non è automatico entrare in quel sistema, leggere cosa sta succedendo in campo in tempo reale.

Di certo la pallacanestro giocata adesso assomiglia un po’ di più a quella di Golden State perché, banalità delle banalità, il tiro da 3 è molto più ricercato e, nonostante i dati degli ultimi 2 anni parlino di un parziale ritorno alla hero ball, si tende a condividere di più il pallone. Per costruire una squadra del genere è necessario innanzitutto associare quattro giocatori che condividono quel tipo di flessibilità mentale. Mi rendo conto che non è semplicissimo.

Alcune franchigie hanno attacchi che ricordano la Death Lineup ma difensivamente non reggono il ritmo, e viceversa. In un sistema così unico come quello dei Warriors è stato Curry a esaltare certe caratteristiche dei Thompson, dei Green, o il contrario? È il sistema che si è adattato a Curry o viceversa?

Direi 50 e 50. Penso a un giocatore come Klay Thompson: ha rinunciato a una parte di quello che sarebbe potuto essere in qualsiasi altra squadra, ma ne ha guadagnato in possibilità di trovare tiri aperti in quantità che altrove non avrebbe potuto avere. Lo stesso discorso vale per Green: non è un tiratore, gode della vicinanza di Steph ma fa tutto il lavoro sporco che copre tutte le lacune di Steph, in campo e nello spogliatoio. È un rapporto di mutuo soccorso!

Secondo me è straordinario che questi elementi si combinano e, tutto sommato, con l’eccezione di Iguodala sono ragazzi che si sono cresciuti in casa. Golden State li ha presi al Draft, anche in posizioni non altissime: gli Warriors hanno la capacità di pescare contro corrente. Se guardi le interviste in cui Kerr, Green e Thompson descrivono le meraviglie del loro sistema straordinario, la risposta alla fine è sempre la stessa: la chiave di tutto è Steph Curry.

Photo by Jonathan Ferrey/Getty Images

C’è qualcosa che hai voluto o dovuto tener fuori dal libro?

Purtroppo, con Alessandro Gazoia (editor di 66thand2nd, ndr) scherzavamo che se avessimo inserito tutto quello di cui avrei voluto scrivere avremmo intitolato il libro Steph Curry, Guerra e Pace… (ride, ndr). Non era mia intenzione però imitare Tolstoj né offrire al lettore un libro da 1000 pagine. Abbiamo escluso ovviamente alcune cose. Credo di esser riuscito a farci stare quel che ritenevo essenziale. Due cose che ho dovuto accorciare sono il contesto della storia dei Golden State Warriors e il rapporto con la comunità di Oakland, San Francisco e della Bay Area. La storia della franchigia e della città sono anch’esse particolari, per certi versi irreplicabili, così come quella di Steph.

Ci descriveresti la genesi del titolo? Un endecasillabo così fluido e musicale è stato partorito naturalmente o è frutto di una cesellatura con l’editore?

In realtà devo confessare che l’avevo in testa sin dall’inizio, da quando è nata l’idea del libro. È ispirato a una canzone degli Area (Gioia e Rivoluzione in Crac!, 1975, ndr): secondo me riassumeva perfettamente quello che io credo sia il senso ultimo che volevo dare al libro. Avevamo valutato alcune alternative insieme all'editore, ma alla fine questo titolo penso sia la sintesi perfetta di quello che rappresenta Steph Curry. Il titolo è una delle cose di cui vado più orgoglioso e, paradossalmente, una di quelle venute più facili.

A livello stilistico, ti sei ispirato a qualcuno o a qualche opera in particolare? Hai adattato la narrazione al soggetto o non hai modificato il tuo stile di scrittura naturale?

Come quasi tutti quelli della mia generazione mi sono appassionato all’NBA a causa o per merito di Flavio Tranquillo e Federico Buffa. In particolare per la parte che concerne più lo “storytelling” è innegabile che qualcosa arrivi da lì, in maniera inconsapevole. I riferimenti sono tanti: per mia passione e per scrupolo professionale leggo tante biografie sportive, di tutti i tipi. Lo sforzo che ho provato a fare è stato quello di ampliare la visuale, di non fare la biografia di stampo classico. Non c’è la vita in ordine cronologico, le vittorie e le sconfitte: c’è anche il contesto, ci sono questioni laterali… Penso sia uno stile più funzionale a trasmettere al lettore informazioni o spunti nuovi rispetto a quello che sapeva già.

Quale parte del libro hai scritto con più piacere?

Ho avuto molta fortuna col finale: il titolo degli Warriors del 2022 non era esattamente in preventivo. Quello mi ha dato un bell’assist. Però in qualche modo sentivo che chiudere con la vittoria di un titolo sarebbe stato un po’ un cliché: la cosa che più mi ha divertito è stato, nel momento in cui guardavo gara-6 e Lisa Salters stava intervistando Steph a fine partita, sentire Ayesha (moglie di Curry, ndr) interrompere la lista di record di Steph per urlare: “E si è pure laureato!” Mi ha acceso una lampadina su come chiudere il libro: l'immagine di lui che esce dai panni del giocatore di pallacanestro e entra in quelli di uno studente fuoricorso. Penso che possa rappresentare una buona chiusura di questa storia.

Come tempistiche, invece, quanta gestazione ha richiesto il libro?

Tutto è stato abbastanza semplice: 66thand2nd da qualche tempo ha incominciato ad aprire ad autori italiani anche per la pallacanestro. Fino a qualche tempo fa si occupava di traduzioni di libri americani. È una casa editrice che ho sempre ammirato, di cui ho sempre letto con piacere le proposte di letteratura sportiva. Per tramite di un’autrice che aveva scritto con loro e parlando con altri amici del settore, mi sono messo in contatto con l'editore e abbiamo convenuto che c'erano gli estremi per scrivere una biografia. La scelta del personaggio è venuta dopo: è banale dirlo, ma l'importante era trovare un soggetto del quale si percepiva la voglia di leggere.

La seconda valutazione è stata se Steph potesse reggere la scrittura di un libro. Effettivamente, anche negli USA, al di là di un libro di Marcus Thompson del 2018 (Golden: The Miraculous Rise of Steph Curry, ndr) non ci sono biografie significative di Steph. Questo insieme di cose mi ha portato a proporre a 66thand2nd una scaletta di massima, con un estratto di quello che avevo cominciato a fare. È piaciuto e allora ho iniziato a lavorare al fianco di Alessandro (Gazoia, ndr), che si è rivelato editor, accompagnatore e supporto morale fondamentale durante la fase di ricerca e di scrittura.

Il libro ha avuto una lavorazione di circa 1 anno. Il lavoro è stato di squadra: i ragazzi mi hanno aiutato nelle fasi di editing e di rilettura. Sotto la superficie c’è il lavoro mai troppo celebrato di molte persone. Secondo me è un libro che ha delle cose in più rispetto al solito: dipende poi da quanto si vuole leggere in profondità negli argomenti trattati. Uno può leggerlo per mero intrattenimento, per curiosità, ed è legittimo. Ma se qualcuno riuscirà a cogliere gli spunti extra cestitici che ho voluto inserire avrò realizzato la mia ambizione.

nba 2023

Per quanto riguarda la veste grafica, invece, quanta mano tua c’è e quanto ti sei affidato a 66thand2nd?

Uno degli aspetti che mi ha fatto innamorare della collana “Vite inattese”, di cui fa parte il libro, era la copertina. Prima erano tutte bianche con un’illustrazione di Guido Scarabottolo, illustratore straordinario anche oltre alle cover dei libri. Questo è uno dei primi libri che hanno vissuto il rebranding grafico. Il mio compito era fornire una serie di immagini di Steph tra le quali Scarabottolo avrebbe potuto scegliere. Sono contento che abbia scelto quella in cui Steph non indossa la maglia classica di Golden State ma quella che vestiva al Madison Square Garden nella notte in cui ha battuto il record di triple in regular season. Trovo da una parte più fresca questa veste grafica, anche se ero innamoratissimo delle copertine precedenti completamente bianche.

Se dovessi descrivere Curry con un’unica parola, quale sarebbe?

Sorriso. Forse è banale, ma nella fase di ricerca ho rivisto parecchie immagini di Steph dalla high school sino alle Finals 2022: in tutti i momenti, in quelli più complicati, trova sempre il modo di mostrarsi sereno. Anche quando non trova un’università di primo livello disposta a dargli un’opportunità, anche quando perde le Finals 2016, non si è mai mostrato, almeno superficialmente e visivamente, scuro in volto. Non è mia intenzione tracciare un profilo psicologico di una persona che nemmeno conosco dall’analisi del volto, ma è altrettanto vero che Curry appare misurato in ogni momento. Anche nelle sconfitte più pesanti e clamorose. Credo che, nonostante gli alti e i bassi inevitabili anche in una carriera straordinaria come la sua, per inclinazione personale Curry non abbia mai perso il sorriso. E forse questa è una vittoria ancor più grande di 4 anelli NBA.


  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

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