Ramsdale si dispera dopo l'errore che è costato il gol dell'1-0 al Southampton contro l'Arsenal.
, 26 Aprile 2023

L'amarezza di una grande stagione


Una stagione quasi perfetta per l'Arsenal potrebbe chiudersi con un grande rimpianto.

“Mi sembra evidente che non sia solo un gioco. Sì, insomma, se lo fosse pensi forse che me ne fregherebbe così tanto? Eh? Diciotto anni! Dico, diciotto anni! Tu lo sai che cos'è che desideravi diciotto anni fa? Oppure dieci? O cinque? Non avrai desiderato qualcosa tanto a lungo. E se l'avessi fatto, se avessi passato tre mesi a pensare che finalmente, finalmente stavi per ottenerla e quando pensavi di avercela ecco che ti viene portata via. Insomma non importa che cos'è, una macchina, un lavoro, un Oscar, il bambino, allora capiresti come mi sento stasera.” Seppur possa sembrare un po' scontato, in questo momento sembra davvero difficile non scomodare le parole di Colin Firth nella trasposizione cinematografica del celebre romanzo Febbre a 90°. Perché, oltre ad avere la straordinaria capacità di tradurre in parole tutta la meravigliosa crudeltà di questo sport, riesce ancora, a distanza di anni, a fotografare quasi perfettamente le sensazioni di un tifoso dell'Arsenal.

Nella stagione 1988/89 – quella raccontata nel romanzo – l'Arsenal non vinceva il titolo da 18 anni. Ci riuscirà solo con un gol nel finale di Michael Thomas nello scontro diretto dell'ultima giornata contro il Liverpool, dopo che i Gunners avevano praticamente buttato via una stagione sostanzialmente dominata.

Oggi l'Arsenal non vince il titolo da 19 anni, e nel Nord di Londra i tifosi sembrano catapultati esattamente in quel momento, alla clamorosa sconfitta interna con il Derby che sembrava compromettere tanta fatica, dopo quasi due decenni di fedele attesa. Una sconfitta che sembrava dire: “No, non ce la fai nemmeno stavolta. Neanche quest'anno che ci avevi creduto tanto”. Com'è inutilmente sadico il calcio, certe volte.

Febbraio, per un tifoso dell’Arsenal, è tradizionalmente qualcosa in più di un mese. È uno stato della mente, una condanna. Il momento dell’anno in cui crollano le certezze, le illusioni lasciano il posto ad una realtà glaciale e la stagione scivola affannosamente verso un lento e faticoso anonimato. Anche questa stagione sembrava prefigurare quella catastrofica evoluzione.

A Goodison Park l’Arsenal ha perso 1-0, sorpresa da un Everton rinvigorito dall'arrivo di Sean Dyche al posto di Frank Lampard. La sconfitta è meritata e Mikel Arteta è lucido nella conferenza stampa del post-partita: “Oggi amo i miei calciatori molto di più di quanto non li amassi la settimana scorsa o un mese fa”. Ammette di aver fatto poco per vincere. Oggi più che mai, nella giornata storta, nella sconfitta, nella paura che il successo possa essere passeggero, che tutto possa finire. “Sono ancora tanto orgoglioso di loro. Se lo meritano.” è il messaggio d’amore di Arteta. Ed è un messaggio fortissimo.

Nessuno aveva investito di particolari aspettative la stagione dell'Arsenal, prima del suo avvio: il lavoro di Arteta è stato lungo e paziente, pur passando attraverso momenti complicati, ma, mattoncino dopo mattoncino, il basco ha assemblato un Arsenal vero, un Arsenal serio, in netta controtendenza con l'anonimato che ha investito il club di London Colney tra le ultime stagioni della gestione Wenger e quello che ne è seguito.

Dopo una stagione passata ad inseguire un ritorno in Champions League, sfumato poi con il più classico dei suicidi primaverili – la doppia sconfitta prima nel derby con il Tottenham e poi con il Newcastle – la sensazione latente di un effettivo salto di qualità cominciava a serpeggiare già nella preseason. Gli arrivi di Gabriel Jesus e di Zinchenko, due grandi sacrificati della rivoluzione voluta da Guardiola nel Manchester City, sono gli innesti di qualità in una macchina che, pur con dello scetticismo iniziale, cominciava a ingranare.

Senza voler dar troppo peso ai facili entusiasmi legati alle amichevoli estive (4-0 al Chelsea, 6-0 al Siviglia), è l’avvio di campionato a far capire che questi ragazzi son diventati dei calciatori veri. Saka e Martinelli giunti alla piena maturazione, la miglior stagione della carriera di calciatori come Odegaard e Xhaka, la coppia Gabriel-Saliba a dare una solidità tutta nuova, sono alcuni degli elementi che, come in un puzzle, finiscono tutti al posto giusto per dare forma ad una perfetta rappresentazione. L’Arsenal funziona e anche con il passare delle settimane conferma le vibrazioni positive iniziali: alla pausa mondiale i Gunners sono primi a +5, una bella realtà che sta facendo vedere un calcio divertente ed efficace, ma in quanti credono che possa davvero costituire una rivale per questo City?

Quando alla fine del girone d’andata il distacco è invariato l’ambiente ci ha fatto la bocca, ma è ancora il gelo di febbraio a portare i primi dubbi. Il gol di Tarkowski contro l’Everton sembra scoprire tutta la polvere sotto il tappeto: l’Arsenal è una squadra forte, ma si nasconde dietro agli 11 titolari, provando a mascherare una scarsa profondità di rosa che, prima o poi, presenterà il conto. E se ora fossero troppo stanchi per proseguire? E se non ci fosse più benzina? Arteta giura amore ai suoi, ma qualche strascico c’è, e lo scontro diretto perso all’Emirates per 3-1 contro il City sembra un ineluttabile passaggio di testimone: febbraio è arrivato, prendendo la gigantesca forma di Erling Haaland, e si è preso ogni speranza. È già tutto finito?

Se il fatalismo è il destino inevitabile di quasi ogni appassionato a questo diabolico sport, forse per l’illusione di ordinare l’infinità incontrollabile di eventi che regolano partite, tornei, stagioni, le vittorie disperate contro Aston Villa e Bournemouth, agguantate ad un soffio dal fischio finale, sembrano quella mano dal cielo che rassicura il tifoso più apprensivo e disorientato. Quel segnale metafisico che ti dice “sì, è finalmente il tuo anno”. E portano con sé la spietata arma a doppio taglio di ricreare la speranza: tanto preziosa per rincorrere un obiettivo, quanto letale quando questo finisce per sfumare.

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I Gunners mettono insieme sette vittorie consecutive dopo la sconfitta contro Guardiola, scacciano i fantasmi e si ricandidano alla vittoria finale con il vento in poppa. 8 punti di margine (con una gara in più). Ed è proprio quando silenziosamente i tifosi dell’Arsenal intravedono il traguardo, liberandosi pian piano di quell’amara diffidenza maturata in 19 anni di disillusioni, proprio quando nulla può impedire alla speranza di prendere la forma di quel tanto agognato titolo, è lì che va in scena lo psicodramma. Tre strazianti atti, che rivoltano come un calzino la storia di un campionato.

Anfield Road, 9 aprile.

L’eliminazione contro lo Sporting non è stata un particolare trauma sportivo, dal momento che era chiaro a chiunque come il focus di tutto l’ambiente fosse dichiaratamente altrove. Tuttavia, la doppia sfida con i portoghesi ha lasciato un’eredità scomoda da gestire a Mikel Arteta: Saliba e Tomiyasu si infortunano, costringendo Arteta a dover puntare stabilmente su Rob Holding, decisamente il meno adatto a prendere l'eredità di uno dei migliori centrali della stagione di Premier League.

Dopo meno di mezz’ora l’Arsenal è avanti di due reti e domina agevolmente un Liverpool alle corde, protagonista della peggior stagione degli ultimi anni. Ma nella ripresa il vento cambia, i Reds si scuotono, rimontano, sbagliano un rigore e non vincono solo grazie ad una prestazione ultraterrena di Aaron Ramsdale, che nel finale evita il tracollo completo e salva un punto che vale più per il morale che per la classifica. Il City è a 6 punti, con una gara in meno. E sembra inarrestabile.

London Stadium, 16 aprile.

Questa volta sono solo dieci i minuti che servono per vedere l’Arsenal avanti di due reti contro un West Ham in totale disarmo. Una partenza rabbiosa che dice che Anfield è alle spalle. Qualcosa, però, si rompe su una palla persa da Thomas: Gabriel stende Paquetà in area; il West Ham accorcia e sul nuovo stadio degli Hammers comincia a svolazzare qualche fantasma. All’inizio del secondo tempo la sliding door che vale una stagione: Saka ha sul sinistro un calcio di rigore, che potrebbe ridare il doppio vantaggio all’Arsenal e restituire una dose di sicurezza quanto mai necessaria. Ma l’inglese sbaglia – è il secondo errore della sua carriera dopo quello in finale all'Europeo – due minuti dopo il West Ham va 2-2. Devastante. Il City è una macchina da guerra, e adesso è a 4 punti. E deve sempre recuperare una partita. Non c’è più margine.

Emirates Stadium, 21 aprile.

"Le squadre di calcio sono incredibilmente fantasiose nel trovare nuovi modi per far soffrire i loro supporter. [...] quando pensi di aver previsto la cosa peggiore che poteva succedere, loro riescono a saltar fuori con qualcosa di nuovo”. Sono ancora le parole di Nick Hornby a inquadrare l’Arsenalesco epilogo di quello che doveva essere un tranquillo venerdì sera di fine aprile, ma all’Emirates non esistono serate tranquille. Il Southampton è ultimo in classifica, ma dopo le ultime rimonte subite l’atmosfera è funerea, il fiato di Haaland e compagni si sente come non si era mai sentito in stagione, e le gambe tremano come non erano mai tremate in stagione. Dopo neanche 30 secondi Aaron Ramsdale ha le mani sui fianchi, e scuote la testa guardando a terra. Un suo errore ha già mandato avanti i Saints, e il suo stato d’animo è quello di tutti i tifosi dell’Arsenal. Adesso l’ansia di vincere è diventata terrore, panico, disperazione. Sì, sta succedendo di nuovo.

I compagni corrono a consolarlo ma lui nasconde il volto dentro la maglietta e poi grida al cielo la sua frustrazione. In quel grido 19 anni di attesa e 9 mesi di speranza si condensano in una rivolta agli dei del calcio, a quel destino sadico, che sembra divertirsi a giocare con i sentimenti di un popolo. Non può finire ancora in questo modo. I 90 minuti che seguono sono forse i più surreali, grotteschi e schizofrenici della stagione, figli di un momento nevrotico e frustrante.

C’è la paralisi, il contraccolpo, e poi la reazione orgogliosa, la ribellione furibonda ad un destino che sembra sempre sorridere a qualcun altro. La rinuncia alla resa. Lo snervante sviluppo degli eventi produce un 3-3 che sembra un sorriso beffardo del fato, un pareggio che, pur peggiorando ancora la classifica, testimonia tutta la volontà di lottare di una squadra che all’improvviso si riscopre capace di segnare 2 gol in 2 minuti e di sfiorare più volte anche il terzo. Finirà mai questo stillicidio?

“Onestamente non potrei amare questi giocatori più di così. È una gioia allenarli. È una gioia far parte di questo club” è ancora l’amore l’arma con cui Mikel Arteta spiazza tutti, dopo un pareggio che potrebbe costare tutta la corsa al titolo. L’amore per la reazione dei suoi, per lo spirito ribelle dimostrato nel finale. Per aver condiviso insieme le gioie, ma anche il dolore, di quella che, a guardarla bene, è una grande stagione. Dopo aver perso due punti in casa contro l’ultima in classifica, con la squadra più forte del mondo a soffiarti sul collo, Arteta ama i suoi ragazzi, e non potrebbe amarli di più.

Che cosa rende così popolare un romanzo come Febbre a 90°? Cosa lo ha reso un pilastro per gli appassionati di questo sport? Non certo il fatto in sé di parlare dell’Arsenal o di una sua vittoria, quanto la disarmante precisione con cui descrive tutta la nostra umanità di fronte al calcio, e quanto candidamente siamo disposti a mostrarci umani nel nostro essere tifosi. Seppur i momenti indimenticabili della storia da supporter di ciascuno di noi siano sicuramente legati alle più belle vittorie della nostra squadra, è il sentimento della sconfitta, del fallimento, la straordinaria democrazia del dolore a creare la narrativa più potente, e a farci sentire così umanamente legati, così inevitabilmente uguali.

E se ci sono club la cui storia dei fallimenti ha assunto tratti iconici, uno di questi è sicuramente l’Arsenal, per la crudele fantasia con cui tradizionalmente compone la sceneggiatura dei propri insuccessi. Se quest'anno l’Arsenal avesse invertito completamente l’ordine dei punti conquistati, o se avesse disputato un intero campionato alle spalle del Manchester City, per i ragazzi di Arteta oggi ci sarebbero solo elogi per una stagione al di sopra delle aspettative.

Perché la stagione dell'Arsenal è a tutti gli effetti una stagione straordinariamente positiva: è la stagione del ritorno in Champions League dopo 6 anni di assenza; è la stagione in cui si è rivisto un gioco che l'ha resa una della squadre più spettacolari d'Europa (come all'apice del Wengerismo); è la stagione in cui i Gunners hanno ricominciato a vincere anche quegli scontri diretti in cui, negli anni scorsi, sembravano sempre partire in svantaggio, prima ancora del fischio d'inizio. La stagione in cui, dopo anni di campionati arrancati e faticosi, l'Arsenal è tornata a pieno titolo nel novero delle grandi d'Inghilterra, non solo per il nome, ma per quanto mostrato costantemente in campo.

Una stagione che, comunque la si legga, può essere univocamente considerata positiva (a prescindere dal suo esito finale), sia per quanto raggiunto quest'anno, sia per quanto costruito anche per gli anni a venire: l'Arsenal ha ritrovato un'identità forte ed è una della squadre più giovani della Premier. È tutto così razionalmente positivo ma, in fin dei conti, quanto è da Arsenal quella sensazione di sconforto che ti dà il compromettere a maggio un campionato comandato per nove mesi?

Dopo una qualificazione in Champions tanto agognata e poi mortificata, al termine della scorsa stagione, da un paio di prestazioni disgraziate, ora il destino torna a ricreare quella dinamica così beffarda, quel subdolo susseguirsi di eventi che porta anche i fan più scettici a covare quella speranza recondita, a cullare quel sogno proibito. E poi a svegliarli bruscamente con tre drammatici pareggi, che rischiano di riscrivere la narrazione di una stagione intera. Alla fine c'è ancora l'amarezza, la disillusione, la sensazione della beffa. È quasi impossibile non empatizzare, non sentire una fraterna vicinanza di fronte ad una così variopinta costruzione della sofferenza anche in tempi positivi, un talento che non tutti hanno. Ma a pensarci bene, se il successo di Anfield nell’89 è così leggendario da guadagnarsi quel posto nella storia, tanto lo deve anche alla storia di fallimenti che lo precede.

Con 5 punti di vantaggio e due partite disputate in più, l'Arsenal è obbligato a vincere in casa di un Manchester City – dove ha una striscia senza vittorie lunga sette anni – mai in forma e brillante come ora per evitare di essere sorpassato. I tifosi Gunners ora vedono il mondo crollare intorno a loro, dopo un’intera stagione trascorsa in vetta. Si sentono afflitti, perseguitati, quasi responsabili. Si sentono Zinchenko che si becca un tunnel da Alexander-Arnold e fa pareggiare il Liverpool, si sentono Saka che sbaglia il rigore contro il West Ham, si sentono Ramsdale che passa il pallone ad Alcaraz e fa segnare il Southampton. Quanto mai vicini, quanto mai feriti.

Love is a losing game cantava Amy Winehouse. E forse Arteta lo sa benissimo.

  • Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.

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