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Dybala esulta dopo il gol del 2-1 della Roma contro il Feyenoord.
, 21 Aprile 2023

Il gol che ci dice tutto su Dybala


L'argentino ha trascinato la Roma in semifinale con la sola forza del suo talento.

I sette giorni che hanno separato andata e ritorno dei quarti di finale di Europa League devono essere stati un'attesa infinita per i tifosi della Roma. Il 13 Aprile a Rotterdam la squadra era incappata in un'altra sconfitta deprimente. Una di quelle sere buie, che ormai riconosciamo appartenere alla cabala del romanismo. Al 26' Dybala era uscito per infortunio e solo diciassette minuti dopo il capitano, Lorenzo Pellegrini, aveva calciato sul palo il rigore del possibile vantaggio. Come nella finale di Conference di undici mesi fa, il Feyenoord ha controllato la partita con una calma zen, come se i suoi giocatori passeggiassero in montagna in un pomeriggio estivo.

Ho iniziato questo pezzo parlando del tempo che si è agitato tra le due partite perché non riesco a smettere di pensare a una frase contenuta nel De Brevitate Vitae che ho letto qualche mese fa. È un classico aforisma di Seneca, che sicuramente avrete già sentito, ma provo a ragionarci sopra lo stesso: «Non riceviamo una vita breve, ma tale la rendiamo. Non ne siamo poveri, ma scialacquatori».

Ecco, se è vero che molti di noi sprecano il tempo a propria disposizione, questo vizio non possiamo certo attribuirlo a Paulo Dybala quando è su un campo da calcio.

Al 77' la Roma è in vantaggio per 1-0. Anthony Taylor ha appena annullato il gol che sarebbe valso la qualificazione per una spinta di Abraham e Dybala, entrato da quattro minuti, non ha ancora toccato palla. Su un lancio un po' velleitario della difesa del Feyenoord, un fastidio al flessore lacera il volto di Chris Smalling. Il gioco si ferma. Ibañez, che era il primo centrale in panchina, era entrato proprio quattro minuti prima, al posto di Llorente. Mourinho è costretto a spendere l'ultimo cambio: entra Çelik, quasi fuori dalle rotazioni dopo il suo horror show nella partita con la Cremonese che aveva eliminato la Roma dalla Coppa Italia. Il turco, nominalmente un terzino destro, entra come centrale di sinistra.

Alla ripresa del gioco il Feyenoord mantiene il pallone. Si trova sulla trequarti della Roma e non sa cosa fare finché Szymanski, quasi per sfinimento, crossa e trova la deviazione di Igor Paixão nel cuore dell'area – proprio nella zona che doveva essere di Çelik.

Sull'Olimpico sembra arrivata un'era glaciale. Il pubblico ci mette un po' a elaborare lo shock: in cinque minuti la Roma è passata dalla qualificazione all'eliminazione senza neanche rendersene conto. Mancano dieci minuti e la squadra di Mourinho cerca di chiudere il Feyenoord in area: attacca a testa bassa ma non ha lo spunto per impensierire davvero Bijlow. È qui che inizia la sublimazione del tempo di Dybala, uno show personale che ci ha mostrato come a giocatori come lui servano pochi minuti per cambiare il verso di partite che ne durano centottanta. L'argentino prova a legare il gioco sulla trequarti ma qualcosa non va. D'altronde solo sette giorni prima si era fatto male e domenica contro l'Udinese non aveva giocato.

Intorno agli infortuni di Dybala c'è un'aura di mistero inestricabile, lo troviamo davanti ai nostri occhi con muscoli sempre più fragili, in condizioni precarie, ma non ne conosciamo davvero il motivo. È sceso in campo con la coscia fasciata da un nastro blu inquietante. Perché Dybala era lì? Il calcio merita un martirio fisico così profondo e atroce? Forse non ci stupiremo più quando lo vedremo giocare camminando sulla sola gamba sinistra, l'origine e insieme la fine di un talento che prima di ieri potevamo non aver capito.

Intorno a giocatori così grossi e prestanti, perfetti bio-meccanicamente, come quelli che siamo abituati a vedere nel calcio degli anni venti, Paulo Dybala è una disarmonia. Un numero dieci con l'istinto del centravanti, eppure un corpo troppo delicato per entrambi i ruoli. Forse è questo il primo aspetto che affascina e allo stesso tempo inquieta del gioco di Dybala. La sua capacità, cioè, di aggirare i limiti del corpo per inseguire un valore estetico. Prendiamo la volée dell'85'. La palla arriva a Dybala dopo una mischia in area e il suo primo pensiero è il tiro. Dovrei dire che è una conclusione orribile, finita di quasi dieci metri fuori lo specchio della porta, e in effetti è andata così.

Ma anche i tiri più frustranti di Dybala, quelli che non solo non impensieriscono il portiere ma finiscono per spaventare i tifosi della Roma, sono aggraziati come pochi. Guardate come pianta la gamba che non potrebbe usare per inchiodarsi al suolo, come ruota il busto e le braccia per incanalare l'effimera potenza che gli resta in corpo nel piede sinistro. Dybala gioca a calcio con l'autenticità dei cigni seduti sul nido dello stagno mentre sembra che si compiacciano della loro natura. La sua eleganza è slegata da ogni sovrastruttura, coinvolge solo sé stesso e la palla.

Dybala è un giocatore unico perché ci costringe a rivalutare i parametri etici con cui guardiamo il calcio. Nel suo stile anche un tiro osceno come questo diventa una manifestazione estetica. «Il controllo e il sinistro di Dybala sono due opere d'arte» come ha detto Stefano Borghi in telecronaca.

Quasi due minuti dopo quel tiro, la Roma deve risalire il campo e sulla destra Celik, tornato in un ruolo più consono, riesce solo a prolungare il pallone lungo la linea laterale. A quel punto serve la resistenza fisica di Dybala alla spinta del difensore del Feyenoord per proteggere la palla e cambiare lato per El Shaarawy con la consuetudine con cui io scendo dal letto la mattina per andare a prepararmi la colazione.

L'azione si sviluppa nell'area del Feyenoord, dove El Shaarawy appoggia la palla a Pellegrini. A quel punto il capitano della Roma effettua un passaggio di prima per Dybala, che è marcato alle spalle e sta per cadere. L'argentino aggancia con l'interno del piede destro, riuscendo a girarsi faccia alla porta con una piroetta intorno alla palla, come se stesse replicando un passo di Fred Astaire. Dybala sta già per appoggiare il culo sull'erba dell'Olimpico e riesce a frenare l'impatto con il prato solo piantando il braccio sinistro per bloccare l'inerzia.

I gol in caduta ci sembrano un gesto eroico. Da spettatori ci nutriamo dell'adrenalina con cui i giocatori danno vita a gesti sempre più estremi per assecondare il loro istinto per il gol, la vittoria, la felicità. Con una sola coscia funzionante, l'altra medicata all'estremo per potergli dare quei pochi minuti in campo, Paulo Dybala ha segnato un gol che ci ha detto tutto sul suo talento. Ha spezzato la narrazione intorno a sé, quella del giocatore bello eppure non decisivo, con un gesto che diventerà l'epitome della sua carriera a Roma.

Il gol di Dybala è arrivato a un minuto dal novantesimo e ha permesso alla Roma di trascinare la partita ai supplementari. Ci ricorderemo della partita per la forza mentale che José Mourinho ha forgiato nella squadra, che oggi ha un'essenza combattiva che non siamo abituati ad associare alla Roma. Eppure, comunque la vediamo, è stata la partita di Dybala. La partita del suo sinistro capace di tutto – sì, anche di incastrare il pallone all'incrocio dallo spigolo dell'area piccola in caduta – e della forza spirituale con cui è riuscito a oltrepassare i suoi limiti immanenti.

Appena pochi minuti dopo il 2-1 sui social si è iniziato a parlare dell'altro gol, quello che Dybala aveva segnato alla Lazio nel 2018 nella stessa porta dell'Olimpico. Anche allora Dybala aveva calciato da terra nel cuore dell'area, trovando l'incrocio dei pali con il sinistro. Era marzo, e per la prima volta dopo quella vittoria all'ultimo minuto – vi ricorda qualcosa? – la Juventus era tornata al primo posto in classifica. Di quello scudetto juventino ricordiamo il gol di Higuain a San Siro, ma questo di Dybala è stato altrettanto importante.

Provate a guardare i due gol uno di fianco all'altro, e poi provate a non credere alle teorie della serie tv Dark (2017-2020) sulla ciclicità del tempo.

Non va dimenticato che la partita di Dybala non è finita con quel gol. Va almeno citato il passaggio di mezzo esterno con cui prende in controtempo la difesa del Feyenoord e manda Abraham in porta nel secondo tempo supplementare, prima che arrivi il tap-in di Pellegrini. Un passaggio à-la-Aimar dopo un gol à-la-Higuain. In poco più di quaranta minuti, come i grandi artisti performativi, Dybala ha condensato tutta la sua eccezionalità. Quando vorremo raccontare di lui, del segno che ha lasciato nel calcio, parleremo ancora di questa partita. Di questo gol.

«È stata una di quelle vittorie che la gente ricorderà per anni» ha detto Dybala nel post-partita con gli occhi lucidi. È difficile smettere di pensare a quel sorriso dolce e finalmente raggiante. Dopo anni difficili, in cui il suo talento è stato messo in dubbio per via del fisico, Dybala «cercava la gioia persa, e l'ha trovata qui» come ha detto poi Mourinho. In estate era stato accolto al Colosseo Quadrato dell'EUR come un imperatore. «Nemmeno nei più grandi sogni avrei immaginato qualcosa di simile».

Nel frattempo lui ha contribuito a cambiare il modo di vivere la Roma. Da teatro dell'assurdo, in cui sfiga e decadenza ti entravano nei polmoni attraverso un'aria mesta, l'Olimpico si è trasformato in un'arena traboccante di corpi pronti a esultare senza ritrosie. Se le cose sono andate così è anche grazie al mancino di Dybala. Al suo essere la speranza e l'estasi, fuse in un'onda di felicità.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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