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, 20 Aprile 2023

Apologia della Kings League


Ovvero di come il massimo esempio di calcio-entertainment sia anche la cosa più vicina alla forma più pura del calcio: il gioco finalizzato al mero divertimento.

Partiamo da un dato di fatto: la Kings League è stata un successo. Un grande, enorme, successo, testimoniato innanzitutto dai numeri sconvolgenti della Final Four: 95.522 spettatori e Camp Nou tutto esaurito (con biglietti venduti tra i 10 e i 60€), più di un milione e mezzo di utenti collegati sul canale Twitch durante i picchi, quindici milioni durante l’intera diretta, senza contare YouTube. Questo in un giorno solo e si conta soltanto chi – di persona o da uno schermo – ha seguito l’evento live. Gli highlights, le partite intere e le dirette degli streamer hanno decine o centinaia di migliaia di visualizzazioni ciascuno, mentre quello dedicato a Ronaldinho ne ha quasi cinque milioni. Sommando biglietti, sponsorizzazioni e merchandising, la Kosmos – la società organizzatrice, proprietà di Gerard Piqué – avrebbe guadagnato più di tre milioni di euro solo nel giorno della final four. Tutto questo per una competizione neonata, organizzata in relativamente poco tempo e presentata al pubblico una manciata di mesi fa. Insomma, se nel mondo contemporaneo la merce più preziosa è l’attenzione, Gerard Piqué e i suoi soci hanno dimostrato di sapere come guadagnarla.

Il Camp Nou tutto esaurito per la final four della Kings League.

Questo enorme successo di pubblico, però, è arrivato soprattutto dalla Spagna e dall’America Latina, ovvero i paesi in cui gli streamer che hanno organizzato, commentato e partecipato alla Kings League hanno maggior successo. Quindi, anche se sono certo che la maggior parte di voi ne avrà sentito parlare o visto delle immagini negli ultimi giorni, forse è meglio riepilogare come questo torneo abbia ottenuto questo successo pazzesco. Cos’è la Kings League? È innanzitutto un torneo di calcio a sette, come quello che io gioco ogni lunedì sera con gli amici. Tuttavia, presenta una lunga serie di peculiarità. Le squadre sono formate da dodici giocatori: dieci amatoriali, gente che gioca a calcetto il lunedì o poco meglio (scelti tra ben 13000 candidati, in una selezione avvenuta in live su Twitch davanti a 400.000 spettatori); un “numero undici”, ex calciatore professionista di livello medio che rimane nella squadra per tutto il torneo; un “numero dodici” che invece cambia ogni partita o quasi, solitamente uno streamer di grande successo o un ex calciatore professionista di alto livello, tra i quali abbiamo potuto ammirare Ronaldinho, Chicharito, Aguero, Saviola, Capdevila e altri, tra cui Enigma, calciatore anonimo che ha giocato nascosto da una maschera della lucha libre.

L'identità di Enigma è tutt'ora un mistero.

Fin qui nulla di strano, ma andiamo avanti con il regolamento (anch’esso scelto “democraticamente” attraverso un lungo processo di votazioni sui social). Le due squadre, a inizio partita, pescano una carta a testa dal mazzo. Queste carte, una sorta di imprevisti del Monopoli da utilizzare quando lo si ritiene più opportuno, hanno diversi “poteri”: ottenere un rigore immediato a proprio vantaggio; rubare la carta dell’avversario; togliere dal campo un avversario per due minuti; fare in modo che per un due minuti i gol valgano doppio e un jolly. Poi, il calcio d’inizio. Che però non è come quello a cui siamo abituati, ma simile a quello della pallanuoto: tutti partono dalla linea di fondo e chi per primo controlla la palla – posta al centro del campo – ottiene il possesso. Durante il gioco vero e proprio le regole non cambiano granché rispetto al calcio a sette normale, se non per la presenza del fuorigioco e del VAR. Le sostituzioni sono illimitate e i cartellini sono ispirati dal rugby: giallo significa espulsione del giocatore per due minuti, mentre rosso espulsione senza possibilità di far entrare un sostituto per due minuti di partita. Al torneo partecipano dodici squadre che si sfidano in un girone a sola andata. Le prime otto classificate giocano i playoffs e alla fine una final four che stabilisce il vincitore. Le partite si giocano tutte di domenica, una dopo l’altra dalle 16, e sono seguite dall’After Kings, ovvero il salotto Twitch postpartita in cui Piqué e i suoi amici ex calciatori e streamer parlano un po’ delle partite e molto dei fatti loro.

Di Kings League in questi ultimi mesi se ne è parlato parecchio negli ambienti calciofili e gran parte delle volte i commenti che ho letto e sentito sono stati negativi, anzi, sprezzanti. In moltissimi mi hanno detto che è una buffonata, «un circo» come l’ha definita Javier Tebas, presidente della Liga. Tanti altri hanno detto e/o hanno scritto che è l’ennesima deriva ubercapitalista, in cui per fare quattrini il gioco viene distorto e piegato ai dettami dell’incessantismo social più di quanto già non lo sia, in cui lo sport viene trasformato esclusivamente in spettacolo, per dirla semplice “una americanata”. Altri, al contrario, hanno esaltato acriticamente il successo economico e mediatico di Piqué&co., lodandone le capacità imprenditoriali senza però riuscire a individuare perché abbia avuto successo e soprattutto quali significati abbia costruito e ora porti con sé. Poi, come spesso accade, una delle mie riviste preferite mi ha illuminato. Martedì mattina, il magazine online catalano Panenka esce con un pezzo di Alex Lopez intitolato “Kings League: ritorno all’essenza del calcio”. Inizialmente non capivo, ma proseguendo con la lettura tutto ha avuto senso. «La deriva mercantilista ha alienato i tifosi dai calciatori, che hanno vissuto in una bolla per troppo tempo. Il gioco è diventato così specializzato, così tecnicizzato, che è difficile vedere gli errori. Non c'è quasi spazio per la sorpresa o l'improvvisazione. E questo è noioso.» e ancora «se qualcosa ha trionfato soprattutto in questo fenomeno è la vicinanza e la naturalezza dei suoi protagonisti.»

Ci sono parecchi volti noti attorno alla Kings League.

Alex Lopez ha completamente ragione. La Kings League non è altro che l’apoteosi del calcetto del lunedì sera. Questa buffonata è stata capace di rimettere il gioco – nel senso della giocosità, del divertimento nel giocare – al centro dello spettacolo. Nessuna questione di soldi – i giocatori sono pagati tutti 70€ a partita – e nessuna pressione, soltanto due squadre di amici che si sfidano senza veri e propri accorgimenti tattici, senza pretese di professionalità. Una grossa parte del divertimento – ve lo dice uno che si è guardato parecchie partite “per studio” – viene proprio dalla leggerezza con cui tutto viene affrontato all’interno della Kings League. Leggerezza che non significa mancanza di agonismo, ma libertà di giocosa improvvisazione. Ovviamente nel format c’è anche un po’ di “stile videogioco”, ma che c’è di male nel 2023? Forse FIFA non fa parte di quell’immaginario legato al calcio che abbiamo sviluppato fin da bambini? Le partite a PES non sono forse componente fondamentale del nostro legame più fanciullesco con il calcio? Inoltre, la Kings League ha in un certo senso rimesso al centro i tifosi e il pubblico – a modo suo, per carità, non stiamo parlando di calcio popolare da CSOA – che è stato coinvolto direttamente nella creazione del regolamento e che può interagire in diretta con i commentatori. Come scrive Lopez su Panenka «Gli streamer […] insieme allo stesso Piqué, sono riusciti a connettersi in modo controculturale con il pubblico. Qualcosa di radicalmente opposto a quello che accade oggi con i calciatori di alto livello. Una vicinanza artificiale e virtuale, sì, ma che mira ad emulare quella del calcio popolare dove il tifoso brinda con i giocatori nel bar della piazza. […] Il "dilettante" si identifica con queste squadre artificiali appena create perché si sente parte della sua comunità, per quanto comunità virtuale.»

Questa è la vera rivoluzione? Piqué ha trovato finalmente la quadra per coniugare alla perfezione il calcio con l’intrattenimento delle nuove e nuovissime generazioni, coronando così il grande sogno bagnato di Andrea Agnelli di mettere il calcio in competizione con Fortnite? Sinceramente, non credo proprio. In un suo articolo uscito a fine gennaio, Marco D’Ottavi scriveva così: «Piqué ha trovato il modo di distrarsi con i suoi amici, anche giustamente, organizzando un torneo di similcalcio e vendendolo al mondo come una rivoluzione». Quella di similcalcio mi sembra la definizione più adatta per la Kings League: non ha alcun senso commentarla, criticarla o analizzarla in paragone al calcio tradizionale. Il livello tecnico, la complessità tattica, le performance atletiche, la narrazione e in generale il fascino del calcio di alto livello sono su un altro pianeta. Il circo che abbiamo visto in scena alla Cupra Arena – e al Camp Nou – negli ultimi mesi è un’altra cosa, un piccolo spin-off, anzi un easter egg del calcio professionistico. Un piccolo spazio in cui uomini qualunque giocano a calcetto insieme a Ronaldinho, Aguero e Saviola in un Camp Nou gremito e se finisce pari si fanno gli shoot out. In cui da adulti, in diretta davanti a milioni di persone, possiamo appellarci a strane regole che distano poco dal “chi segna l’ultimo vince tutto” o “si può tirare solo col sinistro” del campetto delle elementari. Il me undicenne che continua a sopravvivere dentro in un angolo del mio cervello ha appena detto «che figata, un sogno!». Io non posso che assecondarlo.


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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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