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, 9 Aprile 2023

Considerazioni sparse post Lazio-Juventus (2-1)


Maurizio Sarri è la risposta a chi dice che nel calcio l'allenatore non conta.


- Lazio-Juventus è stata una delle partite più belle di questo campionato: ritmi lontani da quelli a cui la Serie A ci sta tristemente abituando, lampi di classe e ricerca degli spazi, soprattutto due squadre che se la giocano a viso aperto. Se non è una novità per i biancocelesti, lo è per la Juventus, che ha dimostrato di poter essere una squadra che non deve solo “reagire alle sberle”, ma saprebbe anche dominare le partite, volendo. In quel "volendo" però casca l'asino: proprio perché la Juve ci ha provato a farlo solo per una frazione, ha vinto però la Lazio, che con questo 2-1 scappa in una mini-fuga Champions, consolidando il secondo posto e volando a +7 dal quinto posto. Alzi la mano chi a inizio campionato avrebbe pronosticato questa posizione per i biancocelesti;

- I due tempi sono due gare diverse: muscoli nella prima, fantasia e intuizioni nella seconda. Per questo, nella prima a spaccarla e pareggiarla sono due cavalli di razza, quei Milinkovic Savic e Rabiot che, senza ombra di dubbio, ad oggi sono i due migliori centrocampisti di questa serie A: la Juve fino al thè dell’intervallo è speculativa, la Lazio morde, ma la gara resta aperta. E’ nella seconda frazione che il copione cambia, si tinge di magia grazie ai piedi fatati di Luis Alberto e Di Maria ed alle sgroppate palla al piede di Chiesa e Zaccagni, che a vederli ieri in nazionale siamo a posto (se cadranno i niet manciniani sulla convocazione del secondo, ça va sans dire): è finita 2-1, forse sarebbe stato più giusto il 2-2, ma in fondo è un risultato che premia una squadra troppo bella e punisce chi bello potrebbe esserlo sempre, ma decide di mettersi il vestito buono solo per mezz’ora;

- I meriti di Sarri sono tantissimi: in serate come queste, la sua Lazio è bella da stropicciarsi gli occhi, ma il fatto è che le serate come queste sono sempre di più e stanno conducendo ad una, meritatissima, qualificazione Champions. Non c’è il momento, per la Lazio di Sarri, non esiste l’hic et nunc, la speculazione, la vittoria improvvisata, perché anche un gol da rivedere come quello del Sergente passa in sordina rispetto all’enorme performance di squadra: esistono il lavoro, il flusso che ne deriva, la manovra provata e riprovata, tutto quanto sembra emergere da un cantiere che va avanti da due anni e oggi vede giocatori e reparti trasformati dalla mano del demiurgo. Cataldi è diventato uno dei migliori registi del campionato, la difesa è così attenta che riesce ad arginare perfino le folate francamente mostruose di Di Maria e Chiesa, Marusic e Hysaj che non saranno mai Theo Hernandez ma sono esterni generosi che sanno esattamente quali siano i loro compiti. E poi palla là davanti, ma questo merita una considerazione a parte. Ovunque va, il Sarri-ball fa innamorare, e dopo il San Paolo, ora anche l’Olimpico è pieno, festante ai suoi piedi, perché in serate così ci si innamora. Maurizio Sarri è la risposta a quelli che dicono che nel calcio l’allenatore non conta.

- Per 30’, la Juve ha dimostrato che potrebbe esser la squadra più forte della Serie A. In quella mezz’ora del secondo tempo, quando Landucci (al posto di Allegri influenzato) ha cambiato modulo passando al 4-3-3, i bianconeri sono sembrati inarrestabili. Si è rivisto il Chiesa dei tempi migliori, che da solo ha perforato 4 volte la difesa di casa; Di Maria è un angelo caduto dal cielo in questa Serie A, e ieri gli è mancato solo il guizzo decisivo; in difesa, Danilo ha fatto il terzino destro mostrando come si dovrebbe svolger quel ruolo, a centrocampo Rabiot e Fagioli hanno il passo dei migliori,  e solo l’imprecisione, la sfortuna e l’assenza di un bomber (ad oggi, Vlahovic non lo è) hanno impedito ai bianconeri di pareggiare. Ora, la domanda è: perché una squadra che potrebbe dominare vuole essere dominata? Se cerchiamo la risposta nell’aritmetica, i 59 punti di Max Allegri dicono che così male, questa Juve, non sta andando. Ma non abbiamo la controprova: quanti sarebbero i punti se si provasse a imporre quel copione sempre?;

- Infine, una considerazione sui reparti offensivi. In comune, c’è l’estro che ha reso la partita di ieri una delizia: se di Chiesa e Di Maria abbiamo già detto, bisogna spendere delle parole sugli offensivi biancocelesti. Luis Alberto in serate come ieri è poesia e prosa, perché di fianco a quel colpo di tacco per il 2-0 che sarebbe da far vedere in tutte le scuole calcio ci sono le numerose volte in cui ha ringhiato, tenuto palla, collegato l’azione. A fianco a lui, Zaccagni è devastante per velocità d’esecuzione e concretezza: chiude la gara con un gol, un assist, un gol annullato per fuorigioco e un quasi-rigore procurato (che poteva costar il rosso a Cuadrado), e ogni volta che prende palla suona l’allarme nella difesa bianconera. Se l’andaluso è talento, Zaccagni è applicazione, ed entrambi sono pienamente valorizzati da un Sarri-ball che conta anche sull’esperienza di Pedro, che quando entra la spiega a tutti. Ad entrambe le squadre, ad oggi, manca il bomber vero: Vlahovic e Immobile, per ragioni diverse, sono la controfigura di ciò che sono stati. E se ci fossero stati  anche loro all’appello, probabilmente la lotta scudetto sarebbe stata più aperta.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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