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I giocatori del Violette festeggiano il terzo gol contro Austin in Champions League.
, 8 Aprile 2023

Il Violette ha fatto la storia per il calcio caraibico


La squadra haitiana ha sconfitto una franchigia MLS e molte altre difficoltà.

Il Violette Athletic Club ha sede a Port-au-Prince, la capitale di Haiti, ma la sua storia delle ultime settimane è molto statunitense. Lo è perché si inserisce all’interno di una lunga tradizione di upset, di una mitologia degli sfavoriti che è base del folklore sportivo statunitense, e anche perché è indicativa di quello che sono gli Stati Uniti come potenza mondiale, nel senso che racconta delle scelte di politica estera del governo statunitense esattamente come ha fatto, sempre in questo mese di marzo, la partita del World Baseball Classic giocata tra la nazionale statunitense e quella cubana a Miami.

Capire la storia della squadra haitiana senza fare un po’ d’ordine è però impossibile, quindi ricapitoliamo: il Violette ha sconfitto con un risultato totale di 3-2 l’Austin FC negli ottavi di finale della CONCACAF Champions League, conquistandosi una sfida contro i messicani del Leon. L’avvenimento è degno di nota per una serie di motivazioni. La prima, ovviamente, è che la MLS è una lega più ricca e attrattiva di quella haitiana. Allo stesso modo, Austin, pur avendo giocato la sua prima partita nel 2021, è una squadra più ricca e attrattiva del Violette. Se già con queste premesse la vittoria del Violette appare sorprendente, lo è ancora di più considerando tutti gli altri dettagli che hanno fatto da contorno alla partita.

Tra i tanti ostacoli che la squadra haitiana ha dovuto superare, c’è stato quello dello stadio, dal momento che il Violette non ha potuto usare il suo. In verità detto così è un po' eufemistico, perché il Violette per la precisione ha dovuto giocare la partita “casalinga” d’andata, vinta 3-0, allo stadio Cibao FC, sede dell’omonima squadra di Santiago de los Caballeros, in Repubblica Dominicana.

La ragione di questa trasferta va ricercata nella grave situazione politica che sta coinvolgendo Haiti dal 2021, anno dell’assassinio del presidente Jovenel Moise – sostenuto dagli Stati Uniti d’America anche mentre sotto la sua guida venivano erose le istituzioni democratiche haitiane – e che ha visto scivolare il paese in un gorgo di violenze, epidemie di colera e carestie, lasciandolo senza più alcun ufficiale eletto in carica, dopo la scadenza del mandato degli ultimi dieci senatori lo scorso gennaio.

Sul campo di Santiago, il Violette ha saputo approfittare della formazione fortemente rimaneggiata messa in campo dal tecnico di Austin, Josh Wolff, che non ha portato in trasferta Sebastian Driussi, il suo miglior giocatore, e ha tentato esperimenti estremi come quello di Nick Lima, solitamente terzino destro, usato da difensore centrale. Il Violette ha controllato la partita sul piano del gioco, trovando tutte le occasioni più pericolose e creando ad Austin tutta una serie di problemi che Wolff non ha voluto, o saputo, contrastare adeguatamente.

I texani, in particolare, hanno sofferto tantissimo l’impatto di Roberto Louima, ala sinistra e la sua connessione con la punta Miche-Naider Chery, che ha quasi ricordato quella sul parquet di John Stockton e Karl Malone negli Utah Jazz di qualche anno fa. Dall’asse tra i due sono, infatti, nate tutte e tre le marcature del Violette, con una doppietta di Chery sempre su cross provenienti dalla fascia sinistra e poi con una clamorosa autorete del difensore egiziano di Austin Amro Tarek, nata anche questa in seguito a un pallone giocato da Louima e colpito di testa da Chery.

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La vittoria del Violette, però, non è risultata sorprendente solo per il luogo in cui si è svolta la partita, ma anche per le condizioni in cui il club haitiano l’ha affrontata. Prima dell’andata contro Austin, l’ultima partita ufficiale giocata dal club haitiano risaliva al 23 maggio 2022, quando gli uomini del tecnico Rony Attimy avevano battuto ai calci di rigore proprio i dominicani del Cibao FC – la squadra il cui stadio è diventato, per un giorno, casa del Violette – nella finale del Caribbean Championship, ottenendo così la qualificazione alla CONCACAF Champions League.

Considerato che la finale era terminata sul risultato di 0-0, il primo dei due gol di Miche-Naider Chery rompeva un digiuno in partite ufficiali che durava dal 19 maggio, quando, nella semifinale, il Violette aveva eliminato i giamaicani del Waterhouse per 3-1. Da quel mese di maggio, dunque, la squadra haitiana si è ritrovata senza partite da giocare. Solo allenamenti, costanti e inderogabili, come se tutto andasse bene, come se ci fosse una partita da giocare nel weekend, ma con il rischio sempre presente di dover sospendere la sessione a causa di violenze scoppiate nei dintorni del campo d’allenamento.

“Ho sempre pregato per i miei compagni affinché fossimo in grado di tornare a casa dopo gli allenamenti”, ha detto a The Athletic il diciottenne Shad San Millan, ricordando gli ultimi difficili mesi della squadra. Il calcio ad Haiti, infatti, si è fermato con lo scoppio delle violenze, nel bel mezzo della Serie de Cloture, il torneo di Clausura della Ligue Haitienne, il massimo campionato nazionale. L’ultimo trofeo assegnato, nel gennaio del 2021, è stata la Serie d’Ouverture, vinta proprio dal Violette, tornato, sotto la guida di coach Attimy, a vincere la massima divisione nazionale per la prima volta dal 1999, quando ancora il formato era con il girone all’italiana.

Su quel campionato, che poi è la ragione per cui il Violette ha giocato il Caribbean Championship e, dunque, la CONCACAF Champions League, ci sarebbe da scriverci una retrospettiva. Il Violette aveva infatti concluso la regular season della Serie d’Ouverture al sesto posto, l’ultimo buono per la qualificazione ai playoff, riuscendo ad entrare solamente grazie ad una differenza reti migliore rispetto al Cavaly. Partendo dai quarti e con il seed più basso, la squadra di Port-au-Prince aveva eliminato prima il Triomphe Liancourt, poi il Baltimore e, in finale aveva sconfitto 5-1 (2-1 all’andata, 3-0 al ritorno) l’Arcahaie, che aveva concluso la stagione regolare al primo posto ed era il campione in carica.

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La vittoria della Ligue Haitienne ha messo dunque in mostra la forza di una squadra che sembra apprezzare e anzi dare il meglio nel ruolo di underdog. Ma per quanto ci si possa trovare a proprio agio nella parte di Davide, forse neanche il Violette poteva considerarsi pronto ad affrontare, al ritorno di Champions League contro l’Austin, una sfida tale da far apparire i loro tre gol di vantaggio come un margine risicato.

Quando, infatti, è sceso in campo al Q2 Stadium, casa dei texani, per la partita di ritorno, Rony Attimy si è trovato a poter contare solamente su quattordici giocatori. Tra di loro nessun portiere di riserva e, tra i titolari, Maudwindo Germain, esterno destro del Motown FC, squadra dilettantistica di Morristown, New Jersey – i giocatori del Motown in rosa sarebbero dovuti essere due, ma del terzino destro Mardoché Samuel Pompée, non c’è traccia in nessun report sull’incontro.

La ragione per questa decimazione ha a che fare con le politiche del governo statunitense che, dopo aver contribuito per decenni all’instabilità nel paese caraibico, ha continuato a rendere praticamente impossibile ai cittadini haitiani la concessione di un visto per l’ingresso nel paese. Il processo per ottenere un visto, infatti, è laborioso e spesso infruttuoso. Il Violette ha avviato le pratiche per riuscire ad entrare negli Stati Uniti il novembre scorso, quando il sorteggio gli ha messo di fronte Austin FC, ed è andato avanti in maniera spesso frustrante per mesi, tanto che a gennaio fonti vicine al club haitiano riportavano che a molti giocatori era stato negato il visto e che difficilmente la squadra sarebbe riuscita a partecipare alla competizione.

Il caso del Violette, purtroppo, non ha rappresentato un unicum. Durante la Champions League dello scorso anno, infatti, i New England Revolution avevano ottenuto l’accesso diretto ai quarti di finale quando la squadra haitiana del Cavaly fu costretta a dare forfait proprio perché ai loro giocatori mancava il permesso per entrare negli Stati Uniti.

Alla fine, però, il Violette è riuscito a racimolare un numero sufficiente di giocatori per riuscire a partecipare all’incontro di ritorno. Tra di loro mancavano un numero consistente di titolari, tra cui anche il portiere Sanon e l’esterno sinistro Louima, che tanto scompiglio aveva creato all’andata nella difesa di Austin. È riuscito a partire, invece, il capitano Steeven Saba, cittadino statunitense, e, sempre sfruttando un passaporto nordamericano, è partito anche Shad San Millan, nativo di Montreal.

Di fronte a questa situazione d’emergenza, l’unico piano possibile per il Violette era chiudersi in area di rigore e provare a resistere, magari punendo Austin in contropiede. Alla fine dell’incontro, il tabellino delle statistiche registrava trentacinque tiri di Austin contro sei – di cui due dal cerchio di centrocampo e zero nello specchio della porta – del Violette; dieci calci d’angolo a zero e nove parate del portiere di riserva Decius contro le zero di Brad Stuver ma anche, nel dato più importante, una vittoria con sole due reti di scarto per Austin e, dunque, il passaggio del turno per il Violette.

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Eliminando Austin, il Violette ha fatto la storia non solo del proprio club o del calcio haitiano, ma anche del calcio nei Caraibi. Una squadra caraibica non eliminava una di MLS nella CONCACAF Champions League dal 2009 quando, nel turno preliminare, il W Connection, squadra di Trinidad e Tobago, eliminò con un punteggio totale di 4-3 i New York Red Bulls. Per quanto si possa cercare di evitare i sensazionalismi, è difficile non utilizzare il termine “impresa” per descrivere il passaggio del turno del Violette. Nonostante siano evidenti le colpe di Austin e in particolare di Josh Wolff nell’approccio alla competizione, i meriti della squadra haitiana non possono diminuire. Quelli di fronte al Violette, infatti, non erano solamente degli avversari disorganizzati, ma tutta una serie di ostacoli molto più grandi del calcio e su cui non solo il Violette, ma anche la CONCACAF stessa, non ha mai avuto alcun controllo.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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