
Avete visto la bella intervista di Subotić ad “Arte TV”?
L’ex difensore ha parlato dei libri che gli hanno cambiato la vita.
Articolo a cura di Christian.
Durante l’estate del 2019 ero a Berlino per seguire un corso intensivo di tedesco. Ogni mattina, con sveglia molto presto, scendevo a piedi i quattro piani del mio condominio, situato al centro del quartiere di Kreuzberg, e percorrevo la Adalbertstraße costeggiando le botteghe dei fruttivendoli turchi che già a quell’ora rimbombavano delle urla “Angebot! Angebot!” con cui i titolari annunciavano le offerte del giorno (ogni tanto, il lunedì mattina, sulla strada potevo incrociare ragazzi reduci da una sbornia in cerca di kebabberie aperte). Giunto alla fine della strada prendevo la U-Bahn, la linea verde della metropolitana che da Kottbusser Tor – chiamata affettuosamente Kotti dai berlinesi – mi portava fino a Warschauer Straße e di lì alla fermata del tram per la scuola.
Quel tragitto che percorrevo tutte le mattine, per me che sono cresciuto nella provincia del Sud Italia, mi sembrava vario e assurdo come se contenesse il mondo intero: ricordo la strana sensazione che provai guardando il fiume fuori dal finestrino, il giorno del mio ventiquattresimo compleanno, il primo che passavo da solo; oppure quel senzatetto seduto per terra in stazione che rovistava disperatamente tra la sua roba finché non trovò una mezza sigaretta. O ancora, ricordo i ragazzi fuori dalla stazione con i cartelli “mi servono soldi per l’LSD”, e la Warschauer Straße che al mattino si popolava di turisti diretti verso i ruderi del “Mauer”, il muro che una volta divideva in due il mondo, e che con la sua caduta ha contribuito alla disgregazione definitiva dell'URSS.
Chissà se Neven Subotić, nei suoi anni in Germania, si è mai recato a visitare i ruderi del muro, e se lì davanti si è interrogato su quel mondo che non ha vissuto ma che eppure gli appartiene; chissà se si è sentito piccolo come mi sono sentito io, un granello di sabbia volato dalle coste dell’Adriatico fino a quel posto dove è passata la Storia, al centro della città più trasgressiva d’Europa.
Ci ripenso adesso che mi è capitata per le mani l’intervista di Subotić a Un libro per la vita, una rubrica di Arte.tv. Subotić seduto comodo e rilassato, in un salotto che potrebbe essere la vetrina di un negozio di arredamento, i suoi piedi lì quasi immobili sul tappeto persiano. Subotić che parla di calcio come fosse un contorno superfluo della sua vita, uno scheletro che tiene nell’armadio con un po’ di imbarazzo, ma di cui parla anche con sorprendente onestà intellettuale: «[Il calcio] Ha assorbito tutto il mio tempo e tutta la mia attenzione. Anche quando non ero al lavoro e tornavo a casa, giocavo a Fifa. A un certo punto, ho scoperto che non ero felice e che il mondo là fuori era più interessante e io non ne sapevo quasi niente», racconta Subotić alla sua intervistatrice, Jagoda Marinić.
In ciascun episodio di Un libro per la vita viene intervistata una persona dello spettacolo o della cultura a proposito dei libri che ritiene siano stati importanti per la propria esistenza. È un programma dal tono sobrio e dalla durata lunga per gli standard del format – un’intervista a due, dal ritmo lento e con un contenuto culturale –: ogni episodio dura dai 45 ai 70 minuti. È un programma in cui la cultura – i libri – non vengono trattati nel modo romantico e in fin dei conti superficiale riservatogli in genere nei talk show mainstream; al contrario Un libro per la vita si prende il tempo necessario per scavare in profondità nella storia dei libri e dei soggetti intervistati, con la conduttrice Marinić che pure alimenta questo processo di scavo sottoponendo gli ospiti a domande complesse e intime.
In questo contesto Subotić è sorprendentemente a suo agio. Mentre parla con eloquio fluente, la sua figura trasmette un’inscalfibile tranquillità, una calma ascetica messa in risalto dal look sobrio e dai colori neutri che indossa. Racconta di essere una persona curiosa per natura, e che proprio la curiosità per la complessità delle cose lo ha spinto a voler approfondire la conoscenza del mondo. Lo ha fatto accorgere, cioè, che fermarsi alla superficie a un certo punto non gli bastava più: «Nella vita di tutti i giorni ho realizzato che qualcosa mi sfuggiva. Non sapevo molte cose. Ad esempio non sapevo cosa fosse il diritto del lavoro. Non capivo bene cosa fosse nemmeno la cultura calcistica e la cultura della tifoseria», racconta Subotić, che poi aggiunge come la sua curiosità riguardasse anche argomenti più banali e quotidiani: «Ad esempio, come funzionava un’auto, anche questo tipo di cose mi interessava. Uno dei miei migliori amici è un meccanico e poteva spiegarmi tutto. Mi sono reso conto che non sapevo un bel nulla, ma mi interessava, e i suoi occhi brillavano quando me ne parlava. Intorno a me c’erano persone che mi mostravano quanto è grande il mondo, quanto è straordinario. E io sapevo che ero lontano dal possedere la loro conoscenza delle cose. Ed era proprio quello che volevo».
“Voler possedere la conoscenza delle cose” è la frase-cardine attorno a cui ruota tutta l’intervista di Subotić. Una frase che è così strana da sentire in bocca a un calciatore. Subotić invece prova sincera meraviglia nella scoperta delle cose, fino a scoprirsi invidioso di un'amica studentessa di filosofia che «si poneva domande così complesse che io alla sua età non avrei mai saputo formulare; io mi domandavo solo: contro chi giochiamo domenica prossima?».

In effetti, è proprio questo il punto: spesso siamo portati a pensare ai calciatori come a qualcosa di tanto vicino quanto lontano da noi. Fuori dal campo i nostri idoli, i nostri beniamini, coloro che fanno parte della squadra che tifiamo, improvvisamente ci appaiono goffi e impacciati nel rapportarsi al mondo esterno. Accettiamo passivamente di scindere il loro ruolo dalla loro persona, dopo esserci accorti che sono obbligati a non esternare nulla che non sia il commento vuoto sulla partita appena terminata. "Se non mi espongo, tutto va bene, che mi importa" sembra il loro pensiero medio. Subotić in fondo lo conferma questo cliché, ammettendo che anche lui ne è stato vittima all'inizio della carriera, quando le vacanze da sogno, le macchine e le ville lussuose che poteva permettersi gli sembravano sufficienti per riempirgli l'esistenza. Almeno finché non si è accorto che non era così, e che gli mancava qualcosa per sentirsi davvero "nel mondo", ed era la conoscenza del mondo stesso.
Subotic non sapeva nulla del conflitto nei Balcani degli anni '90. Finché non ha deciso di approfondirlo attraverso la lettura, almeno. Dice che i suoi genitori non parlavano mai dell'argomento, era qualcosa che apparteneva a un passato lasciato alle spalle dopo che erano emigrati dalla Bosnia – dove Subotic è nato nel 1988 – in Germania e poi negli Stati Uniti. Scoprire di più del conflitto e della dissoluzione della Jugoslavia è stato un modo per conoscere meglio la storia della sua famiglia, conoscere meglio se stesso.
Mentre ne parla Subotic lascia trasparire l'emozione di chi ritiene di aver perso troppo tempo nella propria vita, seppur privilegiata; di chi ora vuole divorarsela allo stesso ritmo di come accorciava repentino sugli attaccanti avversari. L'intervista di Subotic è il manifesto di un ex calciatore che vuole svincolarsi dall'etichetta del calciatore. Uno che vuole mostrare – forse a se stesso prima che agli altri – che è possibile per un calciatore (uno sportivo) sviluppare una coscienza sociale, svegliarsi dal torpore del superficiale.
Subotic sa bene che "avere una coscienza sociale" non è solo un fatto individuale ma collettivo, così come anche i privilegi non sono individuali ma di massa, per lo meno se si ha la fortuna di nascere in una comunità benestante come quella europea. Subotic lo ha compreso leggendo How Europe Underdeveloped Africa di Walter Rodney, uno dei libri che gli ha cambiato la vita. Nel libro l'autore ripercorre la storia del colonialismo europeo, e di come l'Europa sfrutti da secoli le risorse dell'Africa per costruire il proprio benessere. «Degli effetti dello sfruttamento ne godiamo ancora oggi», dice Subotic, che attraverso il libro di Rodney ha compreso come la prosperità dell'Europa poggi sul sottosviluppo di altre aree del mondo, secondo un meccanismo coloniale e post-coloniale che sposta ricchezza dai Paesi poveri a quelli ricchi. Sulla base di questa consapevolezza Subotic ha deciso di fondare una propria ONG molto attiva nella regione del Tigrè, in Etiopia. Ciò di cui si occupa è aiutare le persone del luogo ad avere accesso all'istruzione, all'acqua potabile e a una prospettiva di vita un poco migliore: un modo per restituire a quelle persone una piccola parte di ciò che la Storia gli ha tolto.
Forse nel far crescere in Subotic questa particolare sensibilità sociale ha influito l'aver fatto parte di un sistema, quello tedesco, dove la sensibilità per certi temi è più diffusa rispetto ad altre aree d'Europa. Lo dimostrano ogni domenica i tifosi delle squadre di Bundesliga coi loro striscioni impegnati politicamente, o anche l'impegno diretto che alcune squadre portano avanti nel sociale – basti pensare a cosa rappresentano club come il St. Pauli o l’Union Berlin (in cui Subotic ha anche giocato), ad esempio.
La storia e le attività dell'ONG di Subotic sono raccontati anche in questo documentario di DW.
La nazionale e i club tedeschi sono spesso i primi, all'interno dell'ambiente calcistico, a esporsi in difesa dei diritti civili. L'ultimo episodio nello scorso mondiale, quando la Nazionale tedesca ha posato per la foto di squadra con la mano davanti alla bocca, per protestare contro il divieto della FIFA di indossare la fascia One Love in sostegno dei diritti della comunità LGBT+. Uno dei giocatori di quella rosa, Leon Goretzka, uno dei più attivi nel sostegno di cause progressiste, durante la campagna elettorale per le ultime elezioni politiche tedesche si era schierato esplicitamente contro contro Alternative für Deutschland, il principale partito di estrema destra tedesco, facendosi fotografare con una bandiera con su scritto “Niente calcio per i fascisti”.
Queste prese di posizione suonano strane soprattutto se contestualizzate in un universo sportivo che sembra fare di tutto per togliere ai calciatori il diritto a esprimersi. Un universo che sempre più frequentemente esorta gli sportivi a "pensare solo a giocare", e di reprimere qualsiasi tentativo di esposizione politica. Solo recentemente, la BBC ha sospeso Gary Lineker per aver espresso su Twitter il suo disgusto per l'ultima proposta di legge del governo britannico conservatore sull'immigrazione.
Subotić in effetti sottolinea che ha dovuto superare molti pregiudizi prima di arrivare a esporsi in questo modo. L'atteggiamento di Subotic – che oggi non si fa problemi a criticare l’attuale sistema sociale-economico, esternare la sua preoccupazione verso i cambiamenti climatici, disprezzare la catena del valore globale nel sistema capitalistico – in sostanza è agli antipodi dall'opinione dominante, quella per cui “se sei milionario il tuo unico compito è sputare sangue in campo e sudare la maglietta”. Un'opinione che purtroppo è sostenuta anche da molti sportivi stessi: è famosa la dichiarazione di Zlatan Ibrahimovic in cui disse che «Io gioco a calcio perché sono il migliore a giocare a calcio, non faccio il politico: fai quello in cui sei bravo, fai il tuo mestiere. Questo è il primo errore che fa chi diventa famoso».
Prendere posizioni scomode d'altra parte mette paura, e per questo motivo è poco probabile che nell'immediato i calciatori riusciranno a riacquistare quella coscienza sociale che il sistema fa di tutto per toglierli. Intanto è bello ascoltare chi come Neven Subotić va controcorrente. Subotic ha scoppiato la bolla che circonda la vita dei calciatori. Con la sua sete di conoscenza delle cose non ha solo guardato in fondo alla complessità del mondo: ha anche capito che parte della bellezza del mondo sta proprio nella complessità. Anche per questo messaggio, oltre che per il suo attivismo, sarebbe bello che Subotic diventasse fonte d'ispirazione per le nuove generazioni.
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