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Considerazioni sparse su "Il tennis come esperienza religiosa" di D. Foster Wallace


"Il tennis come esperienza religiosa" è la descrizione di un'opera d'arte, elevata dalla penna di David Foster Wallace allo stesso livello.


- La critica li ha definiti saggi - o alla peggio scritti - in quanto David Foster Wallace è sempre stato descritto così: "scrittore e saggista". Mai come in "Il tennis come esperienza religiosa", tuttavia, si possono avvicinare le parole dell'autore di Infinite Jest al concetto di ekphrasis. Due parti, la prima pubblicata nella sezione Tennis del NY Times nel settembre 1996 e la seconda già pubblicata sulle colonne dello stesso giornale esattamente dieci anni dopo, dipingono la parte più reale e quella più eterea, la più concreta e quella più intelligibile del tennis: la quotidianità brutale di uno Slam e la leggerezza totalizzante di Roger Federer. L'unione di questi due lavori in un unico volume, edito per la prima volta da Einaudi nel 2012, 4 anni dopo la morte del nativo di Ithaca, è perfetta: prendendo in prestito la definizione che lo stesso Foster Wallace utilizza per descrivere Federer, "Il tennis come esperienza religiosa" è Mozart e i Metallica allo stesso tempo, e l'armonia è sopraffina;

- "Democrazia e commercio agli US Open" assume le sembianze di un dettagliato e antiretorico reportage giornalistico di tutto ciò che le telecamere non colgono durante il Labor Day sugli spalti e i viali di Flushing Meadows. I lunghi elenchi dei marchi, degli sponsor, degli stand di food&beverage che pullulano tra un campo e l'altro rendono tutte le persone impiegate dietro le quinte di uno dei più grandi palcoscenici tennistici e sportivi del globo dei semplici figuranti, per le quali lo spessore individuale e la personalità vengono sfumate dalla soverchiante presenza degli interessi extracurricolari a una pallina che rimbalza sui campi di New York. Foster Wallace dichiara senza timore "gli US Open 1995 basati principalmente sul commercio". Impossibile dipingere la realtà vissuta in prima persona, grazie all'ambitissimo Media Pass, senza allontanarsi da uno stile asettico, crudo, scarno: troppa disumanizzazione per esaltare quel briciolo di arte che una partita di tennis è in grado di mostrare;

- "Federer come esperienza religiosa" è, d'altro canto, la trasposizione plastica di quello che qualsiasi appassionato di sport e scrittura potrebbe ambire a raggiungere prima di esalare l'ultimo respiro. Semplicemente, non si è ancora visto scrivere di una persona, di una personalità, di gesti atletici e sportivi meglio di quanto David Foster Wallace sia riuscito a fare con Roger Federer. Ognuno ha i propri "Momenti Federer" preferiti, a seconda del contesto in cui li ha vissuti da bordocampo o dietro uno schermo. Nessuno, però, ha fatto la sua lingua sua tanto possente / ch'una favilla sol de la sua gloria / possa aver lasciato a la futura gente (mi perdoni Dante per la terzina presa in prestito). Il passante lungolinea in topspin e in contropiede della finale 2005 degli US Open contro Agassi. Il 6-0 1-2, vantaggio Nadal sul proprio servizio nella finale di Wimbledon 2006 sono due capolavori, l'autoritratto del Caravaggio nel Davide con la testa di Golia. Foster Wallace riesce pienamente a rendere la figura trasfigurante che Federer ha rappresentato per il tennis: antico e modernissimo, leggiadro e potentissimo, sinuoso e brutalissimo. Mozart e i Metallica, appunto;

Il primo dei due Momenti Federer scelti da Foster Wallace.

- Le due sezioni si bilanciano e si equilibrano perfettamente, come se fossero regolati da un contrappasso infernale. La prima si modula secondo l'unico linguaggio cui tutta l'atmosfera di un inizio settembre newyorkese riconduce, ovvero quello bellico. Sampras-Philippoussis è narrata come Atene contro Sparta. La vittoria di Pete come quella delle forze della democrazia e della libertà umana. I confini dei 23,77 metri di campo come il ciglio di qualunque Ellesponto. Il cambio di turno tra la sessione pomeridiana e quella serale come la caduta di Saigon. Una lingua disumana per un'umanità degradata, che avvicina pericolosamente bigliettai, spettatori, giornalisti e pubblicitari allo stato di bestie. Foster Wallace riesce a restituire le uniche fiammelle umanizzanti nelle note: solo un carattere minore e inferiore può affrescare il vissuto di quel 4 settembre. I dettagli cui ci si aggrappa per non perdere la speranza che lo sport possa elevarsi rispetto al business che alimenta sono minimali. Solo a piè pagina possono trovare collocazione. Le scarpe del giudice di sedia, la statura dei raccattapalle, il sex simbolismo di Agassi: miniature la cui bellezza sta proprio nell'essere ornamentali. In fondo, "l'arte e l'energia sono confinate entro le linee precise di un campo, mentre la bellezza del commercio è nell'essere privo da confini";

- Limitandosi alla pura presentazione di uno sportivo maschile, David Foster Wallace ha alzato l'asticella a un livello francamente irraggiungibile, almeno nell'epoca attuale. L'americano dipinge la bellezza cinetica di Federer dosando figure retoriche e asciuttezza cronachistica. Digressioni sul micrometro che determina l'efficacia di un colpo e sententiae come "Federer atleta preternaturale" o la capacità di dare "l'illusione di fare meno sforzi". Il titolo stesso, eufemismo dell'esclamazione del conducente della navetta di Wimbledon: Federer è una fottuta esperienza quasi religiosa. Non è casuale che le righe più significative dell'intera opera travalichino la pagina stessa, sfociando nella metaletteratura che il talento di Roger Federer sa evocare. Tentare di parafrasarle sarebbe dannoso, ridurrebbe a nota ciò che solo nota non può essere (a differenza di "Democrazia e commercio agli US Open". Le riportiamo così come sono, perfette nella loro purezza: "Il genio non è riproducibile. L'ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche soltanto vedere, da vicino, la potenza e l'aggressività rese vulnerabili dalla bellezza significa sentirsi ispirati". Così come per Roger Federer, David Foster Wallace non è riproducibile. Copiarlo è impossibile. Ispirarsi a lui, tuttavia, è necessario. Senza ambire a raggiungere le medesime vette paradisiache.

  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

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