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, 4 Aprile 2023

Pogačar sta scrivendo la storia


Lo sloveno ha dominato il Fiandre e vinto la sua terza classica monumento.

Old Kwaremont e Paterberg, rispettivamente 2 chilometri e 360 metri, pendenza massima 11,6 e 20, denominatore comune il pavè. Sono tra i “muri” più famosi del Giro delle Fiandre, sui cui ciottoli spesso si decide la gara. Qui ci si aspettava l’attacco di Tadej Pogačar e qui è dove sono arrivate la sgasate fondamentali che gli hanno consentito di portarsi a casa la vittoria, alla seconda partecipazione.

Consapevole di aver realizzato un capolavoro su ruote, poco dopo essere sceso dalla bicicletta, lo sloveno ha descritto con una semplice frase, a caldo, la gara: “The day i will never forget”, un giorno che non dimenticherò mai. È strano sentire queste parole da uno che a nemmeno 25 anni ha già messo in saccoccia due Tour de France, due Giri di Lombardia, una Liegi-Bastogne-Liegi, più svariate altre corse, nessuna differenza se di giornata o a tappe. Eppure, per Pogačar la vittoria di domenica sui muri fiamminghi ha un valore fondamentale, fuori di ogni dubbio, per quando e come è arrivata. Nel 2022 aveva solo sfiorato la vittoria, con una gara sontuosa, ma “rovinata” da Mathieu Van Der Poel: a pochi metri dal traguardo, dopo essere stato a lungo in testa, con Van Der Poel a ruota, si era visto scippare la vittoria dall’olandese, e poi chiuso addirittura fuori dal podio da Dylan van Baarle e Valentin Madouas. Pogačar si era lasciato andare a più di un gesto di stizza, inusuale da parte sua, sempre così sorridente, con quell’atteggiamento scanzonato da Pinocchio al Paese dei Balocchi. Quest’anno invece non si è fatto sorprendere e si è preso la gara esattamente come voleva.

Con questa vittoria, Pogačar si aggiudica la quarta classica monumento della carriera: nel palmares ora gli mancano solo la Milano-Sanremo e la Parigi-Roubaix. Se vincesse anche queste due gare diventerebbe il quarto di sempre a riuscirci e raggiungerebbe un terzetto d’oro con Rik Van Looy, Roger De Vlaeminck e un certo Eddy Merckx. Considerando che l’ultimo a smettere di correre è stato Vlaeminck nel 1984, la portata dell’impresa che metterebbe a segno Pogačar sarebbe storica. Nel frattempo, è già diventato il terzo corridore a fare la doppietta Tour-Fiandre, come Louison Bobet e l’onnipresente Merckx. Questi obiettivi sono ben annidati nella testa dello sloveno che, sempre nell’intervista post gara, ha anche aggiunto che se la Milano-Sanremo è una gara complicata da vincere – e non si può dire che non ci abbia già provato svariate volte – per la Parigi-Roubaix dovrebbe mettere su ancora qualche chilo per poter anche solo pensare di gareggiare. Poi si è alzato, per andare a prendere un cartoccio di patatine fritte e festeggiare.

Il dominio di Pogačar al Fiandre è stato netto, poiché ha gestito e vinto la gara esattamente come sperava e pensava di poter fare. Rimanendo in gruppo nella prima parte della corsa e abbattendosi come un uragano nella seconda, quando all’orizzonte sono comparsi i muri lastricati. Nessuno è riuscito a rimanergli dietro e la forza con cui, da solo, è andato a chiudere su ogni singolo componente del gruppo in fuga – in cui figuravano alcuni nomi di favoriti, da Stefan Küng a Mads Pedersen – lascia la sensazione di avere davanti un atleta onnipotente, proprio come Gulliver e i lillipuziani.

Ma prima della tempesta Pogačar come era andata la gara? Fin dalla partenza a Bruges, è sembrato di salire su un ottovolante. L’atmosfera è quella classica, ideale da Giro delle Fiandre, con il freddo, la pioggia, le strade umide, i corridori al via intabarrati in giacchette, smanicati, pantaloni lunghi e scaldacollo. Anche il pubblico è quello delle grandi occasioni: sono state stimate circa un milione di persone sparse lungo i 273 chilometri di strada, di cui solo 40 mila ammassate sulla salita dell’Oude Kwaremont.

Il gruppo parte a una velocità esagerata – più di cinquanta di media oraria – tanto che la fuga riesce ad andare in porto solo dopo 100 chilometri. L’alta velocità, la strada bagnata e le cadute, tante cadute, sono state le protagoniste delle prime quattro ore di corsa. La peggiore, e che ha senza dubbio influito sul resto della corsa, è stata a 140 chilometri dall’arrivo, quando Filip Maciejuk della Bahrein Victorius, nel tentativo di portarsi in testa al gruppo, passa a lato della strada, centra una pozzanghera celata da uno strato d’erba, sbanda verso destra e si abbatte su tutto il gruppo, esattamente come una palla da bowling sui birilli. Pogačar ha evitato la caduta per un pelo, meno fortunato Van Aert che ha accusato una forte contusione al ginocchio. A uscirne peggio di tutti è stato Tim Wellens della UAE che ha rimediato una frattura multipla alla clavicola ed è stato costretto al ritiro; lo stesso Maciejuk è stato giustamente squalificato dalla direzione gara per condotta sconsiderata.

A far deflagrare la gara, ci ha pensato poi Mads Pedersen a 100 chilometri dal traguardo con un attacco a riprendere la fuga di giornata che si è portato dietro altri nomi di rilievo come Stefan Kung e Nathan Van Hooydonck. Prima dell’assolo di Pogačar, sembrava possibile che il gruppo di testa potesse arrivare in fondo vista la caratura degli atleti coinvolti. Ma poi Pogačar si è messo in moto e il gruppo di testa si è sfaldato, inerme alla forza dello sloveno.

Pogacar in azione in uno dei tratti in pavé del Fiandre.

Gli sconfitti di giornata sono di fatto due: il mai domo Mathieu Van der Poel e il beniamino di casa Wout Van Aert. Questi due corridori insieme a Pogačar hanno messo a ferro e fuoco il mondo delle due ruote negli ultimi anni e quest’anno il dominio della triade sembra non avere rivali. Il dibattito pre Fiandre era incentrato solo su chi dei tre avrebbe vinto e come. Da un lato Van der Poel, vincitore uscente che quest’anno si è dovuto accontentare del secondo posto sul traguardo, anche se è stato l’unico in grado di mettere in difficoltà Pogačar. L’olandese è stato protagonista della solita gara corsara, ma nel finale probabilmente ha pagato la grossa disattenzione dei primi chilometri di corsa quando il forte vento aveva spezzato in due tronconi il gruppo lanciato su uno stradone aperto, mandando l’olandese e la sua squadra a più di 40 secondi dal gruppo principale e costringendo la Alpecin a un faticoso lavoro di cucitura del buco a più di 200 chilometri dall’arrivo. VDP ha quindi dovuto sfruttare molto prima del previsto il lavoro dei suoi compagni di squadra per rientrare e a farne le spese è stato, tra gli altri, Krag Andersen, che ha finito le energie anzitempo, e che invece sarebbe stato un elemento utilissimo nel finale.

Il vero sconfitto è stato però Wout Van Aert: ancora una volta l’appuntamento con la corsa di casa è rimandato. La tanto temuta e attesa azione dello squadrone Jumbo non è arrivata e per una volta il dominio dei gialloneri non c’è stato. Nascosto nella prima parte di gara, l’unico a rimanere a disposizione di Van Aert è stato lo scudiero Cristophe Laporte. Certo, il belga è rimasto sfortunatamente coinvolto nella caduta rocambolesca innescata di Maciejuk, ma di fatto ha confermato quanto visto il 24 marzo scorso ad Harelbecke, una gara che passa più o meno sulle stesse strade del Fiandre: nonostante la vittoria finale, Van Aert lì aveva fatto fatica a contenere le fiammate di Pogačar, e, alla prova del Fiandre, è crollato del tutto senza mai dare l’impressione di riuscire a rimanere a ruota dello sloveno. Nonostante le evidenti difficoltà, Van Aert ha comunque chiuso quarto.

Tra i mortali, grande prova di Mads Pedersen che conquista il terzo posto finale e aggiunge credito alla sua statura di corridore da classiche. Si arrende nel finale solo a Pogačar e a Mathieu Van Der Poel che lo passano a velocità doppia. Così come si conferma corridore in grande forma Neilson Powless che ha tagliato il traguardo in quinta posizione (e ha già in palmares un settimo posto alla Milano-Sanremo di quest’anno). È stata una gara di altissimo livello anche quella di Matteo Trentin, fedele vedetta di Pogačar nel gruppo di testa e in grande forma in questa prima parte di stagione, che chiude per la prima volta il Fiandre nella Top Ten. Nella domenica di Pasqua c’è già una nuova occasione per mettersi in mostra: c’è la Parigi-Roubaix. Ma quanto è arduo essere ciclisti “normali” – ancor più se velocisti – nell’epoca Van Aert-Van Der Poel-Pogačar.


  • Chiara Finulli, milanese, classe 1992. Nutro una passione smodata per Tadej Pogačar e per il calcio in ogni sua forma: ogni volta che posso sono allo stadio o sulle strade di qualche corsa. Nel tempo libero lavoro sommersa tra i libri in una casa editrice.

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