
Considerazioni sparse post Sinner-Alcaraz (6-7 6-4 6-2)
Jannik Sinner torna dopo due anni a giocarsi la finale del 1000 di Miami al termine di una sfida fantastica. Questa volta ad aspettarlo è Medvedev che si è aggiudicato il derby russo con Kachanov.
- La sensazione di vivere in presa diretta la costruzione di un nuovo classico contemporaneo e di partecipare alla sua scrittura, sia pure nelle vesti - probabilmente un pigiama - di testimone distante e notturno, ci accompagna dal primo istante e noi ce la godiamo fino in fondo, a partire dal riscaldamento, dalla cornice calda di pubblico ma soprattutto dall’estenuante game inaugurale al servizio, tenuto stretto con le unghie e latore di un messaggio chiaro e tondo: bisogna spingere sempre e spingere tutto, possibilmente spolverando le linee del campo. E così, proprio quando abbiamo messo mestamente in archivio il Fedal, siamo pronti a osservare l’alba con gli occhi lucidi, consapevoli che il passato non torna per definizione ma che il futuro non è affatto male e non è poi lontano, anzi è già presente. Per la cronaca, la Pero si produce generosamente in un “Sinnaraz” abbastanza inascoltabile ma è per dire che, fuor di ogni retorica stucchevole, questi due sono davvero tosti, davvero belli in campo, davvero elettrici e romantici, insomma il tennis è salvo;
- Risposta is the new servizio. Assodato che fin dal primo quindici resta complicato rimanere seduti sul divano, c’è un punto del terzo gioco in cui Carlos mette in scena tutta la meravigliosa e onnipotente violenza del suo tennis, ed è una dinamica quasi scarna, spogliata di ogni inutile orpello: servizio esterno di Jannik, lo spagnolo prende il volo e spara un rovescio lungolinea che si stampa sull’angolino destro come una sentenza ineluttabile. Questo fulmine illumina in realtà uno dei pochi parziali facili per chi batte, ma mostra in modo lampante che mettere dentro più prime possibile e anche ben cariche è una condizione necessaria e non sufficiente per salvarsi dal frullatore che occupa l’altra metà del campo - e il concetto è reciproco. È Jannik per primo a concretizzare la minaccia strappando il break per scappare 4-1 ma la sensazione di pericolo per chi serve ci accompagnerà - giustamente - per tutto il match;
- Nella fase centrale del primo set assistiamo alla rimonta dell’iberico, in una cornice di equilibrio condita di scambi interminabili e recuperi clamorosi da una parte e dall’altra, punti lunghi e sfaccettati come matrioske di Swarovski che contengono migliaia di realtà parallele e alternative. Fra questi c’è forse anche il punto del torneo, una poesia in movimento vinta da Jannik destinata a colonizzare gli highlights per mesi. A conti fatti, però, Alcaraz va a servire per il set sul 6-5 e, complice un brutto errore a rete di Jannik (uno dei pochi), raggiunge il set point ma lo spreca con un doppio fallo. Il game si complica e alla fine una volée che si spegne in rete ci fa esultare come pazzi nella notte, anche se il tiebreak sarà un viaggio mistico di sofferenza indicibile. Peccato che deciderlo siano due errori sciagurati di Jannik, che in un amen —vanificano il minibreak conquistato e mandano in archivio il set - un set giocato alla grande da entrambi, macchiato giusto un po’ nelle fasi cruciali;
- Il secondo parziale, dopo la fiammata iniziale che vale il 2-0, pare segnato dalle difficoltà fisiche di Jannik che si fa rimontare e poi soffre vistosamente, tanto che si preparano già i requiem e le laconiche autopsie. La marcia funebre però s’interrompe all’improvviso sul quattro pari, quando il break lo fa Jannik - quelle risposte nelle stringhe non sempre si riescono a gestire - poi non trema e porta il match al terzo, impreziosendo il
game di chiusura con un passante cinebrivido di rovescio lungolinea che fa saltare molto in alto i fortunati ancora svegli. È un set sporco, brutto e cattivo, vinto con i nervi, il cuore e la testa, insomma quella famosa mentalità che gli lèggiamo negli occhi da sempre. Si va al terzo, non si sa bene come, ma si va al terzo;
- Carlitos sparisce per un toilette break tsitsipassiano mentre Jannik si tiene in moto per non finire pietrificato e fa bene perché il magic moment prosegue: una palla corta dello spagnolo si spegne in rete e Jannik parte lanciato per la terza volta. Ora è Carlos a lamentare qualche acciacco - probabilmente crampi - ma si va avanti con quel sottile break di distanza; la gara è ancora lunga, sta a Jannik cercare di abbreviarla. Lo spagnolo è bravo a superare la crisi senza ulteriori danni, resta in scia sul 3-2 e si procura la palla del controbreak, Jannik annulla con una seconda vincente e si avvicina allo striscione. È evidente che la partita non arriverà da sola, perciò Sinner ci prova ancora in risposta in un game scorbutico e quasi nevrotico in cui Carlitos infila due doppi falli e poi spara in corridoio un dritto anomalo: 5-2 pesante per il rosso di San Candido. Arriva l’ace che porta due Matchpoint, poi è un dritto incrociato a chiudere il capolavoro: due anni dopo, Sinner torna in finale a Miami. Vince con merito una partita bella solo a metà ma al tempo stesso dolce come lo zucchero filato. Jannik ha domato la belva con le sue stesse armi, adesso lo attende Medvedev, mai battuto finora (5-0), rebus tecnico che non vediamo l’ora di decifrare.
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