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Murales dedicato all'Ardita nel quartiere milanese del Giambellino
, 28 Marzo 2023

Storie di calcio popolare a Milano: l'esempio dell'Ardita Giambellino


Intervista ai membri del club che si batte per il diritto alla casa.


Iniziamo oggi un ciclo di articoli dedicati alle esperienze di calcio popolare a Milano. In ogni articolo intervisteremo i componenti dei diversi club per cercare di capire quali sono le loro battaglie sociali, in cosa consiste il loro legame con la comunità e perché è importante che esistano esperienze di calcio di questo tipo, organizzate "dal basso".

Milano è una città strana, fatta di paradossi. Città di «Zucchero e catrame» la definiva Lucio Dalla; città favolosa e scintillante, e al contempo stanca e disillusa. È un tratto comune delle grandi metropoli quello di racchiudere in sé anime opposte. A Milano, però, il contrasto non si alimenta della contrapposizione tra quartieri ben distinti e compartimentati, ma è tangibile costantemente, anche volgendo lo sguardo da un lato all’altro della stessa strada. Basta camminare per le strade del quartiere San Siro: nei dintorni di Viale Elia o di Piazzale Lotto, il paesaggio urbano è un mosaico che raccoglie indistintamente case popolari e ville e palazzi da otto-novemila euro al metro quadro. Ecco un’altra definizione di Milano: una città non catalogabile né suddivisibile per aree socio-antropiche troppo omogenee.

Salendo sul tram in via Torino, rifletto che attraversare la città in tram equivale a viaggiare non solo tra gli spazi, ma anche tra i luoghi e le persone che li vivono. Gli antichi Romani sono stati i primi a distinguere lo spazio dal luogo: la “urbs”, la città delle pietre, dalla “civitas”, la città delle anime. I tram sembrano muoversi più nella seconda. Ogni fermata equivale a una mutazione di socialità; lungo il percorso la composizione umana dei viaggiatori varia costante e lenta come il mezzo stesso. Il treno urbano è un miscuglio di lingue, abiti, stati d’animo: gli sguardi stanchi e densi di alienazione si mescolano ad altri più vivaci ed espressivi. Durante la settimana della Fashion Week, poi, il tram diventa un luogo di osservazione privilegiato della natura complessa e duale di Milano. Ovunque, l’eccentricità si mescola alla stanca ordinarietà. Alla mia destra alcuni passeggeri dall’aspetto supremamente quotidiano e, aggrappata a una maniglia più in là, una ragazza che indossa una giacca vistosa, cucita con frammenti di tessuti eterogenei (il riciclo e la sostenibilità sono temi della moda del momento), mocassini vintage e borsetta con le iniziali di Coco Chanel incrociate sul lembo superiore. Si sfiorano a ogni oscillazione del tram: l’universo dei frequentatori degli eventi della Fashion Week, e quello delle persone che tornano a casa dal lavoro, coi loro cappotti e le ampie sciarpe normali, indistinguibili.

Il tram 14 che conduce al Giambellino

Fuori dal finestrino, mentre il 14 su cui viaggio scivola dal Duomo in direzione sud-ovest, verso Lorenteggio, la civitas cambia aspetto. Il centro cittadino delle feste e degli eventi, dove tutto è illuminato, acceso e luccicante, degrada lentamente in marciapiedi sempre meno luminosi. I ristoranti e i locali dagli arredi raffinati lasciano il posto a negozi diurni ormai chiusi per fine turno, supermercati dalla grande “esse” nell’insegna, market di cibo halal, bar di periferia. Gli spazi aggregativi diminuiscono man mano che i palazzi si fanno più alti, densamente abitati e architettonicamente discutibili. Alcuni di essi sono di edilizia popolare, ma molti appartamenti paiono sfitti: in città si discute molto di questo fatto, che nonostante la disponibilità degli immobili i tempi di attesa per le assegnazioni sono biblici. La periferia è anche questo: lotta quotidiana contro la speculazione, per l’inclusione, in contrasto con le politiche esclusive.

Sono sicuro che più tardi parleremo anche di questo, insieme ai ragazzi e alle ragazze dell’Ardita Giambellino. Ci siamo dati appuntamento al centro sportivo del DLF (Dopo Lavoro Ferroviario), campo numero 7. È lì che i membri dell’Ardita alimentano giornalmente il loro progetto di calcio popolare. Lontano dagli echi, dalle luci e dai capitali di San Siro; confrontandosi quotidianamente con la realtà sociale sempre mutevole della periferia.

Man mano che il 14 si avvicina alla mia fermata, penso che in fondo a Milano anche il calcio è fatto di opposti e di contrapposizioni, come tutto il resto – d’altra parte perché dovrebbe distinguersi: il calcio è specchio della comunità che gli dà vita e significato. C’è il calcio di San Siro, “La Scala del calcio”, dove si esibiscono le due squadre storiche della città. Lì sono stati conquistati i massimi trofei italiani ed europei, e si può assistere al grande spettacolo del calcio milanese di più alto livello pagando un biglietto che però non è alla portata di tutti. Il calcio a San Siro è un’esperienza artistica ma anche esclusiva, non diversa dall’assistere a uno spettacolo di prosa al Teatro di via dei Filodrammatici 2. Poi c’è il calcio popolare, alimentato dalla comunità di persone e non dal capitale, e per questo spinto fuori dal centro, quasi espulso verso la periferia, secondo lo stesso fenomeno di gentrificazione che allontana la cittadinanza media ai margini delle grandi città. Anche questo diceva Lucio Dalla: «Poi Milan e Benfica / Milano che fatica», e sembrano i due poli opposti del calcio di San Siro e di quello del Giambellino.

Un campo di Piazza Tirana adiacente a quelli dove si allena l'Ardita Giambellino
Uno dei campi da gioco che si affacciano su Piazza Tirana, nel quartiere Giambellino

Sceso a San Cristoforo, raggiungo a piedi il centro sportivo e prendo posto su una delle panche a bordo campo. Finito l’allenamento delle Ardite, la squadra femminile dell’Ardita Giambellino, incontro Nick e Giulia, i miei contatti, che mi accompagnano in un bar della vicina Piazza Tirana per bere qualcosa. Poggiati i borsoni, tra una Moretti da 66, sigarette e televisori su cui scorrono le immagini della Champions League, parliamo della loro storia. Di cosa significa per loro il calcio, il quartiere, la vita lontano dai riflettori di San Siro.

Dove, quando e soprattutto perché nascono l'Ardita e le Ardite? 
L’Ardita nasce nel 2014 da un gruppo di ragazz* e amic* legat* al Comitato Abitanti Giambellino-Lorenteggio, un comitato di lotta per la casa. Ai suoi albori era una piccola squadra di calcio che voleva aggregare le persone del quartiere e chiunque desiderasse giocare in una squadra senza sostenere costi. Non era iscritta a nessun campionato ufficiale e non aveva un campo sportivo di riferimento vero e proprio: si allenava in parchi pubblici e partecipava ai tornei di calcio popolare di Milano. Il debutto è avvenuto proprio in uno di questi tornei: al Memorial Bracesco, che si teneva al vecchio centro sociale Boccaccio prima che lo sgomberassero. Al tempo il progetto era composto per lo più da ragazzi, con poche ragazze: era perciò una squadra mista, con una componente femminile però minoritaria.

Poi nel 2018 c’è stata la durissima ondata di repressione della Polizia. Cosa è successo precisamente?
Come detto l’Ardita è legata a doppio filo con il Comitato di lotta per la casa, e in uno degli sgomberi delle case occupate nove tra attivisti e attiviste del Comitato sono stati arrestati. L’accusa è assurda: resistenza a pubblico ufficiale e associazione per delinquere, ma il Comitato ha sempre agito senza finalità di lucro, e questo il Tribunale l’ha pure riconosciuto. Il Comitato aiuta le famiglie in difficoltà a prendere possesso di case popolari vuote da anni. I numeri degli alloggi popolari vuoti sono noti a tutti (questo articolo di Internazionale del 2019 dice che su 2667 alloggi di edilizia popolare del Giambellino 900 erano all’epoca vuoti, ndr), l’Azienda regionale della casa non li assegna perché sono fatiscenti e avrebbero bisogno di manutenzione, ma i lavori di riqualificazione non si compiono mai, anzi: invece di spendere soldi sulla manutenzione li spendono per distruggere le scale e i servizi in modo da impedire le occupazioni dei fabbricati, oppure finanziando direttamente gli sgomberi. Ma il Comitato non si occupa solo delle occupazioni: ha costruito un percorso di solidarietà tra gli abitanti in un quartiere abbandonato dallo Stato. Ha creato una mensa popolare, distribuito cibo, organizzato un doposcuola e corsi di lingua italiana (sempre secondo l’articolo di Internazionale già citato, nel 2019 il 25,7% degli abitanti del Giambellino era straniero, ndr), creato orti sociali, aperto sportelli di ascolto, organizzato feste di quartiere che favorissero l’integrazione. E anche la squadra di calcio d’altra parte è nata con questo fine.

Come ha reagito l’Ardita a quell’evento?
L’Ardita è sopravvissuta, anzi, diciamo così, è cresciuta. Nel 2017/18 la squadra maschile si è iscritta al primo campionato ufficiale, mentre parallelamente è nata una squadra femminile autonoma. In questo modo le ragazze che già giocavano, insieme ad altre che volevano imparare da zero questo sport troppo a lungo considerato appannaggio dei soli maschi, hanno avuto a disposizione una squadra tutta loro, che oggi continua a crescere per numero ed entusiasmo. Poi la squadra maschile ha fatto addirittura una fugace apparizione in Terza Categoria, naufragata però malamente a causa del Covid. Oggi la galassia arancionera è composta da due squadre a 7, una maschile e una femminile, iscritte ai rispettivi campionati CSI (Centro Sportivo Italiano, ndr) e composte da una ventina di persone l’una.

Inizialmente vi allenavate nei parchi pubblici, come siete arrivati al campo del Dopo Lavoro Ferroviario di Piazza Tirana?
È un campo privato, per cui per allenarci e giocarci dobbiamo affittarlo. I soldi li ricaviamo autotassandoci, ciascuno secondo le proprie possibilità, e organizzando eventi benefit con tornei, musica e varie iniziative per raccogliere finanziamenti. Ovviamente, il nostro sogno è di avere un campo tutto nostro e ci stiamo muovendo in questa direzione, anche se in questa città non è facile. 

Come vi organizzate internamente? C'è un modello che avete seguito in tal senso?
Fin dalle primissime fasi, abbiamo sempre cercato di seguire un modello organizzativo il più possibile orizzontale e partecipato. Ovviamente, a livello puramente legale, in quanto A.S.D. (Associazione Sportiva Dilettantistica, ndr), l’Ardita è tenuta a nominare un* presidente, un* segretari* e alcuni consiglieri, ma questo non comporta in alcun modo una struttura gerarchica. Tutte le decisioni – dall’iscrizione ai campionati all’acquisto del materiale tecnico, dall’organizzazione di eventi alla gestione finanziaria, fino ovviamente alla linea “politica” da tenere su determinate questioni – passano dall’assemblea, che si riunisce a cadenza mensile ed è aperta a tutt*: giocatrici, giocatori, tifos*, sostenitori, sostenitrici o semplici simpatizzanti. Non è sempre facile trovare una quadra, ma crediamo che sia soprattutto questo modus operandi a distinguere il calcio popolare dal modello tradizionale, abbracciato senza remore non solo dai professionisti ma anche da molti tra i dilettanti. Nonostante questo, gli esempi positivi, anche in Italia, non mancano: su tutti il Lebowski di Firenze che è riuscito a raggiungere grandi traguardi, sportivi e non, senza mai venire meno al principio della partecipazione dal basso.

Il Giambellino è noto ai più per la canzone di Gaber, ma sappiamo che la realtà è ben altra: me la potete raccontare? 
È un quartiere povero, abbandonato a sé stesso da anni. È un po’ un simbolo dell’emergenza abitativa e sociale che caratterizza la periferia di Milano. Ci sono tantissime case popolari lasciate vuote da Aler e MM (rispettivamente: Agenzia lombarda edilizia residenziale, e Milano Metropolitana, ndr), molti palazzi cadono a pezzi, in generale è un quartiere che manca di tantissime strutture necessarie. Non è certo più il quartiere di Gaber e da un certo punto di vista c’è una sua “romanticizzazione” che serve a nascondere la verità dei fatti. Il Giambellino è attraversato da tante contraddizioni, è un quartiere multietnico e come spesso accade è facile per chi vuole fare speculazione politica fomentare l’odio degli italiani contro gli immigrati, degli inquilini regolari contro gli occupanti di case, quando i veri responsabili dei suoi problemi sono ben altri. Per contro, qui arriverà il capolinea della metro 4 e questo chiaramente può fare gola agli speculatori immobiliari. Quindi se si prospettano dei cambiamenti per il quartiere c’è il concreto rischio che vadano nel senso della gentrificazione, ovvero che piano piano gli abitanti più poveri saranno costretti ad andarsene in conseguenza dell’aumento dei prezzi degli affitti. Non sarebbe la prima volta, negli ultimi anni questo a Milano è successo spesso.

Qual è il vostro rapporto con la città di Milano? Cosa significa vivere e giocare calcio popolare, sia maschile che femminile, a Milano, visto che questa città sta divenendo sempre più esclusiva, con tutte le accezioni negative che ha questo termine?
Riallacciandoci a quanto detto nella risposta precedente, possiamo constatare tutti, attraverso la nostra esperienza quotidiana di abitanti di Milano, che il panorama che si profila per il quartiere del Giambellino non è purtroppo una novità. Molti quartieri della città a un certo punto hanno conosciuto processi di gentrificazione, e il risultato è stato sempre che al rincaro dei prezzi è seguita una certa invivibilità del quartiere e la diffusione di un’idea di vita esclusiva ed escludente. Il modello proposto a livello mediatico di una “Milano delle opportunità” cozza drammaticamente di giorno in giorno con una realtà fatta di affitti insostenibili, lavoro sottopagato e ritmi stressanti.

Il calcio popolare quanto impatta nella socialità di zona? Possiamo definire il vostro impegno come politico in senso stretto?
Per noi le cose sono un po’ cambiate dopo l’ondata di repressione contro il Comitato perché questo ha reso più difficile legare la vita della squadra alla vita del quartiere. Prima era più facile perché dopo le partite mangiavamo alla Base di solidarietà popolare, che è la sede del comitato, organizzavamo iniziative in quartiere. Adesso è più difficile e siamo forse più legati alla città in generale, cercando di organizzare momenti di sport popolare assieme ad altre squadre e collettivi. Perciò sì, il nostro impegno in un certo senso è politico perché resta un tentativo, parziale quanto si vuole ma significativo, di aiutare la gente del quartiere a riprendersi un pezzo della nostra vita. È una passione a cui siamo legati, oltre che un modo per imparare a stare insieme.

Per l'Ardita Giambellino nella sua globalità qual è l'orizzonte? Guardate avanti a voi un passo per volta, come vorrebbe lo spirito pragmatico milanese, o coltivate ambizioni più grandi e utopistiche? Utopie magari non per forza raggiungibili, ma che dànno la forza di continuare a guardare al futuro, come nella famosa massima di Eduardo Galeano secondo cui l’utopia anche se irraggiungibile serve per continuare a camminare…
Visti i costi per sopravvivere a Milano ci basta continuare ad esistere… Scherzi a parte, noi speriamo di continuare a crescere. Di conoscere persone nuove, allargare un po’ i nostri spazi, portare nuovi argomenti di discussione dentro la squadra e aprirla sempre di più a quanto ci succede intorno. E certo, se capita vincere ogni tanto qualche partita non è male.


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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