
Erasmus: Svezia-Belgio
Un venerdì sera malinconico, con una tripletta di Lukaku.
"Erasmus" è la rubrica del lunedì mattina in cui vi raccontiamo una partita del weekend di calcio internazionale. Questo è il secondo episodio; nel primo vi avevamo raccontato Wolverhampton-Leeds, se volete recuperarlo lo trovate qui.
Abbiamo tutti un’amica o un coetaneo che ce l’ha raccontato. "Ah, quell’anno a Stoccolma…"; "Sai, il tipo che ho conosciuto in Erasmus a Bruxelles…", e la nostra testa in automatico visualizza la scena sotto a un cielo cupo, nella pioggia, con l'umidità che penetra le ossa. C'è poco da fare: nell’immaginario stereotipico italiano la vita nel Nord Europa ha sempre una sfumatura nostalgica e dannata dal clima impervio – le storie degli amici che ci raccontano di Alicante o di Barcellona, per loro sì che proviamo invidia. Per gli stessi motivi, Svezia-Belgio è una partita che percepiamo distante da noi, con cui facciamo fatica a empatizzare davvero. Una partita ricca di giocatori e storie fiche quanto volete, ma poi ecco che da qualche parte spunta un dettaglio così svedese, così belga, e allora tutto si smorza, tutto assume un tono minore.
Friends Arena di Solna. Pieno, stracolmo, inno cantato a cappella. Tutto troppo ordinato e regolare, però. Quell’ordine, compostezza e apparente capacità di trattenere gli istinti passionali che un po’ ci spaventa. Timore, come quello che colpisce quando ci si rende conto che Vertonghen non sarà spalleggiato dal partner di una vita. Alderweireld non verrà più convocato, per davvero.
Pochi minuti di gioco e i Diavoli Rossi del Belgio (che stavolta vestono però una divisa completamente bianca) paiono già una squadra creata in un laboratorio Red Bull. Trossard e Lukaku in prima linea a chiudere lo sbocco centrale agli svedesi, Dodi Ngandoli e Carrasco (no, non sono due vitelloni della Riviera degli anni ’80) ad aggredire i terzini padroni di casa. Domenico Tedesco è arrivato da nemmeno due mesi e già ha impresso il suo marchio sul Belgio: costruzione a 3 con Castagne terzino invertito, cambio di gioco sull’isolatissimo Lukebakio, sovrapposizione del centrale di centrocampo, finalizzazione dell’esterno offensivo opposto. Il diagonale di Ferreira Carrasco è appena largo. Ma, dopo diversi anni, pare di nuovo piacevole vedere una partita del Belgio.
Romelu Lukaku, o la custodia di violoncello che lo contiene, perde un contrasto con Linus Wahlqvist, centrale di 185 cm in forza al Pogon Szczecin. (La sfumatura nostalgica, dicevamo). Al 12’ per la prima volta si riesce a distinguere Wout Faes da Arthur Theate, entrambi coronati da un rigoglioso cespuglio di capelli riccioli. E per un attimo ci sembra tornato il Belgio dell'alba della generazione d'oro, quando le acconciature di Fellaini e Witsel creavano gli stessi problemi di distinguibilità.
I gialloblù ci mettono un quarto d’ora a innescare la scintilla più brillante a disposizione: Kulusevski, dopo aver marcato il territorio nel mezzo spazio di sinistra, scarta sull’interno Vertonghen come fosse un imballaggio di cartone da buttare nel cassonetto e libera il sinistro. Courtois riesce solo a smorzare ma non a bloccare. La palla balla sulla linea di porta, indecisa se far innalzare i decibel della Friends Arena o gettarla in un misurato disappunto. Wout Faes arriva appena in tempo, Courtois si accartoccia sul pallone, il centrale del Leicester esulta come se avesse segnato. Ok: quindi lui è Faes, e quell’altro è Theate.
Corner per il Belgio: nulla di fatto. Il replay mostra il 10 del Belgio Lukaku tentare una Powerslam su Svanberg. 20 secondi e il 10 del Belgio viene anticipato secco da Hjalmar Ekdal, che non è il regen dell’Ekdal dello Spezia ma il fratello minore, difensore del Burnley. Dura essere Lukaku nel 2023. Ma poi, esiste qualcosa di più lontano da un 10 di questo Lukaku?
Dopo una progressione Lekebakio – di cui diremo “ah ma quel Lukebakio” quando riuscirà dopo anni di Bundesliga a mostrare la combinazione di leve infinite e frequenza di passo da trequartista iper-tecnico – Olsen è chiamato al miracolo sul colpo di testa di Theate da corner. Ok: lui è Theate e quell’altro è Faes. Sguardo rapido sugli spalti: tamburi e cori sempre presenti, ma tutto tremendamente ovattato, tutto tremendamente in sordina. Bello, bellissimo, ma smorzato. In tono minore.
Il Belgio gioca molto meglio della Svezia. Onana giganteggia visibilmente in mezzo al campo, la connessione Theate-Carrasco a sinistra crea l’apprensione necessaria per far pendere le linee svedesi sul lato e liberare spazio al dribbling di Dodi Lukebakio Ngandoli (non penso che smetteremo di chiamarlo se non con nome-cognome-secondo cognome). Cross dell’attaccante dell’Hertha e il 10 del Belgio spizza la sfera abbastanza per indirizzarla all’angolino alla destra di Olsen. Palo baciato, vantaggio Belgio, il 10 che esulta a occhi chiusi, mano destra alla tempia e indice della sinistra perpendicolare alla bocca. Zitti tutti: è tornato (?) Big Rom.
Courtois riceve in bagher il salto float di Gustafsson. No, non sono Thierry e Bengt, pallavolisti negli anni ’90, ma Thibaut e Samuel, calciatori negli anni ’20. Trait d’union delle due epoche? Probabilmente i tentacoli di Amadou Onana.
Fine primo tempo: la Svezia non ha mai dato la sensazione di impensierire l'ordinata difesa belga, ma la Friends Arena pare adempiere inderogabilmente al proprio nome. Applausi, non un fischio o una lamentela, tutto richiama la sportività e l’amicizia. Come dovrebbe essere, d'altro canto. Ma allora perché ci urta tutto questo garbo in Svezia-Belgio?
Inizia il secondo tempo. Lukaku punta Ekdal sull’esterno destro, doppio passo, spalla sinistra a incocciare il petto del difensore svedese, cross deviato in calcio d’angolo. Corner battuto corto, Lukebakio isolato in 1vs1 con Forsberg sul mezzo spazio di destra, doppio passo, spalla sinistra a proteggere il vantaggio ottenuto col dribbling, cross basso di destro teso dalla linea di fondo, Lukaku si trova non casualmente lì ma casualmente la colpisce. 0-2, lo spicchio rosso di Solna, in sintonia con l’atmosfera, festeggia responsabilmente. È tornato (?) Big Rom.
Ovunque siate in questo momento, fate attenzione: dovrebbe esserci una gamba di Amadou Onana nelle vicinanze.
Theate sbaglia i tempi della pressione / Svanberg attacca lo spazio alle spalle: endecasillabi tratti da “Il Bologna di Siniša”. A cavallo del 60’ accadono quattro cose fastidiose. In ordine cronologico: spalti così eleganti e a modo che sembrano creati da una CPU con l’indicazione “tifosi con maglia gialla con inserti verticali azzurri”; Tedesco sostituisce l’autore dei due assist, privandoci dell’immaginare fantasiosi significati del verbo dodingare di cui Lukebakio è gerundio presente con complemento di termine in posizione enclitica; una delle gambe di Onana sbaglia il primo appoggio della sua imperante prestazione; Forsberg si mangia un’occasione clamorosa, scivolando al momento del tiro, sprecando il primo scambio in velocità in cui Kulusevsi e Isak sono sembrati i veri Kulusevski e Isak.
La Friends Arena impazzisce. Aiuto, cosa sta succedendo? Una schiena vergata dal volto di un leone sta per essere coperta da una maglia gialla. Zlatan si appresta a diventare il meno giovane a giocare per la Svezia. Sembra, forse per il primo attimo, che l’emozione possa eruttare. Ibra non è ancora entrato, ma l’attesa di Solna è incredibile. La palla esce e la Friends Arena esulta. Non ha segnato la Svezia, ma la storia sta per cambiare. Esce Isak, entra l’11. Molto nostalgico, per niente smorzato.
A un quarto d’ora della fine ritorna il tedio di Svezia - Belgio: Kulusevski si beve la fascia destra del Belgio, palla incollata al sinistro e cioccolatino servito sul destro di Svanberg. Al momento del tiro il centrocampista del Wolfsburg scivola, sparando alle stelle. È stato bello finché è durato. Lukaku viene mangiato da Ekdal, Ibrahimović non ha il tempo di controllare col petto che Faes ha già recuperato il possesso. Era il gennaio 2021 quando dichiarazioni, murales e post al vetriolo dopo il derby di Coppa Italia infiammavano la rivalità meneghina. Due anni fa Ibra e Lukaku rivendicavano la personale superiorità dell'uno rispetto all'altro. Ora sono due giganti d’argilla.
Il Belgio può segnare solo così: l’esterno offensivo destro a piede invertito che passa oltre gli svedesi più vicini a lui, diagonale dei centrali scandinavi tardiva, Lukaku a finalizzare la creazione del compagno, prima Lukebakio ora Bakayoko. È tornato (?) Big Rom.
Lukaku esce, sostituito da Bornauw. Nessuno sguardo con Ibra. Nessuna inquadratura ad hoc, nessuno spunto narrativo. Lukaku esce dopo una tripletta un po' asettica, all'opposto di quella di Hojlund della sera prima che è sembrata illuminare l'Europa intera di hype e buone vibrazioni. Un altro segno che in Svezia-Belgio tutto è smorzato, tutto in tono minore.
Onana, centro di massa della partita, attrae magneticamente l’ennesima carambola in mezzo al campo. Lui e Dodi Lukebakio Ngandoli hanno risucchiato tutta l’elettricità del venerdì sera di Solna, senza che la Friends Arena riuscisse mai a scuotersi dal torpore se non nel paio di minuti in cui tutti gli occhi erano sulla nuda schiena di Ibra. Svezia-Belgio finisce 0-3 e tutti possono tornare a casa, felici e amici come prima. Nemmeno uno strascico di polemica o delusione. Tutto smorzato.
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