
La fine della gioventù
Il ritiro di un calciatore che hai visto esordire è un momento di dolorosa crescita.
Le luci dei riflettori illuminano il prato dell'Estadio El Sadar in un modo che fa immediatamente dire: "Questo è uno stadio spagnolo". L'aria è tiepida, è una tipica serata di metà settembre, e Osasuna-Barcellona, terza giornata della Liga 2007/08, si sta trascinando verso un placido zero a zero, distante solo undici minuti più recupero. A bordo campo compare un ragazzino, la maglia azzurra da trasferta dei catalani è almeno una taglia troppo grande, i capelli - lunghi a coprire il collo - ricordano quelli di quel giovane argentino che veste la numero 30 della sua stessa squadra. Il ragazzino, che sta per esordire in Liga, è Bojan Krkić.
Io di anni ne ho quasi otto e seguo il calcio come fanno i “grandi” ormai da più o meno un anno e mezzo. Prima erano solo figurine, maglie, estemporanei dribbling di Kakà alla tv e i colpi di testa di Traianos Dellas e Angelos Charisteas a Euro 2004. Ne ho invece già compiuti otto quando il diciottenne Davide Santon annulla Cristiano Ronaldo in Champions League e quando un giovane Mesut Özil contribuisce all'eliminazione della mia Udinese dalla Coppa UEFA. Ho iniziato a leggere Calcio2000 e più di una volta leggo che quei due faranno strada.

Gli anni sono diventati praticamente undici quando - mentre scopro che il disegno tecnico non fa per me - vedo la giovane promessa gallese Gareth Bale fare a fette la difesa dell'Inter in un allucinante Inter-Tottenham 4-3. Šime Vrsaljko esordisce invece in Serie A mentre inizio le scuole superiori. Ha sette anni più di me e non sa quanto lo invidio perché invece di squadrare fogli Fabriano può correre sulla fascia a Marassi.
Ora di anni ne ho 23, non tocco una proiezione ortogonale dalla terza superiore, e tutti i calciatori che ho nominato hanno annunciato il loro ritiro.
Puntine
Per un appassionato, il calcio scandisce il ritmo della vita. È parte attiva della nostra esistenza e la plasma, basti pensare a come una partita vinta o persa sia in grado di incidere sulle nostre emozioni, o di come ci rechiamo in luoghi e incontriamo persone con il movente primario del pallone. Ma è anche uno sfondo della "vita vera" che scorre incessante, un riferimento sempre presente, che aiuta a fissare i ricordi, a tenere traccia degli avvenimenti, a ricordarsi dove si era in un determinato momento o che, al contrario, ci fa tornare in mente che partita si giocava mentre succedeva quella determinata cosa, o se la nostra squadra aveva vinto quando abbiamo detto quel sì o quel no.
Gli avvenimenti calcistici sono quindi come delle puntine, con cui segnalare determinati punti e snodi delle nostre vite. Alcune di queste puntine sono luccicanti e bellissime ("Ti ricordi? Era il giorno dopo la finale dell'Europeo"), altre scure come la pece ("Vero, era la sera del rigore di Maicosuel"). Ce ne sono poi alcune che passano inosservate, puntine beige, né brutte, né belle. Sono quelle che segnano l'esordio di un calciatore, il trasferimento di un giocatore che non gioca per la nostra squadra, il ritiro di uno che, dai, nemmeno ci piaceva molto quando giocava. Eventi che lì per lì non hanno nessun impatto concreto su di noi.
Quelle puntine però sono lì, sono fissate. Come sulla stecca di legno inchiodata al muro delle scuole elementari, dove le maestre appendevano i disegni. E quelle puntine continuano a tenere il segno della nostra vita rispetto al calcio. Il tempo delle squadre di calcio è quello della Storia. L'Udinese ha 126 anni, l'Inter 115, il Celtic addirittura 134. Sono lì da più della vita media di una persona e probabilmente saranno ancora lì fra altri cento anni. Il tempo di un calciatore invece è il tempo dell'uomo. Lo stesso nostro, che di mestiere non giochiamo a pallone. Ed è per questo che quelle puntine totalmente insipide a primo impatto, magari le studi, le tocchi, le stacchi dal muro. Poi le stringi troppo e ti infilzano. Ahia.
Momenti di passaggio
La prima puntina che mi ricordo di aver preso in mano e studiato con cura è stato l'esordio di Khouma El Babacar. Un fatto totalmente irrilevante sulla carta per me, dieci anni e un interesse calcistico proiettato principalmente su Udinese e Milan. Però Babacar di anni ne aveva sedici, che erano solo sei più dei miei. Non mi ricordo cosa ho pensato di preciso, ma qualcosa è scattato. Sei anni non sono così tanti. L'età dei calciatori si stava lentamente avvicinando a quella della gente che vedevo a scuola, al campetto, dopo l'allenamento di calcio al pomeriggio.
Il primo vero momento di passaggio, la prima puntina che a tutti fa uscire almeno una goccia di sangue, è quando esordisce un calciatore che è nato dopo di te. La puntina che personalmente ho staccato dal muro è stata quella dell'esordio di Pietro Pellegri in Serie A. Due anni meno di me, esordiva in Serie A subentrando in Torino-Genoa 1-0, mentre io giocavo al sabato pomeriggio negli juniores provinciali. Anche se fa sorridere dirlo ed è una cosa che effettivamente non si pensa consciamente, è il momento in cui il tuo cervello dice: "Ecco, ora è ufficiale che non giocherai in Serie A come pensavi di fare da bambino, perché c'è gente più giovane di te che già lo fa".

Sono tanti in realtà gli avvenimenti calcistici che portano a fare riflessioni di questo tipo. Ti fermi un attimo di più a pensarci quando iniziano a ritirarsi i tuoi idoli di quando eri piccolo, i Kakà, i Torres, gli Inzaghi. Più avanti, resti colpito ogni volta che lascia il calcio qualcuno che è nato dopo di te, o quando lo fanno addirittura i calciatori che hai iniziato ad apprezzare da adulto. In questi mesi sta accadendo per la prima volta per la generazione nata alla fine degli anni '90: iniziano a ritirarsi calciatori che abbiamo visto nascere calcisticamente, spiccare il volo, poi magari cadere e anche rialzarsi. E ciascuno di questi ritiri è come se ci dicesse: "Guardati allo specchio. Non sei più un ragazzino".
La fine della gioventù
Non è la prima generazione a cui succede e non sarà l'ultima. C'è chi si è reso conto di essere ormai grande quando si è ritirato Nordahl, chi lo ha fatto con il ritiro di Rivera, chi lo ha realizzato quando Baggio ha salutato il pubblico per l'ultima volta a San Siro. C'è un particolare, poi, che rende questo processo di consapevolezza particolarmente malinconico, ed è legato al fatto che i primi calciatori a ritirarsi di ciascuna generazione sono sempre quelli che hanno avuto la parabola più malinconica. Quelli che si ritirano giovani, talenti per qualche motivo rimasti inespressi. Nel caso della mia generazione Bale, Özil, Bojan, sono tutti calciatori che si portano dietro una grande aura di malinconia, di "cosa poteva essere", di incompiutezza. Se la consapevolezza della fine della gioventù doveva in ogni caso arrivare, questo è il modo più doloroso.
Da adesso saranno sempre di più quelli che si ritireranno e che la mia generazione ricorderà di aver visto ventenni, con la cresta e una brutta maglia Nike addosso, calcare i campi per le prime volte. Aumenterà la legna che fa ardere la pira di quello che è un vero e proprio rito di passaggio, un momento in cui ti rendi conto di essere cresciuto. Il ritiro di Bojan, quello di Santon, quello di Özil, quello di Vrsaljko, quello di Gareth Bale e tutti i loro esordi. Puntine che hai stretto troppo tra pollice e indice.
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