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Mesut Ozil in campo contro l'Olympiacos nel febbraio 2020

L'amara fine di Mesut Özil


Un racconto personale sul fantasista tedesco, che ha appena annunciato il ritiro.


Non ricordo un giocatore che ho amato e detestato così profondamente come Mesut Özil. E nemmeno un giocatore che mi abbia fatto cambiare opinione con maggiore frequenza: da maestro a lavativo, da elemento indispensabile a pensionato d'oro, da salvatore della patria a zavorra, da incompreso a impostore.

Quando è arrivato all'Arsenal, in una squadra che già aveva in rosa Santi Cazorla, Jack Wilshere, Aaron Ramsey e Tomas Rosicky, ero estasiato all'idea di avere quello che, universalmente, era riconosciuto come il miglior trequartista d'Europa. Figurarsi, poi, vederlo all'opera all'interno dei dettami e della filosofia di gioco di Arsène Wenger, uno che ha sempre saputo tirar fuori il meglio da quel tipo di giocatore e che ha sempre trovato un posto a calciatori superdotati tecnicamente.

Il suo debutto allo Stadium of Light non aveva fatto altro che alimentare quell'entusiasmo: ha impiegato solo undici minuti per confezionare il suo primo assist – la specialità della casa – e avrebbe meritato di chiudere la partita con un paio di passaggi decisivi in più, non fosse stato per la scarsa lucidità di Walcott davanti alla porta.

I primi mesi del tedesco sono stati abbaglianti come alcune delle sue giocate e il coro “You sold Gareth Bale, we got Mesut Özil” indirizzato ai poveri tifosi del Tottenham sembrava dover diventare la colonna sonora ufficiale di un nuovo periodo d’oro per l'Arsenal.

La sua presenza, associata a quella dei giocatori già citati, ma anche di attaccanti come Walcott e Giroud e ulteriormente sublimata dall’acquisto di Alexis Sánchez dal Barcellona, sembrava dover proiettare l’Arsenal nei quartieri altissimi, garantirgli il diritto a lottare per il titolo dopo anni di delusioni. Il suo arrivo era stato visto come la svolta per il club, che per anni aveva dovuto vendere i propri migliori giocatori e scommettere su colpi low-cost per ripianare i debiti contratti con la costruzione dell’Emirates Stadium.

E così è stato, almeno inizialmente. Poi a un certo punto la luna di miele è finita e qualcuno ha iniziato a storcere il naso davanti agli inevitabili momenti negativi di un giocatore universalmente noto tanto per le sue qualità balistiche quanto per il rendimento altalenante. I campanelli d’allarme a dire il vero c'erano fin dall'inizio, ma sono rimasti inascoltati, silenziati dall’amore cieco e dalla totale devozione verso un giocatore che non avrebbe fallito perché, molto prosaicamente, non poteva fallire: se l'Özil dell’Arsenal non avesse reso quanto il re degli assist ammirato a Madrid, allora tutto il progetto della squadra sarebbe stato un fallimento. Per un club il cui record di spesa per un giocatore era di quattordici milioni, quelli investiti per acquistare Andrey Arshavin, i quasi cinquanta versati al Real Madrid erano un segnale di rottura col passato e di rinnovata ambizione – quantomeno economica.

A sua difesa, credo che Mesut Özil sia stato maltrattato e mai veramente capito in Inghilterra, una nazione che, calcisticamente parlando, non ha mai amato gli artisti del pallone come lui sostanzialmente perché troppo delicati. Non può essere un caso che l’Inghilterra abbia prodotto pochissimi trequartisti puri, e che nessuno dei migliori esponenti di quel modo di concepire il ruolo degli ultimi vent’anni – Zidane, Riquelme, Kakà, Ronaldinho, Iniesta, Totti – abbia mai calcato i prati della Premier League.

Per anni sono stato tra coloro che hanno difeso con più veemenza Mesut Özil da chi lo accusava di non correre abbastanza, di avere un body language negativo, di non aiutare la squadra in fase di non possesso. In fondo, criticare il tedesco per il suo apporto in difesa voleva dire capire poco di lui e forse di calcio in generale. Queste critiche, spesso alimentate da sedicenti esperti e commentatori radiofonici caduti in disgrazia, erano pretestuose – nella migliore delle ipotesi – ma servivano perfettamente allo scopo di dipingere Mesut Özil come l’accessorio di lusso di una squadra strutturalmente disfunzionale, il capro espiatorio della decadenza dell'ultimo ciclo Wenger.

Fin dall’inizio si è creato un grosso equivoco attorno al ruolo di Mesut Özil all’Arsenal. Gli è stato chiesto di fare qualcosa di molto diverso di quanto faceva al Real Madrid: se al Bernabeu il tedesco era l’elettrone libero, l’artista, il piccolo mago in una formazione e uno spogliatoio dove i leader tecnici ed emotivi erano altri, a Londra doveva essere lui, il leader. La forza trascinante, la guida della squadra. Le aspettative create attorno a Mesut Özil sono state immediatamente altissime, forse troppo per un giocatore schivo e subconsciamente egocentrico, mai abituato a fare da modello al resto dello spogliatoio. Ad ogni partita sbagliata, ad ogni prestazione scialba, ad ogni assenza “per infortunio”, Mesut Özil veniva immediatamente additato come il ricco calciatore viziato, il lusso che l’Arsenal non poteva permettersi, il granello di sabbia che inceppava tutto l’ingranaggio.

Non c'è stata la stessa regolarità nell'esaltarne i momenti positivi. Nell'elogiare le prestazioni brillanti, le giocate decisive, che pure sono state tante. Nella sua stagione d’esordio, ad esempio, ha chiuso con 13 assist e 7 gol in 40 partite. Negli anni ha dominato da solo alcune partite importanti come il 3-0 in casa contro il Manchester United, il 4-1 contro il Liverpool o, ancora contro il Liverpool, il 3-3 nel 2017, per non parlare di quella che rimane, ad oggi, una delle prestazioni individuali più influenti che io ricordi, ovvero il 3-1 contro il Leicester nel 2019.

Ogni volta che Özil veniva attaccato, in maniera sostanzialmente strumentale e senza tenere conto della totalità delle sue prestazioni, io ero tra quelli che ribattevano snocciolando numeri, statistiche, highlights e ogni possibile prova dell’apporto del tedesco alla squadra e alle sue fortune. Col passare del tempo, tuttavia, questi argomenti perdevano sempre più forza perché i momenti da ricordare si facevano sempre più sporadici e distanti tra loro. Se nella stagione 2015/16 il tedesco è stato il miglior giocatore in una delle migliori squadre del campionato – poi vinto, però, dall’improbabile Leicester di Claudio Ranieri – quelle successive sono diventate una lenta discesa verso la mediocrità, che lo hanno reso sempre più un personaggio controverso e sempre meno un calciatore.

Mesut Özil posa con il presidente turco Erdogan, a cui ha regalato anche una sua maglia
L'incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel 2018 è uno dei momenti più controversi (Foto: Anadolu Agency/Getty Images)

Tra infortuni accertati o presunti, prestazioni sempre più anonime e assenze ingiustificate, di Özil si è cominciato a parlare più per la trattativa di rinnovo – con annesso aumento di stipendio – che per quello che faceva in campo (quando giocava). Così, quando finalmente si è trovato l’accordo per prolungare il contratto fino al 2021, i tifosi si sono divisi. Chi esultava per aver trattenuto un giocatore del suo calibro – dopo aver già perso la qualità di Alexis Sánchez – e chi, invece, reputava ingiustificata e fuori budget l’offerta formulata dal club.

Ciò che è certo e unanimamente riconosciuto è che Özil, da quel momento in poi, ha smesso di provarci. Tralasciando il suo canto del cigno, quel 3-1 contro il Leicester, non ha più lasciato una traccia positiva ma, al contrario, ha influito negativamente sul destino del club e della squadra. Assecondato da quello che, a mio parere, è stato il miglior ufficio stampa che un calciatore possa desiderare, Mesut Özil ha diviso la tifoseria dell’Arsenal al punto da creare all'interno dei Gooners la fazione degli Özilers, se posso chiamarli così: i tifosi che sostenevano che il tedesco fosse vittima degli eventi, vittima di un complotto, vittima delle faide interne. In parte forse avevano ragione: le responsabilità del fallimento – perché così possiamo chiamare la fase finale del suo ciclo a Londra – non sono da imputare unicamente a Mesut Özil. Va riconosciuto, però, che il suo atteggiamento in campo e fuori dal campo ha contribuito a creare e fomentare un’atmosfera sempre più insostenibile, tossica per tutto il club.

Oggi, se ripenso alle tante giocate spettacolari e decisive del tedesco, all’amore incondizionato – a tratti morboso – che gli ha riservato la tifoseria dell’Arsenal, non riesco a spiegarmi come mai sia finita così male, in maniera così ignobile e mortificante. Come siamo passati dal gol al Napoli in Champions League alla facile e amara ironia sulle sue continue assenze dalle trasferte nel nord dell’Inghilterra? Dal contratto faraonico del 2018 alla rescissione consensuale nel 2021? Dalla maglia numero 10 all’esclusione dalle liste ufficiali di Europa League e Premier?

Quando penso a Mesut Özil, da tifoso dell’Arsenal provo rabbia ma è una rabbia diversa da quella che, ad esempio, ha accompagnato la cessione di Robin van Persie al Manchester United. Quella nei confronti di Mesut Özil è una rabbia amara, carica di frustrazione per quello che il tedesco avrebbe potuto fare ma non ha fatto. Un giocatore con le sue qualità tecniche, tattiche e fisiche avrebbe potuto conquistare tutto, diventare il miglior trequartista che la Premier League abbia mai visto, ma non ha voluto farlo. La mia è la rabbia bonaria di chi vede un proprio amico buttare via un talento infinito, e vorrebbe attaccarlo al muro per dirgli di darsi una svegliata.

Mesut Özil mi ha regalato uno dei gol più belli che abbia mai visto. Un gol che è fuori da ogni logica perché incorpora due, tre giocate eccezionali che anche da sole fanno saltare chiunque dalla sedia. Quel gol al Ludogorets resterà per sempre nella memoria collettiva di tutti gli appassionati, tifosi dell’Arsenal e non.

Allo stesso modo, il suo assist per Giroud in occasione di una partita interna contro l’Aston Villa rimarrà uno dei più spettacolari che la Premier League abbia mai visto: per lettura della situazione, improvvisazione ed esecuzione, il suo colpo sarebbe difficile da immaginare forse per il 99% dei giocatori professionisti.

Ecco perché provo amarezza quando ripenso a Mesut Özil. Un giocatore così, pur avendo toccato picchi altissimi tra Werder, Real Madrid, Arsenal e nazionale tedesca, avrebbe dovuto fare molto di più. Özil porterà per sempre dietro di sé l'enigma di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.


  • Classe 1983, parmigiano d'origine, cresce col mito del Milan di Sacchi e col culto di Wenger. Gooner da tanto, troppo tempo.

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