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Carlos Alcaraz solleva il trofeo di Indian Wells.
, 21 Marzo 2023

Alcaraz Re


Il nuovo dominatore del tennis mondiale è tornato vincendo Indian Wells.


Carlos Alcaraz ha gli occhi piccoli e concentrati. Se non fosse per i capelli più lunghi e arruffati, ci potrebbe sembrare ancora il ragazzino che un paio di anni fa girava per il circuito con la promessa di prendersi tutto. A settembre 2022 aveva vinto il suo primo Slam, in finale dello US Open contro Ruud, e a 19 anni era diventato numero uno del mondo. Il tennis di Alcaraz era già quasi perfetto, colmo di una brutalità inarrestabile. I suoi colpi affossavano la pallina con l'urgenza del dominio, come se ogni nuova partita alimentasse la sua sete di sangue. Alcaraz in campo come su un ring. Solitario, «nudo» come ha scritto Andre Agassi, trepidante di una violenza annunciata.

Poi era arrivato l'infortunio al muscolo semimembranoso della gamba destra e la rinuncia a un Australian Open stranissimo, in cui nella sua solita sfilata da villain Novak Djokovic si era ripreso il titolo di numero uno.

Il tennis come il tempo vola e qualcuno iniziava a chiedersi come sarebbe tornato Alcaraz. E al di là del successo a Buenos Aires – in cui in finale ha battuto Norrie –, è stato Indian Wells a ricordarci come gioca il tennista più imperante al mondo. Un giocatore di neanche vent'anni che sembra ripudiare qualsiasi futuro alle porte per mangiarsi il presente. «Non sono sorpreso» aveva detto Alcaraz durante la settimana in California. «Sono uno studente attento, prendo esempio dal modo in cui Djokovic e Nadal hanno reagito in passato dopo gli infortuni».

In finale Alcaraz ha concesso solo cinque game al fantasma di Daniil Medvedev. Non solo: ogni volta che quello provava a usare le proprie armi – il servizio martellante, la varietà di colpi inestricabili, l'intelligenza tattica unica a suo modo – si ritrovava di fronte un punto perso in partenza. Alcaraz spezzava la pallina con dritti brutali, sostenuto da gambe ancora più potenti e veloci, come se avesse passato un mese e mezzo nella stanza dello spirito e del tempo più che in fisioterapia.

Lo scambio-fotografia della partita, in particolare, è avvenuto sul 30-0 per Medvedev col russo al servizio, nel momento in cui Alcaraz comandava già i giochi per 3-0.

Medvedev gioca un servizio esterno aggressivo. È una palla difficile da leggere e prende Alcaraz in controtempo; lo spagnolo è costretto a giocare un timido lob che cade a metà campo. A quel punto Medvedev può spingere un vincente in diagonale, che atterra a pochi centimetri dalla racchetta avversaria. Alcaraz passa Medvedev vicino all'incrocio delle righe con un colpo dalla meccanica subdola, mentre il suo corpo arretrava.

In alternativa possiamo prendere il punto che Alcaraz vince sul 3-1 30-15. Cercando di restituire, cioè, la la facilità disarmante con cui si libera della risposta compatta di Medvedev, attaccandolo dal lato del dritto e chiudendo il punto con lo smash. Avrà anche lo sguardo da ragazzino, l'unico tratto che tradisce i suoi 19 anni, ma è difficile dire se e quando abbiamo visto un tennista completo come Carlos Alcaraz alla sua età.

Per tutta la partita è stato questo. Un Medvedev opaco, certo, coronamento di un anno frustrante. E dall'altra parte Alcaraz che vinceva punti eccezionali senza versare una goccia di sudore. Quella di Alcaraz non è stata una superiorità aristocratica, il tennis giocato in doppiopetto o in golf della Golden Age di Roger Federer. Piuttosto un dominio efferato per la cattiveria con cui Alcaraz vinceva i punti più importanti – ha terminato con 14 vincenti contro 21 errori non forzati di Medvedev – con regalità e autoritarismo. Alcaraz è l'unico tennista al mondo capace di esultare a ogni punto vinto, una rarità per gli sport a punteggio alto come il tennis.

Nessuno come lui trasforma la partita in una guerra solitaria con l'avversario. In campo Carlos Alcaraz diventa un gladiatore nell'arena, in cui tutto passa sullo sfondo: il pubblico, l'arbitro, i coach. L'unico obiettivo è attaccare l'avversario, non lasciargli il tempo di respirare e poi stritolarlo con i suoi colpi migliori.

Le sue gambe brevi e toniche si muovevano a un'altra velocità rispetto a quella di Medvedev e questo gli è bastato. Nel primo set ha comandato più volte lo scambio per poi concludere a rete (6 punti su 8 vinti) o giocato la palla corta per spezzare il ritmo di Medvedev. «Mi attendevo una partita più dura. Ma possiamo dire che ho giocato in maniera perfetta» ha detto Alcaraz in conferenza stampa dopo la finale, in cui ha vinto 12 punti in risposta e ha costretto Medvedev al 33% sulla seconda.

Qualcuno ha già invocato all'assenza di Djokovic da Indian Wells, e iniziato a gettare una vaga ombra sui successi di Alcaraz – visto che anche lo US Open vinto dallo spagnolo a settembre era orfano di Nole. Eppure non possiamo trascurare la sfrontatezza con cui Alcaraz ha battuto i due tennisti più in forma del momento. Oltre a Medvedev in finale, reduce da tre tornei vinti consecutivamente tra febbraio e marzo (Rotterdam - Doha - Dubai), in semifinale c'era stato infatti un altro remake del classico della gioventù contro Jannik Sinner. E anche stavolta Sinner si è rivelato come una delle rare kryptoniti possibili per il tennis efferato di Alcaraz, portandolo a soffrire soprattutto verso la fine del primo set.

Il canovaccio era scontato. Sinner rincorreva da fondo, con i piedi ancorati alla riga, dando fiato a tutto il suo tennis reattivo contro gli attacchi di Alcaraz. A volte, però, il tempismo e la scioltezza con cui lo spagnolo si appoggiava sulla diagonale del rovescio sembrava troppo anche per Sinner, troppo falloso al servizio e un po' sfortunato con i nastri. I piedi di Alcaraz danzavano sul cemento come se si trovasse su un altro piano astrale e fosse costretto all'immanenza della materialità attraverso il tennis.

C'è un motivo se le sfide tra Alcaraz e Sinner hanno già assunto i contorni della rivalità. Fino alla semifinale a Indian Wells Alcaraz aveva un vantaggio minimo (3-2) ne anche stavolta ci hanno mostrato il contrasto dei loro stili. Sul 5 pari, ad esempio, Sinner recupera una risposta aggressiva di Alcaraz con un gancio al volo. Alcaraz si specchia con una palla corta inefficace, che cade ben oltre la rete e permette a Sinner di chiudere il punto del vantaggio con un rovescio lungolinea solido.

Alla fine della partita Sinner ha subito l'acerbità cronica al servizio, e ha concluso con un 53% di prime su cui lo spagnolo nel secondo set ha appoggiato la violenza del suo tennis, vincendo tutti i punti decisivi.

Domenica sera Alcaraz si è ripreso il titolo di numero uno del mondo, e ha vinto il suo secondo torneo 1000. «Non penso di essere migliorato così tanto dallo scorso anno. Quello che ho migliorato molto è il non subire la pressione, giocare in maniera rilassata». Così, portando gli avversari a subire la partita come un girone dell'Inferno mentre per lui è una passeggiata estiva in montagna, Carlos Alcaraz sta protraendo il suo dominio sul tennis con la continuità dei più grandi. Avevamo sbagliato previsione, però. Noi pensavamo che il futuro sarebbe stato suo, mentre Alcaraz si sta divorando già tutto il presente.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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