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4 min

- di Andrea Ebana

Considerazioni sparse post Torino-Napoli (0-4)


Strapotere Napoli, a passeggio su un Torino che ci ha pure provato.


- Il Napoli passeggia all’Olimpico, ma non sui resti del Torino: il 4-0 esterno non deve trarre in inganno, perché se da un lato certifica una netta supremazia dei partenopei, dall’altro è molto severo rispetto alla prestazione del Torino che ci ha provato per tutti i 90’ senza metter mai la testa sotto la sabbia, ma paga inevitabilmente alcune sbavature che questo avversario non perdona. Juric non prova a metter pullman davanti alla porta né a limitare i danni: scelta rischiosa, che infatti costa due gol per tempo e un poker difficile da mandare giù, ma figlia di una prestazione sontuosa, l’ennesima, dei ragazzi di Spalletti. Il fatto che in una partita non a senso unico il Napoli riesca a vincer 4-0 in trasferta dà l’idea dello strapotere della squadra partenopea, oramai meritatamente indirizzata verso uno scudetto che, ad ogni giornata, appare più meritato;

- Al 34’ siamo 6 tiri in porta a 5 per il Torino: il Napoli però è sopra 1-0 e sta per calciare, e segnare, il rigore del 2-0. I numeri rammentavano quanto la sfida fosse aperta, ma poi la differenza l'ha fatta la sperequazione qualitativa tra le manovre offensive: il Torino è una squadra che sa produrre occasioni anche contro questo tipo di avversari, ma è spesso fumoso e poco concreto sottoporta, mentre la Spalletti Band ha così tante frecce nel proprio arco che deve solo scegliere quale estrarre dalla sua faretra. Oggi ad esempio, ha usato per sbloccarla una delle tante specialità della casa: la palla inattiva, su cui è semplicemente spaziale, sfruttando pure il fatto che il Torino è invece disastroso (Juric un giorno spiegherà perché punta fermamente sull’uomo contro uomo, ma sui corner marca a zona?). Per consolidarla invece ha estratto l’invenzione individuale, l’azione corale per chiuderla, ed infine, per suggellarla, ha usato il recupero da pressione altissima. Il Torino ha insistito parecchio, preso un palo che grida vendetta, esercitato una pressione costante, scaldato più volte i guantoni di Meret: ma la poca qualità delle sue giocate, in un modo o nell’altro, è stata decisiva;

- Detto che le manovre sono state entrambe pregevoli, e che la qualità dei singoli ha fatto la differenza, parliamone di questi singoli. Dal lato Napoli, gli osanna per Osimhen e Kvarashkelia non saranno mai abbastanza, sebbene i due giochino partite profondamente diverse: il nigeriano sembra un supereroe, l’elevazione sul primo gol e il rapporto occasioni/realizzazioni è da extraterrestre, mentre il georgiano parte lento, ma poi mette la firma sulla gara con la sua elegante penna stilografica grazie al rigore battuto con freddezza e un tacco che propizia delizioso il terzo gol. Oltre a questo, vogliamo continuare ad esser noiosi elogiando Lobotka e asserendo che Kim è un muro invalicabile, ma sappiamo di dire nient’altro che la verità, a maggior ragione dopo due gare in una settimana di questo calibro (anche con l'Eintracht pressochè perfetti). Nel Torino, la nota stonata viene da centrocampo, dove Linetty è disastrosamente decisivo in negativo e Ricci ancora sottotono dopo l’infortunio. La nota lieta invece è il rientro di Vlasic, che dopo un mese di assenza mostra con pochi tocchi la sua caratura superiore al resto della rosa: quando tornerà in condizione, potrà tornar ad essere l’uomo in più dei granata. Infine, i portieri: chi aveva dubbi su Meret si sarà messo il cuore in pace, perchè pure oggi è stato decisivo nel primo tempo, mentre chi li aveva su Milinkovic non li può fugare, perchè anche oggi il serbo non è esente da sbavature;

- Il Torino non gioca nemmeno una brutta partita, ma troppo spesso è impreciso ed ingenuo, ed è abbastanza per uscir coi lividi contro questo Napoli. Impreciso sia davanti, perché riesce a guadagnare il fondo ma spreca più volte, sia a centrocampo, dove i passaggi orizzontali sono spesso preda del pressing partenopeo già dai primi minuti. Ingenuo, perché questo giocarsela uomo su uomo, contro il Napoli significa esporsi alle furie degli ospiti tutte le volte che superano la prima linea di passaggio: e soprattutto, perché un intervento come quello dello sciagurato Linetty, che regala il rigore del 0-2 è di fatto il sipario sulle possibilità di rimonta. In questo risultato bugiardo non mancano comunque le note positive: il Torino ha fatto comunque la prestazione come e più di altre volte, ed è stato condannato più dalla forza dell’avversario e dagli episodi che dalle sue malefatte. I sogni d’Europa, per mille ragioni, probabilmente resteranno tali, ma quella dei granata resta una classifica (ed una stagione) più che dignitosa, con la sensazione di aver costruito, nel biennio di Juric, una identità che entra in campo anche con avversari come questo Napoli.

- Se dovessimo cercare ancora una metafora per il Napoli, potremmo dire (e grazie alla chat di redazione per la suggestione) che è un perfetto coltellino svizzero: i partenopei sono in grado di trovare ogni volta il modo giusto di aprire e scardinare le partite, ma questo deriva dall’essersi costruiti nel corso della stagione una grande gamma di soluzioni offensive a disposizione. Spalletti ha messo a punto un sistema sicuramente molto definito in non possesso, dove il pressing è feroce ed ordinato allo stesso tempo, ma anche e soprattutto molto “open” in fase di possesso, perché al suo interno lascia libertà di esprimersi al talento dei singoli. E allora una volta il gol arriva da palla inattiva, una volta da invenzione individuale, una volta dallo strapotere fisico, una volta da una combinazione nello stretto, una volta in ripartenza, una volta da costruzione dal basso: ma quasi mai allo stesso modo, perché il sistema è cornice e non opera, ed i calciatori non sono pedine ma artisti che quell’opera devon disegnarla. A giudicare dai risultati, siamo di fronte ad un capolavoro che gli studiosi dell’arte sportiva dovranno studiare.

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Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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