
Haaland è fatto di numeri
Nessuno sembra programmato da un algoritmo più di lui.
Questa stagione calcistica ha un leitmotiv: ogni tot di tempo Erling Haaland straccia qualche record e ci costringe a parlare di lui. I nostri social si riempiono di tabelle con le sue statistiche assurde, numeri su numeri che restituiscono una dimensione tangibile alla sua eccezionalità.
Ieri sera è successo di nuovo. Haaland ha segnato 5 gol nel 7-0 con cui il Manchester City ha annientato il Lipsia, e naturalmente ha rotto diversi record. A partire da quello dei 5 gol segnati in una singola partita di Champions League, che pur non essendo un record di quantità (Lionel Messi e Luiz Adriano l’hanno raggiunto prima di lui), lo è di precocità: rispetto agli altri due Haaland ci ha impiegato meno tempo biologico (22 anni, contro i 24 di Messi e i 27 di L. Adriano) e meno partite (25 partite in Champions, contro le 37 di L. Adriano e le 63 di Messi). Non solo: con i gol di ieri Haaland è diventato il giocatore più precoce a raggiungere i 30 gol in Champions League, battendo con i suoi 22 anni e 236 giorni il precedente record di Mbappé di 22 anni e 252 giorni (va detto, inoltre, che Mbappé ha impiegato il doppio delle partite di Haaland per segnare 30 gol). Il quinto gol di Haaland della serata è stato anche il suo 39° stagionale, e naturalmente anche questo è un record: nessuno aveva mai superato il record di 38 gol stagionali per il City fissato da Tommy Johnston nel 1928/29.
Come detto, non è la prima volta che Haaland costringe a prendere in mano la calcolatrice e rivedere vecchi record. Il 28 dicembre, con la doppietta al Leeds alla prima partita di campionato dopo la sosta per il Mondiale, era diventato il più veloce della storia a segnare 20 gol in Premier League: gli sono bastate 14 partite per raggiungere quella soglia, mentre ai suoi più immediati inseguitori Kevin Phillips, Andrew Cole, Ruud van Nistelrooy e Diego Costa ne sono servite almeno 21. A ottobre forse il record più assurdo di Haaland, quando con la tripletta al Manchester United è diventato il più veloce a segnare tre triplette in Premier. In quel caso le tabelle comparative con gli altri grandi cannonieri erano assurdamente impietose: a Owen, van Nistelrooy, Andrew Cole, Suarez era servita una media di 60 partite per realizzare tre triplette (dalle 48 di Owen alle 71 di Suarez); a Erling Braut Haaland sono bastate 8 partite.
Se davanti a questo effluvio di numeri state provando un senso di nausea, o anche solo di noia, probabilmente avete ragione, ma il punto è che è diventato impossibile raccontare l’eccezionalità dell’inizio di carriera di Haaland senza parlare di quanto i suoi numeri siano assurdi. Haaland sembra più di un giocatore destinato a rompere i numeri del calcio, come si dice ormai da diverso tempo. Haaland sembra egli stesso fatto della stessa sostanza dei numeri. Un giocatore il cui senso del gol – l’abilità cioè di leggere lo sviluppo del gioco e di posizionarsi nel modo giusto per segnare – pare obbedire a un algoritmo programmato fuori dal suo corpo, più che a un intuito originato dentro. Come se i movimenti di Haaland non fossero il frutto di una sensazione – conscia o inconscia che sia – ma la mera esecuzione di una stringa di codice binario che gli prescrive di collocarsi a una determinata coordinata spaziale in una determinata coordinata temporale.
Prendiamo per esempio proprio i gol segnati al Lipsia. A parte il primo gol su rigore, Haaland segna gli altri quattro ribattendo in rete respinte precedenti, arrivando per primo su palloni vaganti in area. Dopo il secondo gol, in cui De Bruyne prende la traversa e Haaland è il più veloce a piombare sul rimpallo, il telecronista di Sky dice che Haaland è “Sempre acceso, il più reattivo di tutti”. Nel terzo gol Haaland non tira nemmeno: è Haidara che gli calcia addosso, cercando di spazzare un pallone che sta rimbalzando sulla linea dopo il palo colpito da Rùben Dias. Sono gol “minimali” potremmo dire, in cui Haaland non deve nemmeno faticare a tirare: la sua parte sta tutta nello smarcamento e nel trovarsi puntuale all’appuntamento col pallone. Questa esattezza di tempo e spazio non sembra definita da un algoritmo? Non ricorda la precisione di un macchinario che infila i tappi nelle bottiglie che scorrono su un nastro trasportatore?
Il 25 febbraio contro il Bournemouth Haaland ha segnato un altro gol simile a questi, ribattendo da dentro l’area piccola un tocco in orizzontale di Foden. È un gol a metà tra la categoria “tap-in” e la categoria “tiro di prima su passaggio della morte” di cui Haaland è il massimo esperto mondiale. Appartiene a quest’ultima categoria il gol segnato a febbraio contro l’Arsenal, in cui Haaland raccoglie e ribatte in porta un traversone basso e arretrato di De Bruyne. Di gol così Haaland ne ha segnati a decine: contro il Copenhagen in Champions, girando di destro un tiro-cross da destra di Cancelo; contro il Southampton, ancora ribattendo in rete dal cuore dell’area un cross teso e arretrato di Cancelo, stavolta proveniente da sinistra; in due dei tre gol segnati contro lo United a ottobre, uno andando incontro al solito cross arretrato dalla fascia, l’altro impattando in spaccata un cross dalla trequarti di De Bruyne – uno di quei palloni diagonali di De Bruyne, forti e tesi, che più che aggirare la difesa come un boomerang la squarciano come Lucio Fontana squarciava le sue tele. E potrei andare avanti all’infinito elencando gol di Haaland segnati in questo modo, gol che più che capolavori di conclusione sono capolavori di tempismo e posizionamento.
È evidente che molti gol di questo tipo scaturiscono da azioni fatte nel classico stile del City di Guardiola, che negli anni ha affinato l’arma letale di questi passaggi orizzontali che ammazzano le difese. Palloni che mettono gli attaccanti nelle condizioni di tirare a un metro dalla porta, e che già in passato hanno reso un attaccante come Sterling, generalmente considerato sprecone, un finalizzatore spietato. Haaland, va detto, non è solo un cannoniere brutale, incapace a giocare con la palla: le sue letture offensive e la capacità di associarsi ai compagni sono più raffinate di quanto gli riconosciamo, come già notato da Emanuele Atturo su Ultimo Uomo. Ma è altrettanto vero che non c’è giocatore al mondo migliore di lui nell’arrivare puntuale sui passaggi che De Bruyne, Cancelo, Mahrez e gli altri mettono dentro l’area. Nessuno più di Haaland, cioè, poteva portare l’efficacia già alta del City negli ultimi metri a un livello di infallibilità quasi meccanica.
La ripetitività con cui Haaland segna questi golletti tutti uguali, usando il corpo come un materassino di gomma che ribatte in porta i sassi lanciati dai compagni, sembra uscita da un videogioco. Come se il City sfruttasse un bug nel codice di Fifa per costruire azioni tutte uguali contro cui l’avversario non ha strumenti. Nessun calciatore ricorda un avatar di Fifa quanto Haaland, preciso e perfetto in campo quanto imprigionato nei movimenti prescritti dall’intelligenza artificiale. Certamente non Messi, la cui enorme creatività reinventa in ogni momento la realtà intorno a sé; e nemmeno CR7, che pure è il calciatore che più ha bramato di sopprimere la dimensione umana per diventare algoritmo. Haaland sembra appartenere a un’epoca nuova del calcio perché è valutabile solo numericamente. È il massimo esponente – anche più di Mbappé – dell'era calcistica attuale post-romantica, ovvero cominciata dopo il tramonto dell'età "romantica" in cui si potevano ancora analizzare i fuoriclasse in termini qualitativi. Haaland ha eroso ogni possibile discorso sulla qualità, l’unica lettura possibile del suo calcio è quella quantitativa.
Un esempio di video in cui Haaland si muove come un avatar di FIFA.
Haaland sembra fatto di pixel. I suoi movimenti procedono a scatti, si inceppano – seppure impercettibilmente – tra un frame e l’altro. Soprattutto, ciò che rende Haaland un essere apparentemente meccanico è la precisione ripetitiva (noiosa?) con cui continua a materializzarsi sui palloni che solcano l’area in orizzontale. Palloni su cui il gol di Haaland accade ineluttabile, come un processo elettronico che si realizza perché lo prescrive il codice che l’ha programmato.
Haaland nel contesto altamente funzionale del Manchester City sembra non avere limiti; in ogni partita può segnare ancora, arrivando per primo su tiri a dieci centimetri dalla riga e perpetuando l’efficacia diabolica dei “gol alla Guardiola”. Uno scenario davanti a cui si sono già aperte petizioni che chiedono di bannare Haaland: “È il momento per noi persone di agire. Questo robot non dovrebbe essere autorizzato a giocare”.
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