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Ange Capuozzo esulta con la bandiera italiana
, 11 Marzo 2023

L'Italia del Rugby è ripartita dalle basi


Puntando sui giovani, il CT Crowley sta costruendo qualcosa di importante.


26 settembre 2015, Rugby World Cup. L’Italrugby sta affrontando il Canada, si gioca a Elland Road. Al 15° l’Italia calcia un drop di ripresa del gioco, la palla arriva all’ala van der Merwe che elude l’intervento di Giamba Venditti con un frontino e si invola in totale serenità o quasi fino all’area di meta. La prestazione difensiva italiana è imbarazzante: sembrano più attori di uno slapstick che non una squadra di rugby. La partita, che in teoria doveva essere una passeggiata, si trasforma in uno psicodramma: gli azzurri alla fine la vincono 23-18 ma la prestazione è forse la peggiore del recente rugby italiano.

A fine partita i commenti sono feroci, l’allora C.T. azzurro Brunel finisce sulla graticola. Tornano in auge le voci di una guerra tra lui e i senatori del gruppo, una costante nel rapporto tra gli azzurri e il commissario tecnico. Dalle stesse forche caudine sono passati anche Coste, Berbizier e Mallett. Nessuno si curò di quel Canada: aveva qualche giocatore di spessore, come Jamie Cudmore, ma restava una squadra modesta. Eppure quella prestazione non fu casuale e oggi capiamo il perché: l’allenatore di quel Canada si chiamava Kieran Crowley e oggi siede sulla panchina azzurra. Raccontare le speranze e le prospettive dell’Italrugby di oggi significa partire dal suo lavoro, iniziato qualche anno fa.

Un laboratorio chiamato Benetton Treviso

Il tecnico neozelandese arriva in Italia nell’estate 2016, assunto dalla Benetton Treviso. I bianco-verdi sono al momento peggiore della loro storia nel Pro14, l’anno prima erano stati superati in classifica pure dalle Zebre, che da sempre indossano la maglia nera del torneo. Il clima alla Ghirada è talmente cupo che in città si parla perfino di un possibile disimpegno della famiglia Benetton. Nel giro di tre anni Crowley porta Treviso a un passo dalla semifinale per il titolo, sfiorata facendo tremare il Munster a Thomond Park con una prestazione di altissimo livello.

La gestione Crowley, oltre a mostrare un gioco arioso, si basa su un presupposto che fino a quel momento non aveva dato i frutti sperati. Da alcuni anni la FIR aveva messo in piedi un sistema di accademie federali, nelle quali formare i talenti che poi si sarebbero dovuti affermare nel rugby seniores. Fino a quel momento in pochissimi erano riusciti a fare il salto di qualità. Crowley guarda le squadre giovanili, si accorge subito del potenziale e costruisce una collaborazione importante con lo staff tecnico dell’Under 20, composto allora da Fabio Roselli (attuale tecnico delle Zebre), Andrea Moretti e Massimo Lombardo. Questi ultimi, allenatore degli avanti e match analyst, oggi lavorano fianco a fianco con Crowley.

I primi giocatori che Crowley accoglie dalle accademie sono, tra gli altri, Riccioni, Lamaro e Niccolò Cannone. Su di loro costruisce l’ossatura della squadra, integrandola con veterani come Sgarbi e Zanni e i colpi dal mercato estero Ioane e Halafihi. Sono le annate 1997-1998: è un gruppo di talento, cresciuto con principi nuovi di gioco e la voglia di combinare la freschezza atletica con un gioco dinamico e moderno. I risultati si vedono subito, la svolta è netta e solo la pandemia rallenta il percorso di crescita fino all’anomalo 2021 in cui Treviso sbaglia tutto in campionato ma vince la Rainbow Cup, il primo trofeo internazionale della sua storia.

Una nuova Italia

I risultati ottenuti con Treviso convincono la Federazione in quello stesso anno a spostare Crowley verso la nazionale, anch’essa da ricostruire. L’impronta è subito chiara: integrare quanto fatto nella Marca con gli ultimi talenti delle accademie, quelli col 2 come prima cifra dell’anno di nascita. Parliamo di una generazione dorata del rugby italiano che già oggi è al centro del progetto tecnico. La lista è lunga: la mediana titolare Varney-Garbisi; giocatori di rotazione come Favretto, Menoncello e Zuliani; Lorenzo Cannone che sta ereditando la maglia numero 8 che fu di Parisse. Altri sono assenti per infortunio, come Lucchesi e Marin. Altri ancora ne arriveranno da qui ai prossimi due-tre anni, come i ragazzi dell’attuale Under 20 che sta ben figurando nonostante le sconfitte di misura.

Il nome da copertina è quello di Ange Capuozzo, italo-francese scoperto da Roselli e Moretti durante un’amichevole tra l’Under 20 di allora e gli espoirs del Grenoble, dove Capuozzo giocava senza troppa convinzione. Il suo impatto con la maglia azzurra è esplosivo: due mete all’esordio, sua la cavalcata incredibile che ha dato all’Italia la prima vittoria al Sei Nazioni dopo sette anni, sue le mete che hanno permesso di battere l’Australia per la prima volta nella storia. Ha una rapidità di gambe e di cervello che ricordano quelle di un mito del rugby azzurro, il compianto Ivan Francescato, ma da sole non bastano.

Qui interviene il lavoro del tecnico: l’Italia di Crowley è una squadra imprevedibile palla in mano, in grado sempre di creare pericoli per le avversarie. Si è visto sabato scorso, contro un’Irlanda che finora sta dominando il torneo ma contro gli azzurri ha sofferto, rischiato grosso a un certo punto e solo nel finale ha trovato il guizzo decisivo.

Ora il Galles, poi il Mondiale

Questo pomeriggio all’Olimpico arriva il Galles che vive il momento peggiore della sua storia ovale: la crisi economica del movimento è tale che solo un intervento di Gatland, richiamato al capezzale da una federazione allo sbando, ha fermato i giocatori dal loro intento di non scendere in campo contro l’Inghilterra. I dragoni hanno perso 10-20, dopo 80 minuti giocati sul piano dell’orgoglio, ma restano la squadra più debole. Scheletrica nell’organizzazione offensiva e senza quella ferocia difensiva che ha permesso al Galles di dominare il periodo 2008-2019, raggiungendo risultati che non si vedevano dai gloriosi anni ‘70. Chiuderà la difficile trasferta a Murrayfield contro la Scozia, sempre trascinata da Finn Russell.

La Nazionale italiana di rugby canta l'inno prima di una partita
L'Italia non è più la vittima sacrificale del Sei Nazioni. (Inpho)

Finora l’Italia, per la prima volta dal suo ingresso nel Sei Nazioni, sta dimostrando di non essere più la Cenerentola del torneo, capace solo di exploit casuali, ma una squadra competitiva in grado di giocarsela alla pari con tutte, nonché di arrivare pronta al Mondiale che inizia il prossimo 8 settembre. Le possibilità di passare il turno sono oggettivamente poche, a causa della presenza nel girone della Francia, padrona di casa, e degli All Blacks. Ciò che resta è il percorso intrapreso da un anno a questa parte: con il gioco di Crowley e la rosa più giovane del Sei Nazioni il potenziale per costruire un ciclo c’è tutto.


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