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3 min

- di Andrea Ebana

Considerazioni sparse post Torino-Bologna (1-0)


Il Torino si riscopre indiavolato e stoppa il "magic moment" del Bologna.


- Nel monday-night va in scena la sfida tra le due squadre più wannabe del campionato: per organico e per gioco sono spesso etichettate come sorprese, ma nessuna delle due si è ancora consacrata. A separarli, al fischio d’inizio, ci sono 4 punti, con i felsinei pienamente dentro alla zona Europa ed i granata con qualche rimpianto di troppo ed un trend più negativo nei risultati che nelle prestazioni: alla fine, il punto di separazione rimarrà solo uno, perché a vincerla di misura sarà proprio l’undici di Juric, con un 1-0 siglato dal "solito" Karamoh e legittimato da una prestazione superiore, soprattutto nel primo tempo, a quella degli ospiti;

- Il Torino si presenta alla sfida con la tendenza ad esser poco concreto e tante defezioni importanti: oltre ai lungodegenti ma pesanti Lazaro e Pellegri, mancano Ricci e Vlasic, probabilmente i due giocatori più abili tecnicamente del roster granata. Forse per questo, i granata tornano nella loro versione satanista, lasciano a casa i violini e si dedicano a 90’ di metallo pesante con cui non fanno respirare il Bologna. Si è rivisto il Torino "prima maniera" di Juric, con meno qualità e più gegenpressing, con i primi 45’ da assatanati e il secondo tempo a rifiatare: in uno spartito così, emergono la lena di un commovente Linetty, la disciplina di Rodriguez e la generosità di Sanabria, tre fedeli soldati del tecnico croato, che nel finale tende perfino la mano a Radonjic dopo gli screzi del derby rimettendolo in campo con il risultato da difendere;

- Il Bologna di Thiago Motta arrivava a Torino con un passo stratosferico: se si esaminano le ultime 7, i felsinei erano secondi solo al Napoli di Spalletti. Nel primo tempo però i rossoblù sono letteralmente irriconoscibili, surclassati dall’agonismo granata e disastrosi nei duelli individuali, con un Sosa in particolare difficoltà, un centrocampo in apnea e Barrow decisamente troppo leggero per tenere botta davanti. Nel secondo tempo i felsinei alzano i giri del motore e piantano le tende nella metà campo granata e con l’ingresso di Zirkzee sembrano manovrare con più verve, alla ricerca di un abitudinario gol in zona Cesarini che stavolta non arriva: uno stop inatteso in un periodo decisamente positivo;

- Ci si aspettava una sfida al binario 7: da una parte Orsolini, l’italiano che ha segnato di più in questo campionato, che sta vivendo uno stato di grazia, e dall’altra Karamoh, rivelazione dell’ultimo tratto di stagione tra le fila granata. E’ proprio quest’ultimo a confermare il magic moment, con il gol delizioso che decide la gara liberandosi con un fulmineo sinistro-destro-sinistro tra le maglie ospiti in area: da acquisto dell’ultimo minuto, l’ex parmense sta diventando un fattore per questo Torino, con 3 gol nelle ultime prestazioni e le “coccole” di Juric. Orsolini perde la sfida diretta, avrebbe due occasioni che non sfrutta, pur mostrando in diverse giocate che è in un buon momento: stasera però le sue polvere restano bagnate;

- La gara era anche una sfida tra due allenatori molto chiacchierati, anche in virtù della buona stagione delle loro squadre. Juric è un tecnico che ha dato un’identità forte al Torino, pur con i tanti limiti legati alla rosa ed alla sua rigidità tattica, mentre Thiago Motta ha cambiato veramente la marcia ai rossoblù e sta emergendo dopo la buona salvezza ottenuta con lo Spezia. Pur di fronte a due tecnici che partono da simili e gasperiniani principi, l’avvenire dei due sembrerebbe differente: Juric pare dare il suo meglio proprio nelle situazioni in cui il suo integralismo può esprimersi al massimo, mentre Motta sembra aver una flessibilità maggiore e quel pedigree da campione che già da giocatore lo faceva sembrare un predestinato alla panchina. Si trovano oggi ad un punto di distanza, con l’Europa alle porte: vediamo se uno dei due, e chi dei due, saprà concretizzare le velleità e dare una dimensione effettiva a queste due squadre “wannabe”;

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Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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