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Illustrazione di Angel Di Maria
, 28 Febbraio 2023

Gli ultimi lampi di Di María


Contro il Nantes una delle ultime apparizioni del suo talento.


In virtù di quello che somiglia a uno strano e antico incantesimo, lo Stade de la Beaujoire di Nantes sembra predestinato a ospitare solo momenti sportivi eccezionali. Il 16 giugno 1984 Michel Platini ha inaugurato lo stadio con una tripletta al Belgio nel girone di Euro ’84. Nel 5-0 finale, a dire il vero, sono Tigana e Giresse i demoni che correndo da tutte le parti seminano il panico nella confusa difesa belga: Platini è sistemato al centro della trequarti e sembra non avere alcuna intenzione di faticare. Si limita a passare il pallone in verticale ai compagni che assaltano lo spazio, a fare da contrappunto al possesso della squadra, regolando il ritmo e la direzione delle azioni.

Il primo gol che segna, dopo soli 5’, è il manifesto della sua superiorità sul contesto: Platini subisce un fallo ai 30 metri – resta a terra per un tempo esagerato per essere uno dei primi palloni toccati, in una posa che sembra più scocciata per il doversi mescolare con persone non all’altezza che dolorante per il fallo. Platini batte la punizione corta – non ha proprio voglia di impegnarsi –, Tigana spara una sassata che centra la traversa e solo allora Platini è costretto a intervenire per ovviare all’incapacità dei suoi compagni, catturando la respinta della traversa e pensandoci lui a mettere in rete. Nonostante tenti di reprimerla, quasi per pudore, la sua superiorità sul contesto è così grande da fuoriuscire ugualmente. Nel secondo tempo segna su rigore con un tiro scazzatissimo e centralissimo, e poi un altro gol girando di testa nel cuore dell’area un cross dalla destra.

Il 3 luglio 1998 a Nantes si gioca Brasile-Danimarca. In quello che è uno dei quarti di finale più iconici di Francia ’98, Michael Laudrup gioca l’ultima partita della sua carriera. «Anche una delle migliori. Se non la migliore in assoluto», dirà al fischio finale. La sua partita è ricca di cose pulite e poco appariscenti: tocchi elegantissimi di esterno destro, pallonetti leggeri che si alzano e si abbassano sui piedi dei compagni come palloncini sgonfi, piccole distribuzioni del possesso. La partita da enganche giocata da Platini 14 anni prima, ma senza l’exploit roboante dei tre gol.

Le cose più vistose in Brasile-Danimarca le fa l’altro 10 in campo, Rivaldo, che segna prima con un pallonetto dolcissimo su Schmeichel e poi con un diagonale da fuori rasoterra e angolatissimo che fissa il risultato sul 3-2 finale. C’è un Laudrup che entra nel tabellino ma non è Michael bensì Brian, suo fratello. Brian Laudrup al 2’ serve l’assist per il vantaggio di Jorgensen, e al 50’ segna il momentaneo 2-2 con un tiro fortissimo da dentro l’area. Dopo il gol si lascia scivolare sul prato, si sdraia sul fianco sinistro con la mano che regge la testa e l’espressione seria. La stessa esultanza di Michel Platini dopo il gol annullato nell’Intercontinentale 1985.

Se fossimo appassionati di pensiero magico diremmo che c’è un disegno dietro quella rievocazione di Platini nello stadio di Nantes, nella partita di commiato di uno dei più grandi enganche della storia del calcio. Cosa ha spinto Brian Laudrup a esultare in quel modo, lì disteso per terra? Ha seguito una sua volontà intima, una decisione presa razionalmente; oppure è stata un’energia occulta, una forza esterna, a spingerlo a ripetere inconsapevolmente un gesto di Platini nello stadio che Platini aveva battezzato?

Di Maria guida la Juventus

Il 23 febbraio 2023 lo Stade de la Beaujoire di Nantes è stato teatro della tripletta di Ángel Di María. Come se il suo cuore sotterraneo emanasse un’energia che esalta i grandi enganche che vi mettono piede, quello stesso terreno di gioco – quelle stesse porte, quegli stessi spalti dietro cui si affacciano gli alberi del parco, quella pesante copertura che opprime le tribune – ha ospitato un’altra prestazione storica di uno dei più grandi talenti della storia del calcio. Come Platini 39 anni prima, Di Maria ha segnato un gol di mancino, uno su rigore e uno di testa. Come Platini ha segnato il primo gol dopo 5’, a uno dei primi palloni toccati, e infilando lo stesso palo. A inizio stagione non pensavamo che la traiettoria di Di Maria alla Juventus avrebbe potuto incrociare Nantes, e per giunta ai sedicesimi di Europa League; oggi col senno del poi riconosciamo che quel contesto malinconico è un buon teatro per uno degli ultimi momenti di grandezza dell’argentino. Di Maria che ha il volto un po’ più scavato di un tempo, le occhiaie un po’ più segnate, l’andatura un po’ più storta. Di Maria che ha perso per strada buona parte della sua accelerazione, e come Michael Laudrup a Francia ’98 ha asciugato l’antica esplosività in un calcio più minimale, più prezioso. Di Maria con l’aura dell’eroe ormai consumato dall’età, che giunto alla fine ha deciso di sublimare la sua vocazione al martirio intestandosi il compito più arduo: guidare una Juventus senza idee dove tutto il peso creativo grava sulle sue spalle.

In effetti giovedì sera Di Maria ci ha messo quattro minuti e otto secondi per mostrare che basta passargli la palla per far succedere qualcosa. La prima verticalizzazione con cui Locatelli prova a servirlo è precipitosa e Moses Simon intercetta per un momento; il suo controllo però è sbagliato e su di lui si avventa Fagioli che recupera la sfera in piena trequarti. La Juventus di Allegri è stata forgiata nella convinzione che a calcio vince chi sbaglia meno, e così anche in questo frangente tra l’errore di Locatelli e l’errore di Simon ne esce meglio la Juventus, in qualche modo. Fagioli si sistema il pallone sul destro e apre per Di Maria, che si è allargato a destra per uscire dalla marcatura del centrale del Nantes. C’è un momento di esitazione, nella coordinazione del corpo di Di Maria, che fa supporre che l’argentino si aspettasse di essere servito da Fagioli nello spazio, con un passaggio più forte e verticale. Si percepisce dal breve movimento della mano destra a chiamare la profondità, e dall’orientamento del corpo che guarda sempre verso il fondo. Il passaggio di Fagioli però è un po’ corto. Di Maria deve frenare e andare incontro al pallone, ricevendo quindi sulla figura invece che nello spazio. È durante questo movimento in diagonale all’indietro che Di Maria ha l’intuizione di calciare di prima. È sfruttando l’angolazione del suo corpo rispetto al passaggio che, soprattutto, il tiro di piatto sinistro di Di Maria assume la forma di un arcobaleno che gira fino a insaccarsi sul secondo palo.

Allegri è l’allenatore che più energie spende per negare il ruolo dell’allenatore stesso. È anche quello, però, che non perde occasione per ricordare quanto un allenatore sia una creatura rara. Un essere dalla sensibilità finissima, che conosce l’intangibile, le forze silenziose che regolano l’universo. Per Allegri le qualità che servono per diventare allenatore non si possono mica apprendere: o ce l’hai o non ce l’hai. È un altro corollario del suo teorema più famoso: il calcio è semplice. Così semplice che non si può spiegare, non si può imparare; parlarne è inutile, un’attività che inevitabilmente finirebbe per complicarlo, sporcare con strati di fuliggine una parete di calce bianca bella nella sua essenzialità. Per Allegri la verità è cristallina e consiste nel fatto che solo i calciatori di talento possono piegare gli eventi di una partita: «Nel basket alla fine dei 24 secondi se non è venuto lo schema si dà la palla a quello più bravo, che gioca l’uno contro uno e tira», ha detto in uno dei suoi momenti televisivi più iconici.

Quest’anno Allegri sembra aver trovato quel giocatore in Di Maria. Tutti gli acquisti recenti sul mercato, a dire il vero, sembrano fatti per riempire la Juve di calciatori autonomi, capaci di svoltare le partite con la mera imposizione del loro talento: Chiesa, Vlahovic, Pogba, Di Maria sono tutti calciatori che sembrano partoriti dalla mente di Allegri. Fatti per rendere possible la sua utopia più grande: trasformare la costruzione degli attacchi in una serie di duelli individuali. Il singolo giocatore che deve vedersela col singolo avversario, una visione del calcio semplice perché lineare, primitivo come quello giocato nei college inglesi 150 anni fa.

Al 16’ la Juventus recupera bene una palla nella propria metà campo e riparte con Rabiot. Il francese conduce fino alla trequarti offensiva, poi apre per Di Maria che sta correndo liberissimo e larghissimo a destra. Di Maria stavolta controlla il pallone, dandogli una carezza con l’esterno del piede mancino, davanti a lui un difensore che è arrivato per chiuderlo. Di Maria è nella sua mattonella all’interno dell’area e con un avversario tra sé e la porta con cui ingaggiare un duello individuale: la situazione che racchiude l’essenza del calcio secondo Allegri. Coi successivi tre tocchi di mancino, Di Maria manda a terra l’avversario e arriva vicino alla linea di fondo. La dinamica dell’azione somiglia a quella di Messi contro Gvardiol al Mondiale, stavolta però non ci sono giocatori della Juventus che, come Julian Alvarez, hanno tagliato sul primo palo per ricevere il passaggio all’indietro. Di Maria deve pensarci da solo. Calcia addosso al portiere in uscita, più per guadagnarsi un corner che per altro, ma la palla gli rimbalza addosso e resta nella sua disponibilità. Allora Di Maria rientra verso il campo e dopo un passo fatto dando le spalle alla porta incrocia la gamba sinistra davanti a quella destra per colpire il pallone di tacco.

Se il pallone fosse entrato sarebbe stato un gol fotocopia a quello segnato da un altro grande attaccante argentino, Leopoldo Luque, che nel 1979 segnò in questo modo in un River Plate-Huracan. Il tacco di Di Maria però prima di finire in porta incontra il braccio di Pallois, che viene espulso, poi dal dischetto l’argentino segna il 2-0 completando ciò che aveva iniziato. Nell’azione del secondo gol Di Maria ha toccato il pallone almeno il triplo delle volte rispetto ai precedenti 19 minuti.

Dal momento del 2-0 Di Maria ha cominciato a regolare a proprio piacimento il ritmo e la direzione del gioco, con distribuzioni semplici, controlli orientati e cambi di campo puliti che servono alla Juventus per uscire dalle ondate di pressione del Nantes. Con la Juventus che in vantaggio di due gol ha bisogno di controllare e rallentare il ritmo della partita, e soprattutto con giocatori come Rabiot, Kostic, De Sciglio, Kean abituati più a fare la spola su degli immaginari binari verticali che a ragionare col pallone tra i piedi, l’unico cervello pensante capace di coordinare dall’alto la manovra della Juventus è quello di Di Maria. Di Maria ha progressivamente preso il centro della trequarti e da lì si è fatto crescere la Juve tutto intorno, come un palo di legno fissato nel terreno per aiutare una pianta a crescere dritta.

Se nei primi minuti Di Maria teneva una posizione defilata e toccava pochissimi palloni, con lo sviluppo della partita ha assunto sempre più la centralità – non solo spaziale ma anche emotiva – di un enganche. Di un giocatore, cioè, che è l’anima di una squadra. Il legante tra i reparti, il playmaker, colui che dirige la partita imprimendo un controllo e un dominio a tratti invisibile ma pervasivo. Finchè è rimasto in campo, Di Maria ha toccato meno palloni soltanto di Danilo. Ha nettamente superato per influenza anche Locatelli, quello che nominalmente è il playmaker della squadra. Nessuno nella Juventus oltre a Di Maria ha capacità tecniche per mettere la pausa, resistere alla pressione, ordinare il gioco con il puro talento calcistico.

Una delle giocate manifesto della partita da enganche di Di Maria è questo dribbling difensivo all’inizio del secondo tempo. Di Maria riceve lo scarico da De Sciglio che si sovrappone per chiudere il triangolo, ma subito l’argentino viene chiuso da un avversario ed è costretto a girarsi spalle alla porta. Il modo in cui Di Maria cerca per due volte il contatto fisico con l’avversario, invitandolo all’intervento e nascondendogli al contempo il pallone, è forse il momento più Riquelme della sua partita. Una protezione di palla utile a perdere tempo – a quel punto Di Maria aveva già deciso che la sovrapposizione di De Sciglio era bruciata e occorreva ricostruire una nuova azione – e carica anche di una certa spocchia tipica da enganche sudamericano. Il compiacimento nel comunicare a compagni e avversari un controllo tecnico e mentale pressoché totale.

Se escludiamo i tre gol segnati – Di Maria segna il terzo gol al 78’, deviando di testa sul secondo palo un pallone che si era impennato dopo un rimpallo – la partita di Di Maria è molto simile alla partita minimale di Michael Laudrup del 1998. Nella conferenza post gara un giornalista francese ha chiesto ad Allegri perché avesse schierato Di Maria da trequartista alle spalle della punta: «Di Maria gioca sempre in quella posizione, è molto bravo a smarcarsi, a trovarsi lo spazio. Come tutti i grandi campioni», è stata la risposta di Allegri.

La domanda del giornalista de L’Equipe è calzante perché Di Maria in effetti non è mai stato un enganche. Ha sempre giocato nella posizione di ala destra, e il suo approccio al calcio è sempre stato da ala destra: un giocatore che preferisce ricevere in isolamento, coi piedi sulla riga, e puntare l’avversario davanti a sé. Un giocatore che esprime un calcio leggero col pallone tra i piedi quanto leggere sono le sue responsabilità: la vaporosità che associamo alle ali dribblomani e che permette loro di esprimere il loro calcio barocco, è un tutt’uno con la loro limitata responsabilità difensiva, con la sicurezza che un pallone perso al lato del campo non è pericoloso come uno perso al centro. Questo è stato Di Maria finora. Anche da un punto di vista emotivo, il suo ruolo era di sparring partner del fulcro creativo della squadra; quasi mai era lui, il fulcro creativo – il rapporto con Messi nell’Argentina ne è un esempio. Ad agosto nella partita di debutto contro il Sassuolo Di Maria era partito trequartista di un 4-4-1-1. Dopo metà tempo in cui lui non era riuscito a entrare nella manovra della squadra e la Juventus ad avvicinarsi all’ultimo terzo di campo, Allegri è passato al 4-3-3 con Di Maria esterno destro. Due minuti dopo Di Maria ha segnato il gol del vantaggio e nel secondo tempo ha servito a Vlahovic l’assist del 3-0 con un filtrante dal limite dell’area. Sembrava la prova che l’idea di Allegri di usare Di Maria da numero 10 doveva essere accantonata; che l’unica area di competenza di Di Maria fosse la fascia destra.

Giocare al centro richiede altre responsabilità; essere il giocatore che organizza e coordina i movimenti e i tempi di tutti gli altri giocatori in campo richiede una capacità di leggere il gioco più profonda, che va oltre la mera qualità tecnica che Di Maria ha sempre avuto. In questi mesi Di Maria ha continuato a giocare da numero 10 – dietro la punta in un 3-5-1-1: ha ragione Allegri a dire che Di Maria ha “sempre giocato in quella posizione”, a condizione che con “sempre” intendiamo “questi mesi alla Juventus” – e dopo il primo semestre trascorso per lo più in infermeria ha trovato una centralità forse inattesa dopo il Mondiale. Ha affinato l’arte del playmaking, la capacità di sincronizzare il tempo della partita al tempo dei suoi tocchi e delle sue pause. Si è avvicinato, cioè, al compito che Allegri immaginava per lui: il giocatore a cui dare la palla e a cui affidare la responsabilità di far funzionare un’intera squadra. Una sorta di proiezione in campo dell’allenatore stesso.

Le due partite contro il Nantes – anche all’andata Di Maria aveva giocato un’ottima partita di cuciture e di gestione pulita del possesso – sono state quindi il punto di arrivo dell’evoluzione di Di Maria in questi mesi. Le prestazioni che esprimono in modo più compiuto l’ultimo stadio raggiunto dal suo talento, lo sforzo fatto per asciugare parte della sua caoticità da esterno e affinare la qualità e le letture da playmaker. Un’evoluzione in fondo naturale per tutti i grandi sportivi a fine carriera, costretti a ovviare ai limiti del corpo lavorando su un gioco più essenziale, più rarefatto. A diventare più lenti, magari, a sostituire il gioco fatto con i piedi con uno che si gioca prevalentemente con la testa. Con l’arte dell’illusione, il potere divinatorio di distorcere il tempo e lo spazio a proprio piacimento. E in quel tempo e in quello spazio dilatati risultare ancora più veloci degli altri, più talentuosi. Nelle partite contro il Nantes Di Maria ha superato la linea intangibile che divide i giocatori puramente tecnici da quelli dotati di questo potere quasi sacerdotale. La linea che separa un trequartista normale da un enganche.

L’affinamento del professionismo negli ultimi vent’anni ha allungato le carriere dei calciatori. CR7, Messi, Modric stanno vivendo parabole lunghissime, e il loro spingersi oltre le Colonne d’Ercole dei quindici anni di carriera ci sta mostrando sfumature nuove del loro talento. Ci sta rivelando il modo in cui la qualità dei grandi calciatori si piega e continua a esistere anche una volta esaurito il vigore fisico della giovinezza. Nelle ultime partite Di Maria ci sta offrendo la versione ultima del suo talento. Nella sua maturazione da enganche – nelle giocate semplici e pulite, i cambi campo immacolati, i filtranti divini – Allegri ha trovato il tipo di giocatore che aspettava, a cui dare la palla perché dia un senso alla squadra.


  • Salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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