Illustrazione di Jesé Rodriguez
, 17 Febbraio 2023

Viaggio nell'assurdità di Jesé


Il nuovo acquisto della Sampdoria è reduce da una carriera travagliata.


Al 90' di un Clasico largamente dominato, che il Barcellona sta ormai gestendo sui ritmi sornioni e quantistici della sua era migliore, Messi cerca Dani Alves per un dai-e-vai al limite dell'area del Real Madrid. Il controllo, però, è stranamente sciatto e appena sbatte sul piede sinistro di Messi la sua traiettoria si allunga di quattro o cinque metri; il tacco di Benzema invece funziona e innesca la corsa sulla sinistra di Cristiano Ronaldo. Quello conduce fino alla trequarti blaugrana e con un banale passaggio orizzontale sfrutta la vulnerabilità delle transizioni negative del Barcellona. A quel punto Jesé Rodriguez apre il piatto e ferma il pallone appena davanti al destro, e qualche istante dopo scocca un diagonale rasoterra che passa sotto le braccia di Victor Valdes e riapre la partita. Chi era quindi, Jesé? Secondo la stampa dell'epoca, semplicemente: «la risposta spagnola a Cristiano Ronaldo». A 20 anni era reduce da una grande stagione al Real Madrid Castilla (22 gol e 12 assist in Liga 2) e il suo nome viaggiava così in alto che quando gli avevano chiesto se si aspettava un'estate movimentata in Brasile – alludendo a una sua convocazione per i Mondiali del 2014 – Jesé aveva detto: «Non credo sia impossibile».

Quello che i tifosi del Real Madrid avevano visto il 26 ottobre 2013 realizzarsi al Camp Nou aveva i crismi di un'apparizione. Il primo gol tra i professionisti di un'ala dribblomane, dal passo elettrico e con un repertorio tecnico da camiseta blanca, nella partita più leggendaria di Spagna: Jesé non aveva fatto ancora niente, e tutti lo consideravano lo stadio finale nell'evoluzione del calcio spagnolo. Il talento irrefrenabile sorto appena qualche anno dopo una delle generazioni nazionali più vincenti di sempre.

Fa uno strano effetto vedere Jesé nel 2023, mentre posa davanti ai fotografi tenendo in mano la maglietta della Sampdoria. Forse è solo il rimpianto dovuto all'infortunio al legamento crociato che gli ha spezzato la carriera nel momento in cui l'hype era puntato tutto su di lui. O forse è per l'assurdità della sua carriera itinerante – in cinque anni ha giocato in Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Turchia e Italia – e della sua vita incredibile. Fatto sta che se provate a googlare Jesé uno dei primi risultati riguarda la sua carriera da cantante reggaeton più che da calciatore.

Durante la presentazione Jesé si sforza di sorridere. Indossa già la tuta della Samp – che lo ha annunciato sui social con un meme in stile Sanremo, in cui il codice per il televoto di Jesé è il suo numero di maglia: il 99 – ma è tutto il resto a stonare. La barba incolta e i capelli radi ne tradiscono un invecchiamento prematuro. Guardando bene alla sua storia, e a come è finito in questa Sampdoria a 29 anni, più che una classica biografia su Jesé si potrebbe scrivere una serie esistenzialista, tipo Bojack Horseman.

D'altronde è impossibile non provare un po' di tristezza di fronte ai vecchi highlights individuali di Jesé. Un po' perché tutte le compilation di Youtube o gli articoli dedicati al suo gioco si fermano al 2016, e quindi a sette anni fa; un po' perché a vederlo giocare con quella leggerezza mentale, in una squadra tecnicamente aristocratica come quel Real Madrid, verrebbe da chiedersi dove sarebbe potuta arrivare un'ala così incendiaria, un elettrone impazzito che si muoveva a velocità inimmaginabili intorno ai nuovi Galacticos. Guardate il gol che segna al Levante partendo da destra o il tocco d'esterno che fa camminare il pallone dolcemente fino alla porta del Villareal.

Il gioco di Jesé era potente eppure armonico. Il suo stile erede al trono del dis-umanesimo creato da Gareth Bale e Cristiano Ronaldo nel calcio degli anni Dieci.

Nel ruolo di supersub, che nel Real Madrid di Zidane sarebbe poi stato portato al culmine da Marco Asensio, Jesé Rodriguez sembrava aver trovato una prima dimensione. Dopo quel gol nel Clasico era stato ancora lui a decidere la vittoria a Valencia a dicembre. A febbraio 2014 Jesé era entrato in pianta stabile nelle rotazioni di Carlo Ancelotti, che lo schierava spesso ala destra nel tridente con Ronaldo e Benzema, e lui aveva risposto segnando tre gol e fornendo un assist. La rottura del legamento crociato, però, ha minato questa continuità e ha costretto Jesé a ritornare in campo per la prima volta quasi un anno dopo, a gennaio 2015. Nel frattempo il suo corpo era cambiato, la leggerezza con cui teneva incollato il pallone al collo del piede e inarcava la schiena per sterzare non esisteva più.

Anche dopo l'infortunio Jesé ha segnato gol eccezionali, come quello alla Roma negli ottavi di finale di Champions. Un diagonale chirurgico per chiudere partita e qualificazione, le prime apparizioni mistiche di una riserva di lusso in grado di cambiare l'inerzia delle partite. Per quanto le cose potessero essere viste positivamente, però, la sua carriera aveva già toccato l'apice.

Come fa un giocatore pagato venticinque milioni di euro dal PSG nel 2016 a scomparire dal palcoscenico internazionale, diventando un caso solo per la sua vita fuori dal campo? Di Jesé sappiamo tantissimo. Che pagò 5mila euro per eliminare l'ex fidanzata dal Grande Fratello spagnolo; che ha cinque figli da tre compagne diverse (con storie difficili su riconoscimenti e abbandoni); che nel 2014 ha rischiato di morire in un incendio mentre era in stampelle per l'operazione al ginocchio; o che dal 2018 si è dato alla musica con l'alias di Jey M. Nella storia di Jesé i pixel che oscurano la visione chiara dell'immagine che possiamo farci di lui non riguardano tanto la sua vita, quanto il suo apporto in campo. La sua maturazione calcistica – mai avvenuta – e le sue fragilità.

In un universo parallelo, Jesé è diventato Luis Fonsi.


Fuori dal contesto madridista, che nonostante l'infortunio e la discontinuità (Jesé non ha mai segnato più di 5 gol in una stagione) lo coccolava come discendente purosangue di quella nobiltà biblica, il viaggio di Jesé è contornato dal mistero. Da sparizioni che ne attanagliano la carriera e la vita, cioè, come in un vortice sovrannaturale di perdizione che in Twin Peaks David Lynch ha chiamato «Loggia Nera». Nel caso di Jesé esistono varie logge, tutte semestrali o al massimo annuali: PSG 16/17 (9 presenze, 1 gol), Sporting Lisbona 19/20 (17 presenze, 1 gol), Ankaragucu 22/23 (16 presenze, 5 gol).

Nel 2017, ad esempio, si trasferì allo Stoke City dopo un difficile ambientamento a Parigi. A 24 anni era già visto come un talento inespresso, uno capace di dire «vengo al PSG per giocare tutte le partite» e poi essere ceduto in prestito al Las Palmas dopo sei mesi a metà tra panchina e tribuna. Il giorno del suo debutto lo Stoke ospitava l'Arsenal. Una partita vinta dai padroni di casa nel perfetto copione da underdog: la difesa della porta coriacea e provvidenziale, un 4-2-3-1 di puro supplizio collettivo. E poi, un'inserimento di Jesé nell'unico attacco dello Stoke, e un diagonale di sinistro preciso e bruciante, ad anticipare l'uscita a croce di Cech.

Durante l'esultanza il telecronista sottolinea subito il pedigree di Jesé Rodriguez. Anche se in quel momento il declino era già iniziato, e veniva da un'esperienza mediocre al Las Palmas, viene presentato come «former Real Madrid and Paris Saint-Germain striker». La grandezza madridista era marchiata nel suo codice genetico come un'aura silenziosa? È un gol che mostra le qualità trascurate di Jesé, la sua essenza da attaccante puro, con uno spettro di movimenti senza palla non banali. E insieme è l'inizio della fine, l'ennesimo prestito in cui era partito come giocatore di lusso, uno che normalmente non ci si sarebbe potuti permettere in quei contesti. A fine anno lo Stoke City retrocede mentre Jesé era in «vacanze anticipate» da inizio aprile, quando era sparito senza avvisare il club per passare il tempo con il figlio. (Tra l'altro, poiché la vena melodrammatica in queste storie non può mancare, in quei mesi Jesé si era reso protagonista di alcuni beef sui social con la madre del bambino.)

L'altra parte della storia di Jesé ha a che fare con le Canarie, e in particolare Las Palmas, ovvero il luogo in cui è nato e cresciuto calcisticamente prima di firmare per il Real a 14 anni. In particolare ci serve per raccontare come nella sua storia, Las Palmas ritorni nei momenti più abissali. Nel 2017, cioè, quando dopo sei mesi venne scaricato da Emery e dal PSG, e fu accolto dal calcio di possesso di Quique Setien. Di quei sei mesi di prestito, in cui Jesé aveva già iniziato a dirottare su uno stile di gioco svagato, meno efficace e soprattutto più mediocre, prendiamo il celebre 3-3 ottenuto al Bernabeu.

Il Las Palmas di Setien era una squadra a suo agio con il pallone tra i piedi. Non a caso quell'anno il finto centravanti era Kevin Prince Boateng, più propenso alla cucitura del gioco tra le linee. Nel 4-3-3 Jesé partiva largo a sinistra con la licenza di accentrarsi in rifinitura e riempire l'area compensando i movimenti di Boateng. In quella partita, per la prima – e finora unica – volta in carriera, Jesé era arrivato a farci chiedere se il Real non avesse sbagliato a cederlo prematuramente.

Al 29', ad esempio, quando aveva saltato prima con l'eleganza e poi con il fisico la marcatura preventiva di Carvajal prima di sterzare su Nacho e servire a Boateng un assist poi sciupato in maniera grottesca.

Oppure di quella partita possiamo prendere l'assist, ancora una volta, per Boateng, che porta al rigore dell'1-2. La centralità di Jesé in quello stile di gioco posizionale, nelle giornate migliori, era di grande livello.

Non trascurerei neanche questa conduzione al 58' che manda a vuoto il pressing di Nacho e impegna nella parata Navas. Certo, il Real Madrid era già in dieci per l'espulsione di Ramos, ma ciò che resta del discorso che facevamo prima è la sensazione che in certe giornate, Jesé Rodriguez poteva fare male anche a quel Real.

Quella prestazione contro il Real Madrid resta uno degli ultimi fulgori nella carriera di Jesé. Nel 2020 si è tornato a parlare di lui mentre era allo Sporting Lisbona, quando durante il lockdown tornò a Parigi e fu avvistato con l'ex fidanzata Aurah Ruiz (la stessa che nel 2018 denunciò l'assenza di Jesé come padre quando il figlio nacque prematuramente. «Ti sposti su un aereo privato, compri diamanti da migliaia di euro mentre i piccoli vestiti di tuo figlio sono lavati a mano in un lavandino e appoggiati su sedie in una stanza d'ospedale. Amici, viaggi, auto e vestiti firmati mentre tuo figlio ha bisogno» scrisse in un'Instagram story). Uno scandalo, vista la sua liaison con l'influencer Janira Barm che era convolata nell'attesa di un altro figlio. Oggi Jesé è arrivato alla Sampdoria a parametro zero, e a modo suo Stankovic lo ha già accolto: «È un campione, ma si deve mettere nelle condizioni fisiche per darci una mano». Nell'ultimo anno e mezzo ha giocato piuttosto bene ancora al Las Palmas – in Segunda Division, lontano dai palcoscenici maggiori – e in Turchia, all'Ankaragucu.

Quello che resta dell'ultimo Jesé è il suo personaggio da reality trash. Una di quelle figure che spostano l'attenzione del pubblico sulla vita privata. Come cantava Fibra in Alieno: «Questa vita è un film / il resto tutta pubblicità». Cosa può dare quindi uno come Jesé Rodriguez al peggiore attacco d'Europa? La Samp è penultima, ha segnato solo dieci gol e si muove in un contesto di depressione ambientale e crisi societaria.

Jesé posa con la maglia della Sampdoria

Un ragazzo contento, dopo tutto.

La creatività di Jesé, la sua abilità nel posizionarsi largo a sinistra per entrare nel campo e puntare l'uomo può offrire qualche variante a Stankovic soprattutto a gara in corso. Insomma se non vi gasa l'idea di un tridente Jesé-Lammers-Gabbiadini da vedere anche solo per qualche minuto non abbiamo niente da dirci. Il punto, però, è capire cosa possiamo aspettarci da Jesé. Forse niente, dopo anni di mediocrità e perdizione. E allo stesso tempo possiamo aspettarci di ritrovare un briciolo della sua classe, fosse anche per una partita, un tempo, un tiro a seguito di un bel dribbling.

Se guardiamo a questa versione di Jesé con una vaga malinconia è perché ci mostra una verità inscalfibile. Non sempre nella vita le cose vanno come progettiamo, come speriamo o semplicemente come vorremmo. Le aspettative che generiamo intorno a un calciatore, o a un obiettivo, una persona, una relazione, sono quasi sempre idee fittizie che nascono e muoiono in noi stessi. La realtà è spesso aliena a queste invenzioni. Quest'ottobre il gol di Jesé nel Clasico compirà dieci anni. Lui non è diventato il Ronaldo spagnolo, né tantomeno un calciatore di quello status o prospettiva. Ha giocato qualche partita eccezionale, tutte le altre mediocri. Forse non gli è mai interessato diventare Ronaldo, o non lo sarebbe diventato neanche senza l'infortunio o i gossip. Di certo questa tristezza non può spingerci a non sperare di intravedere in Italia un ultimo lampo di Jesé e della sua assurdità, in campo e fuori. Male che vada potremo consolarci ascoltando le sue canzoni.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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