
L'Atalanta ha imparato la lezione
L'Atalanta ha battuto la Lazio facendo la sua miglior partita in questa Serie A.
Sono trascorsi poco più di seicento secondi dal fischio d'inizio di Orsato e l'Atalanta ha già tirato quattro volte verso la porta della Lazio. Viene da chiedersi se fosse sufficiente cambiare la maglia dalla bianca di Sassuolo alla nerazzurra dell'Olimpico per ritrovare una squadra affamata e sadica al punto di togliere ogni atomo di ossigeno nei paraggi del portatore di palla avversario. Purtroppo per la Lazio gli uomini di Gasperini hanno reagito al grigiore di Reggio Emilia sfogandosi su una squadra biancoceleste apparsa più annebbiata mentalmente che imballata fisicamente.
Nella scelta della formazione Sarri si è appoggiato in buona parte al suo undici di riferimento, riproponendo Cataldi nonostante la botta presa a Verona e un Immobile ancora non al meglio, con Felipe Anderson e Zaccagni ai lati. Sulle fasce difensive la scelta è ricaduta invece su Marusic e Hysaj, decisione che avrà un peso notevole sullo svolgimento della partita. La squalifica di Muriel non ha invece comportato modifiche nell'assetto offensivo dell'Atalanta, a differenza di quella di Maehle: il ritorno di Zappacosta dall'ennesima ricaduta tampona l'assenza del danese, lasciando intatto il terzetto Toloi-Djimsiti-Scalvini che tanto bene sta performando nelle ultime uscite.
Nella gara di andata la chiave della vittoria di Sarri era stata lo sfruttamento delle zone di campo lasciate consapevolmente libere da Gasperini: il 23 ottobre Lazzari in particolare aveva superato la pressione atalantina con le conduzioni palla al piede esterno-interno, innescando i triangoli sulle catene laterali e favorendo gli scambi stretti con un riferimento offensivo centrale più predisposto al palleggio come Felipe Anderson. L'ex esterno della SPAL, tuttavia, è subentrato solo al 56' della gara dell'Olimpico: a maggior ragione con un centravanti creato in laboratorio per attaccare alle spalle la linea difensiva come capitan Immobile, la manovra di Sarri avrebbe beneficiato di un portatore di palla sin dalla prima linea di uscita.
Le uniche occasioni in cui la Lazio è riuscita a progredire efficacemente il campo sono coincise con la sottovalutata sensibilità del lancio di Provedel. L'unico tiro in porta della Lazio del primo tempo – oltre al miracolo di Musso su Zaccagni, generato però da un errore non forzato di Djimsiti – è emblematico di quale tasto l'undici di casa avrebbe dovuto battere con maggiore insistenza: a turno Milinkovic, Luis Alberto e Cataldi, schermati i due centrali difensivi dagli attaccanti di Gasperini, si abbassano in zona centrale per attirare la pressione del marcatore – De Roon, Ederson e Koopmeiners rispettivamente – e liberare metri di campo alle spalle da riempire con l'attacco della seconda palla.
Al diciassettesimo il destro di Provedel trova, a 70 metri di distanza, l'inserimento lungo di Milinkovic, che punisce la corsa all'indietro di De Roon, controlla a seguire, eludendo l'intervento di Djimsiti, e prepara il sinistro. Il serbo avrebbe un tiro molto agevole ma Immobile lo anticipa accorrendo alle spalle e calcia alto. Questa azione sembra comunque illudere la Lazio di poter risolvere il rebus dell'asfissiante pressione nerazzurra. Spoiler: a parte qualche sprazzo a cavallo della metà del secondo tempo, sventato da minuti di ordinata difesa posizionale dell'Atalanta, non riuscirà mai a farlo. I demeriti sono notevoli – raramente si sono visti sia Luis Alberto che Milinkovic così imprecisi nell'avviare le transizioni laziali – ma la prestazione dell'Atalanta è stata di altissimo livello.
Le famigerate scalate in avanti di Gasperini, per la prima vera volta dopo quasi un anno, funzionano alla perfezione. Quando la palla è tra i piedi del terzino laziale, a seconda dell'altezza della ricezione si alternano in chiusura l'esterno o la mezzala più vicina, generando di conseguenza gli accoppiamenti più rapidi. In questo sistema è l'applicazione e l'intensità, psicologica ancor più che fisica, a determinarne l'efficacia. Quella vista all'Olimpico è l'Atalanta che ha attaccato meglio senza il pallone in stagione, orientando il recupero palla nelle zone desiderate – mezzo spazio nei pressi di Koopmeiners, impiegato con compiti di trequartista di copertura e minimale regista avanzato in fase di transizione – per mettere nelle condizioni ideali gli uomini d'attacco.
Lookman e Højlund non sono giocatori perfetti, anzi: il nigeriano spalle alla porta è decisamente più schermabile e, in contraddizione col velcro che ricopre i suoi scarpini quando si tratta di controllare in velocità e una visione di gioco tutto sommato dignitosa, non è un gran passatore. Højlund, dal canto suo, soffre, specialmente all'inizio della partita, il corpo a corpo col diretto marcatore – Romagnoli, sino all'infortunio, era stato di gran lunga il migliore della retroguardia – e ha ampi margini di miglioramento nel primo controllo. Se però gli si lascia tempo e spazio per attaccare metri di campo fronte alla porta, ecco che si ha a che fare con due tra i primi (decidete voi) giocatori della Serie A 2022/2023.
L'importanza degli esterni
La catena di sinistra atalantina ha dominato per 90': a causa dell'indolenza in copertura di Luis Alberto e Felipe Anderson, Marusic si è trovato a non saper mai se uscire su Zappacosta o, fedele alla linea sarriana, aspettare più basso e lasciarsi tagliare alle spalle da Lookman, inseritosi nello spazio-tra-corpi tra il montenegrino e Casale. Non appena la palla veniva recuperata, a prescindere dall'altezza del campo, l'obiettivo di Gasperini e dei suoi era chiarissimo: verticalizzare, verticalizzare, se possibile verticalizzare. Se il primo tempo è stata un'espressione corale di dominio atletico, il secondo assume tratti quasi tragicomici. Sino al gol dello 0-2, la sensazione è che qualsiasi giocatore della Lazio provasse a frapporsi tra Højlund e la porta rimbalzasse addosso al danese, dotato di una potenza nel medio-lungo incontenibile.
Se l'Atalanta è riuscita a pressare così efficacemente la prima costruzione della Lazio non lo ha fatto, almeno primariamente, grazie a un baricentro altissimo. Toloi e Djimsiti in particolare non hanno più il passo di due/tre stagioni fa, ma è in serate come queste che ricordano al resto della Serie A perché, nonostante un talento non fuori scala, siano ancora titolari in una formazione in lotta per un posto in Champions League.
Toloi è stato abilissimo nel negare le ricezioni a Zaccagni; Djimsiti è stato bravo ad alternare anticipi secchi a un grande senso della posizione – non giocava con continuità da centrale nei tre di difesa dal 2017, quando si pensava che potesse fare solo quello. A questi si è aggiunto un Palomino, subentrato per l'infortunato Hateboer, e impeccabile nella marcatura a uomo sul sempreverde Pedro per ricostituire I Soliti Sospetti della difesa atalantina. L'unica cattiva notizia per Gaperini è rappresentata proprio dall'infortunio di Hateboer, dato che l'autonomia di Zappacosta, che quando è atleticamente al 100% è ancora uno degli esterni più impattanti della Serie A, resta ancora ridotta.
Non serviva certo questo Lazio-Atalanta per confermare una sentenza maturata ne corso delle ventuno giornate precedenti: biancocelesti e nerazzurri sono squadre capaci di picchi altissimi e bellissimi alternati a bassi frustranti e irritanti. Questa volta è toccato alla Lazio non trovare la minima contromisura agli accorgimenti tattici proposti da Gasperini, ma la Serie A ci ha insegnato a ribaltare giudizi e opinioni ogni fine settimana. All'andata era stata la Lazio migliore della stagione, al ritorno è stata l'Atalanta più eccitante dell'anno.
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