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5 min

- di Andrea Giachi

Considerazioni sparse post serata finale di Sanremo 2023


Si chiude un'edizione che è stata un successo in termini di ascolti e di scelte artistiche. I nei restano la sovrabbondanza di cantanti e ospiti, la tardiva lettura del messaggio di Zelensky e l'insostenibile vacuità dell'essere Chiara Ferragni.


- La settimana televisiva più discussa e seguita dell'anno termina con il successo di Marco Mengoni, che ottiene un primo posto ancora più netto e "telefonato" di quello di Mahmood e Blanco lo scorso anno. Il 45,53% dei voti nella finale a 5 sta a testimoniare un successo granitico con tutte le 3 giurie e che la volata partita la prima serata non si è mai arrestata. Piccola curiosità: era dalle edizioni 1966-67 che non si verificavano due vittorie-bis di fila. Dopo le indicazioni emerse nella classifica di ieri, tutta la top 5 è risultata in generale piuttosto prevedibile, e anche senza l'impossibile (dato l'avversario) acuto finale, Lazza e Mr.Rain possono godersi un posto sul podio che costituirà un ottimo biglietto da visita per un pubblico più vasto;

- Gli ottimi ascolti della scorsa edizione sembravano difficilmente replicabili, tanto che in molti (me compreso) avevano suggerito ad Amadeus (7,5) di farsi da parte, per poi tornare in futuro in qualità di salvatore della patria. Invece Ama aveva rilanciato, firmando per altre due edizioni (questa e la prossima), che gli consentiranno di raggiungere il record di Pippo Baudo e Mike Bongiorno (5 edizioni consecutive). Ha avuto ragione lui, facendo registrare tutte le serate uno share sopra il 65%, con quella di ieri che ha raggiunto il 66,5%, il dato più alto da quando esiste l'Auditel. Non solo lo share, ma anche i numeri degli spettatori complessivi sono da capogiro, considerando quanto sia cambiato il contesto rispetto al passato, in particolare per l'enorme frammentazione dell'offerta e delle modalità di fruizione. L'intesa con Gianni Morandi (7), partita un po' a rilento, ha funzionato molto bene e ha consentito di valorizzare la poliedricità del Gianni Nazionale. A completare il successo vanno menzionati sia il clima "familiare" creato nelle interazioni con cantanti e ospiti, che le scelte artistiche (nuovamente) azzeccate per i brani in gara;

- Ci sono stati però diversi aspetti negativi. Il primo è stato senza dubbio la presenza di Chiara Ferragni, fondamentale per attirare pubblico e interesse ma al contempo discutibile (e ai limiti dell'irritante) per vacuità e ripetitività dei contenuti (qualcuno ha detto Instagram?). Dopo gli ottimi ritmi della scorsa edizione, Amadeus è ricaduto - come nella sua prima conduzione - nell'errore di voler strafare con gli ospiti, creando scalette strabordanti. In una serata che prevedeva, oltre alle trentatrè (!) esibizioni per la gara, anche il messaggio del Presidente ucraino Zelensky, un omaggio a Lucio Dalla e i Depeche Mode, erano proprio necessari Gino Paoli, Ornella Vanoni, i mille sktetch su Instagram (basta!), la banda dell'Aeronautica, Salmo, Achille Lauro e la marchetta alla fiction di Luisa Ranieri? Per quanto Sanremo sia uno show televisivo con una liturgia tutta sua, non è concepibile far durare una finale oltre 6 ore, far esibire oltre metà dei (troppi) big in gara dopo la mezzanotte e annunciare il vincitore a ridosso delle 3 di mattina. Lascia poi sbigottiti la scelta di relegare la lettura del messaggio di Zelesnky alle 2:10, per giunta nella serata più "leggera", dove non erano previsti altri monologhi o momenti più introspettivi. Il perché non gli si potesse trovare uno spazio prima, tra le svariate dirette Instagram di Chiara Ferragni, il regalo alla moglie di Morandi o le esposizioni di meme con livelli di cringe di Lundiana memoria, resta complicato da capire. Dopo le imbarazzanti polemiche, un'altra occasione persa;

- Quando guardo il Festival mi diverto spesso ad immaginare quali pensieri passerebbero per la testa di uno straniero che si trovasse catapultato davanti alla nostra tv per seguire Sanremo. Quest'anno gli avrei voluto sottoporre i seguenti 30 minuti di ordinaria follia: il quasi novantenne Gino Paoli che definisce "una gabbia di matti" il luogo in cui si trova e racconta di aneddoti di corna e tradimenti; Rosa Chemical che twerka su Fedez per poi trascinarlo sul palco e limonarlo in mondovisione; Achille Lauro (che a quel punto sembra Suor Cristina) ospite con un suo medley; l'esibizione dei Cugini di Campagna e, dulcis in fundo, il sobrissimo product placement di Poltrone e Sofà con un divano piazzato in mezzo alla platea. Insomma, i momenti notevoli non sono mancati, peccato che anche quelli trascurabili siano stati numerosi;

- I migliori: quello di Tananai (9) è stato un glow-up incredibile nell'arco di soli 12 mesi. Ha saputo costruire sulla sorprendente visibilità che gli ha dato l'ultimo posto della scorsa edizione, non si è crogiolato sulla gloria momentanea dell'essersi fatto conoscere come icona ironica/trash, ma ha studiato (si sente) e ha portato sul palco una ballad toccante che ben rappresenta lo spirito del tempo. Ha cantato la tragedia dell'Ucraina con delicatezza e rispetto, come quando stasera è salito con due rose gialle e una blu e i nomi di Liza, Olha e Maksym. Speriamo che arrivi presto quel lunedì. Mengoni (8) sin dal giorno zero era il favorito e non ha tradito le attese: la vera forza è stato lui con la sua straordinaria voce, ancor prima della canzone (sicuramente sanremese, ma non la migliore del suo repertorio). Lazza (7,5) è stato un'altra rivelazione: la sua "Cenere" è una canzone costruita alla perfezione, dalla magnetica base di Dardust con tanto di campionamento iniziale, passando per l'ingresso della cassa e arrivando al ritornello. Colapesce e Di Martino (8) hanno tirato fuori un nuovo tormentone ("ma io lavorooo per non stare con teee" ce la trascineremo almeno fino all'estate) e si sono portati a casa l'ambito premio della critica. Anna Oxa (6,5) si è presentata con una canzone verbosa e barocca che migliora dopo qualche ascolto, ma va ringraziata per i momenti iconici che ci ha regalato con il suo portamento da star e la continua denuncia di complotti attraverso le sue pagine social. Tra i giovani, che hanno assolto la loro funzione di carne da cannone per evitare imbarazzanti ultimi piazzamenti ai big, meritano una menzione gIANMARIA (7) con "Mostro" e Olly (6,5) con "Polvere".

- Le delusioni: Giorgia (6,5) è un'interprete fantastica ma meritava un brano migliore. L'arrangiamento molto anni '90 potrebbe essere una scelta voluta e un delicato omaggio, sul quale poco ci sarebbe da obiettare, ma resta un peccato non vederla valorizzata al meglio. Anche da Levante (5,5) era lecito aspettarsi qualcosa di più. Ultimo (6), che continua a mostrarsi arrabbiato con il mondo e sembra volerci gridare ad ogni nota che nessuno soffre come lui, propone la sua solita canzone, ma senza acuti o un ritornello catchy. Urge un cambio di approccio, prima che i suoi fan si trasformino in tifosi radicalizzati contro il "rumore dei nemici". Sul brano nostalgico-paraculo degli Articolo 31 (5,5) mi sono già espresso, mentre Shari (4,5) lascia poche tracce con un pezzo dimenticabile. I Modà (5) sono sembrati più retrò dei Cugini di Campagna (6). La presenza di LDA (4) sul palco dell'Ariston rimane un mistero, il suo 15esimo posto di più;

- In conclusione, Sanremo non è solo un Festival della canzone, ma è da sempre molto di più. E' uno show televisivo unico, con una grande storia alle spalle, un seguito completamente fuori dai canoni della tv moderna, l'unica vera produzione nostrana che non ha alcun tipo di paragone o possibile competitor all'estero (nel bene e nel male). Si è evoluto e modernizzato molto negli ultimi 15 anni, conquistando spettatori sempre più giovani, ma continua a rappresentare uno spaccato del Paese, dei suoi difetti, dei suoi mutamenti culturali, della sua ricchezza e delle sue contraddizioni. Sanremo è anche uno dei pochi programmi della Rai che fa registrare un attivo importante (gli incassi pubblicitari hanno doppiato le spese di produzione), lo dico a beneficio del mondo culturale e politico che puntualmente si ricorda di gridare all'abolizione di una cosa vetusta come il canone solo durante questa settimana - per poi ovviamente dimenticarsene, perché il pubblico è la coperta di Linus di questo Paese. Insomma, Sanremo può legittimamente non piacere, ma è parte della nostra cultura, televisiva e non solo. Non mi sembra dunque strano che un sito che si occupa di "sport e cultura pop" decida di coprire l'evento, ma se la pensate diversamente vi suggerirei di mettervi in coda, perché il commento "occupatevi di sport che è meglio" è piuttosto inflazionato e potrebbe sbancare il botteghino. Ah, dato che ormai è un leitmotiv, scarico di ogni responsabilità la direzione di Sportellate perché non aveva potuto visionare in anticipo i miei testi (semicit).

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Giornalista classe 90', da sempre innamorato della radio, ho diretto per 3 anni RadioLuiss e collaborato con varie emittenti in qualità di conduttore. Attualmente mi occupo di comunicazione d'impresa e rapporti istituzionali. Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, appassionato di politica e linguaggi radiotelevisivi, nella mia camera convivono i poster di Angela Merkel, Karch Kiraly e Luciano Spalletti.

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