
Xavi ha restaurato il Barcellona
In poco più di un anno di lavoro Xavi ha recuperato l'identità storica del club.
È paradossale che una delle squadre più interessanti e innovative di quest’inizio 2023 sia la stessa che neanche diciotto mesi fa, a causa di una crisi finanziaria senza fondo (con un indebitamento stimato intorno agli 1.3 miliardi di euro), ha visto partire il proprio capitano e simbolo, Lionel Messi, oltre ad altri calciatori di livello assoluto come Antoine Griezmann. La stessa società che ha dovuto cedere il 25% dei prossimi 25 anni di diritti tv per continuare a sostentarsi, e cercare subito dopo partner finanziari che, come è successo con Spotify, avessero voglia di appropriarsi, perché no, anche delle radici catalane insite nel nome del proprio stadio.
Ovviamente la squadra in questione è il Barcellona di Xavi Hernandez, richiamato a ottobre 2021 da Laporta (all'inizio del suo secondo mandato come presidente) con il chiaro obiettivo di raggiungere nel più breve tempo possibile la Restaurazione.
Restaurazione
Il 15 gennaio il Barcellona ha battuto 3-1 il Real Madrid nella finale di Supercoppa di Spagna, tornando a vincere un trofeo dopo una manciata di anni in cui il club aveva raschiato il fondo. A guardarlo adesso, il Barcellona sembrava finito in un vortice di eventi grotteschi e violenti degni di un film di Martin Scorsese. Partendo da continui aborti di progetti tecnici (Valverde --> Setien --> Koeman), con l'aggiunta dell'elemento noir di un presidente arrestato per aver creato una macchina diffamatoria contro i calciatori storici del club, la storia recente del Barça è stata infine condita da figuracce epocali, come l'8-2 rimediato in Champions dal Bayern di Flick nell'estate 2020.

Rinfoltendo la rosa con acquisti sempre più esosi e in apparente contraddizione – per età, ingaggio e pedigree tecnico – con la linea progettuale del club, il Barcellona dei fine Anni Dieci aveva finito per abbandonare progressivamente sia l'ideologia cruyffiana del Totaalvoetbal in campo, sia la propria capacità di rigenerarsi attraverso la fioritura dei talenti della Masìa. Il Barça era passato alla storia del calcio come més que un club grazie alla sua fedeltà a questi principi e alla sua mentalità progressista, e invece la sua ultima versione consisteva in una squadra vecchia: biologicamente e filosoficamente.
Paradossalmente, il Barcellona aveva abbandonato il modello Barcellona.
Oggi che il Barcellona è saldamente capolista in Liga ed è di nuovo costruito su un gruppo di calciatori poco più che teenager – Pedri, Gavi, Baldé, Ansu Fati tra gli altri – è impossibile non ricondurre questa rinascita all'arrivo di Xavi e della sua filosofia culer/olandese. La Restaurazione di Xavi è stata innanzitutto culturale. Non solo perché parliamo di un allenatore che si autodefinisce «un ossessionato dal possesso palla» e che soffre «ogni volta che non abbiamo il controllo», un allenatore quindi perfetto successore dello stile di Guardiola che a sua volta era eredità di Cruyff, ma anche perché Xavi ha mostrato di puntare molto sulla valorizzazione dei talenti «di casa».
Fin dalle prime partite da tecnico del Barcellona, Xavi ha attinto dalla squadra B con una naturalezza che ai suoi predecessori sarà sembrata oltraggiosa. Nico Gonzalez, Jutglà, Balde, Akhomach, Ezzalzouli, Demir, Gavi hanno trovato tutti un certo spazio con lui. Almeno finché l'ambizione competitiva della squadra non si è alzata: fin dalla sua prima conferenza stampa Xavi ha dichiarato di avere l'obiettivo di «riportare il club a essere il migliore del mondo», e così dei giovani della cantera sopracitati solo Balde e Gavi sono stati riconfermati per la stagione 22/23. (Ovviamente quando parlo di Masìa non mi riferisco, per esempio, a Pedri, Araujo, Pablo Torre, ecc. che nonostante siano giovanissimi non sono cresciuti nel Barça).
Fluidità e gioco di posizione
Nei giorni dopo la vittoria in Supercoppa contro il Real Madrid, Twitter è stato invaso da video come quello qui sotto, accompagnati da brevi descrizioni tipo: «Xavi Ball». La squadra che vedete giocare al torello con i blancos, ovviamente, è il Barça di Xavi al proprio culmine estetico, eppure sono video che a un occhio distratto potrebbero sembrare retrò: il Barcellona del tiki-taka di Guardiola, dei tocchi brevi e geometrici per manipolare le difese avversarie, inutilmente arroccate nella loro area di rigore. Dal campo, dove già sembrava leggere il gioco come un allenatore, alla panchina Xavi è rimasto fedele alla sua immagine di sommo depositario dello spirito barcellonista. Unico interprete credibile del culto che fu di Cruyff e di Guardiola, custode di una visione del calcio che non cambierà mai.
Xavi Ball 🫣pic.twitter.com/MsoVhw8wjh
— GonçaloDias17 (@goncalo_diass17) January 15, 2023
Seppur costruito con un'anima meno rigida (e senza il migliore calciatore del mondo nato e cresciuto all'interno della squadra) di quello guardiolesco, il 4-3-3 di Xavi riflette in qualche modo la stessa Weltanschauung: il calcio come dominio della razionalità e del controllo sulle contingenze; esercizio illuministico in cui la ragione non solo non è avversa al talento, ma anzi lo eleva dandogli una compiutezza ulteriore. Come scrive Sandro Modeo ne Il Barça: «Nessuno si sogna di negare l’importanza del talento individuale, dell’intuitività risolutiva del grande giocatore che vede autostrade dove altri solo sentieri».
Due sono i cardini del sistema fluido del Barcellona di Xavi: Sergi Busquets e Robert Lewandowski. Intorno a loro, scelti come riferimenti centrali ad altezze diverse in campo, si sviluppa un continuo vortice di movimenti secondo i principi del gioco di posizione. La creatività nei mezzi spazi di Gavi e Pedri permette la trasformazione rapida dal 4-3-3 a un più offensivo 3-2-2-3 (o 3-2-5, se preferite). Sistema in cui sono il terzino sinistro, Balde, e l'ala destra, uno tra Dembele e Raphinha, a garantire l'ampiezza per puntare nell'uno contro uno i terzini avversari e creare superiorità numerica. Il portiere, Marc Andre ter-Stegen, è invece la prima risorsa per la fase di costruzione blaugrana. (Non è raro vedere il tedesco spingersi ben oltre la propria area di rigore, quasi come se fosse un vero e proprio libero alle spalle della difesa.)

Dando la libertà di scambiarsi la posizione tra le linee degli avversari, o come direbbe Luciano Spalletti «tra i corpi», a calciatori tecnici e associativi come Pedri, de Jong e Gavi, l'intento di Xavi rimane ben chiaro: consolidare il possesso, annientare le possibilità dell'avversario di riconquistare il pallone (e quindi attaccare), schiacciarlo nella propria area e arrivare al tiro. Il Barcellona, stando ai dati raccolti da Fbref, è la squadra con la più alta percentuale di possesso palla medio (64.8%), passaggi completati (583.7 a partita) ed Expected Assist (ovvero gli assist che ci si sarebbe aspettato: 30.8 totali) della Liga.
Arrivati ai 16 metri l'obiettivo è innescare la rapacità di Lewandowski o l'estro di un esterno offensivo come Ousmane Dembelé. Il Barça di Xavi è la squadra con la più bassa distanza media (13.9 metri) dei tiri – il che vuol dire che in media i tiri del Barcellona vengono scoccati nel cuore dell'area di rigore – e in particolare Lewandowski è nel 4% degli attaccanti che toccano più palloni nell'area avversaria (7 ogni 90 minuti).
Insomma, quel calcio intenso e sensuale con cui Gavi e Pedri ci comunicano la loro unicità, il loro talento così diverso eppure così uguale ai totem che secondo Xavi stesso stanno finendo per replicare (i numeri di maglia di Gavi e Pedri sono il 6 e l'8: cosa vi ricorda?), in fondo non poteva che traboccare da un sistema concepito proprio per loro. Per la loro visione, i loro smarcamenti, i loro uno-due d'esterno, le loro conduzioni stilisticamente ricercate.
Se volete una prova della «grazia innaturale» di Pedri vi basterà riguardare il suo dribbling nell'occasione del gol di Dembelé all'Altetico qui sopra.
Una nuova difesa
A questa struttura sbilanciata offensivamente fa da contraltare il ruolo del terzino destro, che stringe il campo e resta bloccato al fianco dei due centrali. Sono stati i rinforzi arrivati dal mercato estivo a permettere a Xavi di affinare in questo senso i meccanismi di costruzione «dal basso»: arrivato dal Siviglia per oltre 60 milioni, spesso è Koundé a giocare come finto terzino, mentre l'altro neo-acquisto Christensen ha trovato la sua dimensione nel cuore della difesa, ereditando quelle funzioni di leadership tecnica che in passato appartenevano a Piqué.
Secondo i dati di Fbref, il danese rientra nell'1% dei difensori che tentano più passaggi nella Liga quest'anno (88.8 a partita) ed è nel 10% di quelli che completano più passaggi progressivi (3.67 ogni 90'). «Christensen è sicuramente l'acquisto che ha avuto meno attenzione. Qualcuno ci prendeva in giro quando il Real Madrid ha ingaggiato Rüdiger, dicendo che loro avevano preso il titolare del Chelsea e noi il sostituto» ha detto Xavi.
🇩🇰 Andreas Christensen - Real Madrid vs FC Barcelona - Supercopa final pic.twitter.com/VGYjNqpS4I
— ⚽️ (@BarcelonaComps) January 17, 2023
Non sempre però sotto la gestione Xavi le cose sono andate così bene. Se in campionato il dominio del Barcellona è stato finora continuo e pressoché totale (a eccezione del Clasico dell'andata, perso 3-1 con tre tiri subiti dal Real), sono le coppe europee il nodo che ancora attanaglia l'affermazione di Xavi. L'uscita dalla Champions League ai gironi nel doppio scontro contro l'Inter, grazie a quel rocambolesco 3-3 rimediato al Camp Nou, è stata un lucido ritratto delle difficoltà psicologiche di cui il Barcellona è stato vittima negli ultimi anni.
Di quella partita sarà difficile dimenticare la goffaggine con cui Piqué aveva lasciato a ter Stegen il pallone del pareggio interista, senza accorgersi dell'inserimento di Barella alle sue spalle, come un tiranno troppo vecchio per aprirsi alla contemporaneità. Forse è in quel momento che Piqué ha capito che il calcio iniziava ad andare troppo veloce per lui, e neanche un mese dopo si è ritirato. Comunque, va anche sottolineato il diverso piano gara preparato da Xavi in quell'occasione, un 3-1-5-1 in fase di costruzione naufragato sulle sponde della densissima difesa interista.
Come se, volendo imparare la lezione dell'andata (1-0 per l'Inter arrivato alla fine di una partita cinica ed estremamente reattiva) Xavi avesse provato ad estremizzare il dominio tecnico sulla partita, finendo però per indebolire la struttura preposta alla difesa delle transizioni difensive. Non è un caso se il secondo e il terzo gol dell'Inter in quella partita siano arrivati entrambi sulla fascia destra del Barcellona, dove Lautaro e Gosens hanno banchettato sulla difficoltà di Sergi Roberto a rientrare in difesa dopo essersi alzato a mezzala in fase di possesso.

Oggi il Barcellona ha una delle migliori difese in Europa (6 gol subiti in 17 partite di campionato), ma secondo Fbref è ultima sia per numero di tackle effettuati (246) sia per dribbling bloccati (108). Questo si spiega con la strategia del pressing scelta da Xavi, che poi non è altro che la prosecuzione della «regola dei sei secondi» di Guardiola. Quando perde il possesso, il primo obiettivo del Barça è la riaggressione alta. Invece di ricompattarsi dietro la linea del pallone, la squadra sale per sporcare le linee di passaggio avversarie. È un lavoro che inizia dagli attaccanti, ma che trova nella nuova difesa (orfana di Piqué e Jordi Alba) un'arma contundente per il gioco degli avversari. Basta prendere il gol di Pedri al Getafe di qualche settimana fa per capire la sistematicità di questo approccio, che permette di trasformare in un attimo l'azione difensiva in offensiva.
Djene prova a spezzare la pressione del Barça conducendo e in effetti supera Raphinha e Ansu Fati prima di scaricare su Suarez. A quel punto, il terzino del Getafe non può che appoggiare di prima, un tocco difficile e improbabile che supera Mayoral. Proprio in virtù di quel sistema iper-aggressivo, alle sue spalle c'era già Christensen pronto a verticalizzare per il movimento di Raphinha. Per tornare a citare il libro di Modeo sul Barça: «la marcatura e l’anticipo basati su un costante raddoppiare e triplicare, su un aiuto per cui ogni giocatore non è mai in una situazione di uno contro uno nel recupero palla».
Prospettive
Dal ritorno post-Mondiale, il Barcellona di Xavi ha vinto in Liga tutte le partite, a eccezione del pareggio casalingo nel derby con l'Espanyol. Stavolta non tutte le vittorie sono state appaganti dal punto di vista del gioco, come la guerriglia scatenatasi nel secondo tempo in casa dell'Atletico Madrid, in cui comunque è bastata una giocata eccezionale di Pedri per innescare il gol di Dembelé e portare a casa i tre punti.
Questo Barça è tornato a possedere un'identità – per quanto influenzata dal gegen-pressing e da tutte le altre matrici tattiche che hanno reagito al guardiolismo in questi anni – fortemente culer. Durante la pausa invernale Xavi si era detto «stressato, alleno il Barcellona da un anno ma mi sembra passato molto più tempo» eppure ottimista per il futuro: «Barcellona è una montagna di emozioni, ma stiamo migliorando».
Certo le prospettive del nuovo corso passeranno inevitabilmente per il ripristino delle risorse finanziarie, oggi più critiche che mai. Le norme della Liga sul tetto salariale hanno impedito al club di tesserare in prima squadra Gavi (e cioè rinnovargli il contratto con un adeguamento dello stipendio) per settimane e altri calciatori del calibro di Araujo e Balde si trovano nella stessa situazione.
Ciò che premeva più di ogni cosa ai tifosi del Barcellona, però, non era – come ammesso da Xavi – tornare a essere il migliore club del mondo: per quello potrebbero volerci molti anni di lavoro e nuovi innesti. Ciò di cui più aveva bisogno il Barça era tornare a essere più di una squadra di calcio. Riprendere le forme di una filosofia, un culto, o se volete: una lente attraverso cui indagare il mondo.
È da questo punto di vista che il lavoro di Xavi assume una sfumatura più profonda. Il discepolo di Pep, l'erede designato di una genealogia di giocatori/allenatori forgiati negli stessi ideali calcistici, ha iniziato a diffondere il proprio Verbo. E grazie alla proliferazione di queste idee «restauratrici» il Barcellona è tornato a essere il Barcellona.
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.














