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4 min

- di Andrea Giachi

Considerazioni sparse post prima serata di Sanremo 2023


La peggior "prima" di Amadeus, caratterizzata da monologhi autoriferiti e gag dal sapore stantio, viene parzialmente salvata in corner dal colpo di testa di Blanco.


- Si alza il sipario del palco dell'Ariston e ha inizio l'evento televisivo dell'anno, giunto all'edizione numero 73. Pronti via e Amadeus, alla quarta conduzione consecutiva, cala i suoi assi tra il sacro e il profano: Sergio Mattarella per la prima, storica, presenza di un Presidente della Repubblica tra il pubblico; Roberto Benigni e poco dopo anche Chiara Ferragni. Scelta sulla carta lungimirante, dal momento che gli ascolti della prima serata sono storicamente decisivi nel determinare il successo o il fallimento (in termini di spettatori) di un'edizione. Sulla resa possiamo, anzi dobbiamo, invece discutere. All'Auditel l'ardua sentenza;

- Diciamolo subito: senza il delirio di Blanco sarebbe stato difficile arrivare a fine serata. Il suo momento (idiota) di grande comicità involontaria, che lo porta a vandalizzare rose e vasi presenti sul palco per un problema all'audio, squarcia la notte ligure e ci fa riscoprire anche i fischi della platea come ai tempi del lancio degli spartiti da parte dell'orchestra. Torna subito alla mente il Sanremo 2001, quello della totale incomunicabilità tra un festival fermo a una liturgia anni '60 - conduttori compresi - e i suoi ospiti, quando Brian Molko dei Placebo spaccò una chitarra a fine esibizione in spregio al compassato e ingioiellato pubblico in sala. Peccato che Blanco, di Molko, non abbia "né la credibilità, né il talento, né il team di avvocati alle spalle". Eppure la sua eruzione insensata si trasforma nel leitmotiv della serata e presto diventa l'ancora di salvezza per scongiurare ogni momento di imbarazzo, facendo passare in sordina anche le (insolite) sbavature di Amadeus che continua a sbagliare i nomi dei cantanti;

- Ad essere buoni, insomma, abbiamo visto prime serate decisamente migliori, nonostante nel frullatore ci sia un po' tutto: momenti trash e gag goffe, ospiti e monologhi che sprizzano "Italia" da tutti i pori, musica per per i nostalgici e anche per i più giovani, qualche bella canzone e persino qualche punta di emozione. Quello che manca, in maniera importante, è una scrittura moderna dei dialoghi e soprattutto l'impronta degli ospiti (Blanco a parte). La scelta di Chiara Ferragni è perfettamente comprensibile, considerando che serviva un nome "pesante" per provare a restare in scia degli ascolti record delle scorse edizioni, e la regina delle influencers lo è. Mi chiedo però, dal momento che ha dichiarato di aver rifiutato più volte la partecipazione a Sanremo perché non si sentiva pronta, la ragione per cui in tutti questi anni di preparazione non abbia cercato un ghostwriter in grado di scriverle un monologo migliore della lettera a se stessa che ci siamo dovuti sorbire, tra momenti in cui sembrava fosse reduce da un'infanzia trascorsa sotto le bombe e un sentore perenne di una "seriosa ostentazione seriosa di io, io, io", come l'avrebbe definita Jep Gambardella. Spinoza scrive, giustamente, che sembra un format di Andrea Scanzi;

- La presenza di Gianni Morandi come co-conduttore, nonostante la sua simpatia, non aggiunge nulla. Sembra perennemente spaesato, ancora più di quanto non lo fosse nelle vesti di presentatore nelle sue edizioni, e a tratti anche svogliato. L'ospitata dei Pooh serve a tenere stretto lo storico pubblico Sanremese che rischia di rimanere spiazzato dalle scelte artistiche (coraggiose) dell'ultimo decennio che hanno reso il Festival anche un fenomeno social e per la Generazione Z. Comprensibile la voglia di promuovere i prodotti della rete ammiraglia, ma anche il momento con Sofia Elena Ricci nelle vesti di profiler è di quelli da far cadere nel dimenticatoio il prima possibile. Piccolo off topic: "Fiori sopra l'inferno" è un libro ben scritto e con buoni spunti, ma a chi è avvezzo alla lettura dei romanzi gialli sono sufficienti 30 pagine per individuare il villain, e non sembra un'opera scritta per una trasposizione (per giunta seriale) televisiva. Perché?;

- Venendo ai primi 14 artisti in gara, è sempre difficile esprimere un giudizio dopo un solo ascolto, a maggior ragione considerando gli evidenti problemi di audio che hanno caratterizzato diverse performance (quindi, in soldoni, sarò generoso e i voti potranno mutare nel corso delle serate). Non dobbiamo comunque aspettare molto per ascoltare i due favoriti della vigilia. Se già dal primo ascolto pezzi come "fai rumore" e "brividi" avevano reso chiaro a tutti chi sarebbe stato il vincitore, qui certezze ancora non ne abbiamo. Mengoni (8) si conferma di un'altra categoria, anche rispetto a quello che abbiamo dovuto ascoltare dopo. Il suo brano richiede qualche ascolto in più per arrivare con maggiore forza, ma resta difficile non immaginarlo sul gradino più alto del podio. Ultimo (6) farà presa sul suo corposo pubblico di fedelissimi, a beneficio dei quali gesticola come un politico navigato per semplificare i concetti ai suoi elettori, ma era lecito aspettarsi qualcosa di più. Attenzione anche ai Coma Cose (7) e a Mara Sattei (6,5) che si candidano a possibili outsider, mentre la sempre brava Elodie (6,5) non sembra avere tra le mani una hit irresistibile;

- Il compito sempre ingrato di aprire le danze spetta ad Anna Oxa (5), che ci delizia con un brano ben arrangiato e dal sapore ovviamente vintage, in cui la sfida - accessibile solo ai traduttori delle Nazioni Unite - è di provare ad indovinare più delle 5 parole pronunciate. L'urlo che ci regala quando l'esibizione è ormai ai titoli di coda però è già storia. gIANMARIA (7, ma perché si scrive così?) porta un bel testo e un'interpretazione intensa, anche se l'emozione lo mette a dura prova. Il ragazzo si farà. Mr. Rain (5,5) regala un momento Zecchino d'Oro con una canzone indiscutibilmente paracula, mentre Leo Gassman (5) è costretto a indossare un abito fuori misura, dato che canta una canzone scritta da Riccardo Zanotti (dei Pinguini Tattici Nucleari) che ha il difetto di essere cucita su Riccardo Zanotti e non sulla sua vocalità. Ariete (5) è sempre riconoscibile, ma appare inadeguata sia la sua performance che il brano. Olly (5,5) entra in quota Tagadà in sostituzione di Ana Mena e si fa preferire agli altri "rookie", i Colla Zio (5). Per il premio della critica occhio a Grignani (6) in versione intimista con punte di Califano, dal quale però è lecito attendersi qualcosa di meglio nel live. Come del resto dalle prossime serate.

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Giornalista classe 90', da sempre innamorato della radio, ho diretto per 3 anni RadioLuiss e collaborato con varie emittenti in qualità di conduttore. Attualmente mi occupo di comunicazione d'impresa e rapporti istituzionali. Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, appassionato di politica e linguaggi radiotelevisivi, nella mia camera convivono i poster di Angela Merkel, Karch Kiraly e Luciano Spalletti.

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