I giocatori del Milan amareggiati dopo la sconfitta col Sassuolo
, 4 Febbraio 2023
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Cosa succede al Milan?


La crisi dei rossoneri viene da lontano.

Il passaggio da squadra Campione d’Italia in carica con media punti 2,25 di novembre – pari e patta con quella dello scorso campionato – al colabrodo in grado di totalizzare solo due punti nelle ultime quattro partite di campionato è stato un fulmine a ciel sereno per il Milan. La squadra di Pioli ci aveva già abituato a mesi di gennaio ben poco esaltanti. Nel 2020/21 – l’anno della qualificazione in Champions League – gennaio era stato costellato a due pesantissimi tonfi, contro Juve e Atalanta, due sconfitte meritatissime con sei gol subiti sul groppone. Lo scorso anno la disgraziata vicenda con lo Spezia e uno 0-0 bruttissimo contro la peggiore Juve della stagione Allegri.

Non sarà una casualità che per il terzo anno di fila, il rallentamento più profondo della squadra di Pioli sia avvenuto a gennaio. Colpa dei carichi di lavoro di dicembre o più semplicemente di una preparazione mirata ad andare al top in primavera. Quest’anno si è aggiunto il fattore Mondiale: il primo mese dell’anno del 2023 è stato più intenso dei passati, si è giocato banalmente di più. Eppure, la sensazione è ben diversa dai mesi di gennaio passati. La sensazione è che, per quanto si possa pensare che anche quest’anno Pioli stia facendo provviste in inverno per spenderle in primavera, qualcosa in più sia andato storto. Il viaggio attraverso i problemi del Milan è contorto ma affascinante e solo capendo le varie evoluzioni avute si può provare a capirne i baudeleriani fleurs du mal.

Quando tutto andava bene

La macchina rossonera targata Maldini, Pioli e Ibrahimović, nasce nel post-lockdown 2020. La squadra rientrata dalla sosta pandemia era una squadra che adorava attaccare in campo lungo, pressava in maniera scientifica ed elaborata e sapeva usare armi tattiche semplici ma piuttosto variegate. Il cammino intrapreso dopo la fine della stagione 2019/2020, confermando sia Ibra che lo stesso Pioli, era chiaro: volevano tutti continuare a giocare in quel modo. Per questo nel 4-2-3-1 rossonero non ci furono veri innesti estivi. L’unico acquisto che ambiva ad entrare nelle rotazioni dei titolari era Sandro Tonali, che pur passando un’annata di transizione, tra nuove abitudini al ruolo e qualche cartellino di troppo, dava il giusto fiato ai titolari inamovibili Bennacer e Kessié.

Per il resto la squadra era fondata sulle capacità aerobiche dell’algerino, di Saelemaekers e Rebić di pressare tutto ciò che si muovesse; sulla bravura di Kjær e Romagnoli nel cercare direttamente Zlatan Ibrahimović con palloni alti; sulla voracità di Theo Hernandez di divorare campo in conduzione; sulla quantità enorme di palloni giocati – sparati – da Hakan Çalhanoğlu. Solo a stagione in corso troverà spazio Rafael Leão, più per questioni numeriche – l'infortunio di Rebić – che per vere scelte tecniche. A gennaio ad esasperare ulteriormente la vocazione del difendere in avanti sarà l’acquisto di Tomori, che sostituendo Romagnoli darà al Milan ancora più aggressività.

Chiusa la stagione con un trionfale secondo posto, 79 punti fatti e il meritato e agognato ritorno in Champions League, per il Milan e Maldini sarebbe stato normale aspettarsi una stagione di assestamento e il consolidamento della posizione Champions. Eppure, il mercato deficitario dell’Inter, l’ennesima stagione no-sense della Juventus e l’esplosione di alcuni elementi in rosa, hanno determinato un finale molto diverso per la stagione 21/22.

Gli addii di due elementi cruciali per la corsa Champions dell’anno prima, come Çalhanoğlu e Donnarumma, fanno sì che la formazione titolare subisca delle modifiche. Dal mercato arriva Mike Maignan, portiere del Lille fresco vincitore della Ligue 1, per sostituire il numero 99. Per la sostituzione del trequartista turco invece Pioli è costretto a pescare in casa, scegliendo di dare i galloni da titolare a Brahim Díaz. Il portiere francese sarà un protagonista clamoroso della stagione: delizioso nel gioco con i piedi, sicuro nelle uscite alte e basse, capace di guidare una difesa iperaggressiva, difficile da superare tra i pali. Anche nel reparto avanzato ci sono mutamenti sostanziali: per dare fiato a Ibrahimovic arriva Olivier Giroud, mentre sulla sinistra avviene il passaggio di testimone da Rebić a Leão.

Se nel cambio Giroud-Ibra cambia poco o nulla, in entrambe le fasi, il cambio tra il croato e il portoghese sottintende un approccio al pressing abbastanza diverso. Di più: anche Brahim Díaz rispetto a Čalhanoğlu ha un’intensità diversa, oltre ad avere caratteristiche difformi col pallone nei piedi: più dribbling e dialoghi stretti, meno cambi lato e lanci.

Pioli sfrutta tutto ciò che ha a sua disposizione. Il Milan continua a prediligere un pressing abbastanza elaborato ed efficace ma aggiunge un gioco più fluido nelle partenze da dietro. Nell’autunno 2021 cominciano a vedersi delle posizioni molto fluide: Theo e Calabria mezze ali, Díaz vicinissimo al cerchio di centrocampo, Saelemaekers sempre più con i piedi all’interno del campo. Il Milan gioca bene, non segna tantissimo ma è un’orchestra armoniosa in cui tutti sanno cosa fare e lo fanno bene. Dopo l’infortunio di Díaz, alle porte dell’inverno qualcosa si rompe nei meccanismi offensivi rossoneri. Senza le capacità di raccordo dello spagnolo la manovra è più lenta e farraginosa e anche al suo rientro il Milan sembra essere più opaco rispetto ai mesi di settembre-ottobre. Le soluzioni pensate da Pioli sono semplici quanto efficaci.

Mappa passaggi del Milan durante Juventus-Milan del 19 settembre 2021
I passaggi completati nell'ultimo terzo del Milan durante la partita contro la Juventus del 19 settembre 2021 (Dati: whoscored.com)

Anziché cercare di “recuperare” l'apporto che il 10 rossonero offriva alla manovra, il tecnico veneto prova nella posizione di trequartista giocatori più muscolari e in grado di essere ancora più efficaci nel pressing. Questo comporta un decadimento del gioco piuttosto netto. Di più: causa infortunio di Kjær, il Milan è costretto a promuovere Kalulu titolare al centro della difesa, esasperando moltissimo il concetto di difesa alta e pressing. La squadra che affronta la seconda parte di stagione è molto diversa da quella di agosto: un falso trequartista – spesso Kessié, ma anche Krunić – al posto di Brahim, il rapidissimo e aggressivissimo Kalulu al posto di Kjær. Infine, la definitiva esplosione di Leão, con l’esaltazione dei suoi isolamenti sulla fascia sinistra, consegna a Pioli un’arma affilatissima con cui vincere le partite.

Leão: croce e delizia

Da febbraio in poi il Milan è difensivamente una squadra da top-5 europea. Prende pochissimi gol grazie all’esaltazione delle caratteristiche di Kalulu e Tomori e parte quasi sempre da un gol sopra, grazie alle sgasate di Leão e Theo Hernández. Il giocatore portoghese in particolare dimostra di avere le stigmate del campione: quando accelera nessuno in Italia gli sta dietro, salta gli avversari semplicemente spostando il pallone in avanti, dà veramente l’impressione di essere il calciatore più in grado di spostare gli equilibri in tutta la Serie A.

Raramente nella primavera 2022 il Milan gioca un grande calcio: diversi 1-0 bruttini, diverse partite vinte grazie ad una solidità ferrea e ad una grande capacità di sacrificio di tutta la squadra. Le partite in cui convince sono rare e spesso coincidono con l’assenza di Rafael Leão. A posteriori questo sarà da tenere a mente per analizzare a fondo i giorni d’oggi.

Il trionfo di Reggio Emilia oscura ogni dubbio. Il Milan quel giorno mette il vestito buono e disintegra il Sassuolo offrendo una prestazione spettacolare per pressing e intensità, segna tre gol, potrebbe farne tranquillamente sei. Alza lo Scudetto in faccia ai cugini interisti, inciampati in un cupo mercoledì sera bolognese da un imprevisto di Radu; scuce il tricolore dal petto dei nerazzurri e si convince di essere la squadra da battere, di aver aperto un ciclo.

Il passaggio di mano estivo non intacca l’entusiasmo di squadra e tifosi. Il mercato tarda a decollare e con l’addio di Kessié e Romagnoli le soluzioni trovate in ritardo – per cause quantomeno controverse – da Maldini e Massara sono due giovani provenienti dalla Bundesliga come Vranckx e Thiaw. L’inseguimento al trequartista che, secondo i piani della governance rossonera, doveva alzare il livello offensivo si traduce nell'acquisto di De Ketelaere. Infine, per il ruolo di punta di scorta viene prelevato Origi dal Liverpool. L’ultimo giorno di mercato, causa infortunio di Florenzi, arriva anche Sergiño Dest. Ad oggi, febbraio 2023, un mercato disastroso.

Il Milan che riparte ad agosto è una squadra sicurissima di sé, che spara quattro gol all’Udinese alla prima giornata, gioca un gran calcio a Bergamo pur impattando 1-1 nella seconda giornata e liquida facilmente il Bologna per 2-0 nella terza. Tutto sommato un ottimo avvio. Si ingolfa un po’ in un lento e scialbo 0-0 in casa del Sassuolo, ma poi vince meritatamente il primo derby della stagione. L’impressione della tarda estate è ottima, quanto sospettosa. Il Milan gioca anche meglio della primavera del 2022, ma continua ad affidarsi agli stessi pattern e agli stessi uomini. La dipendenza da Rafael Leão comincia ad essere preoccupante quando, contro il Napoli, in quella che offensivamente è la migliore partita giocata in tutta la stagione, i rossoneri perdono 1-2. Il messaggio sembra chiaro: si può giocare bene quanto si vuole, ma senza un creatore di occasioni nitide come Leão, si perde lo stesso.

La stagione va avanti, le partite cominciano a somigliare sempre di più a quelle della primavera passata. Il Milan vince, supera anche il girone di Champions League, raramente convince dal punto di vista del gioco. I risultati insomma assistono Pioli, che alla sosta per il Mondiale in Qatar è secondo a -8 da un Napoli stellare, e con una media punti in linea con l’anno precedente. Qui troviamo il primo problema da analizzare a fondo.

L’apporto nullo del mercato

Fino a novembre il Milan è in linea con la media punti dell’anno precedente. Ma questo è evidentemente un problema: il mercato non ha portato nulla in più. In particolare, guardando le partite che più hanno penalizzato il monte punti dei rossoneri – i due inciampi più goffi, Sassuolo e Cremona – avrebbero dovuto essere partite molto più alla portata per un attacco rinfrancato da acquisti come De Ketelaere e Origi. Così non è. Il Milan a Reggio Emilia non calcia mai in porta, a Cremona lo fa ma non dà quasi mai l’impressione di poter vincere. Specialmente con la Cremonese, continua nevroticamente ad affidare il pallone a Leão in cerca di un suo lampo di luce. Il lampo non arriva, la partita termina e per chiunque abbia visto il Milan negli ultimi tre anni la percezione è chiara: il mercato avrebbe dovuto portare freschezza e novità, ma così non è stato.

Di più: con i vari e soliti infortuni il Milan sembra addirittura più corto in alcuni reparti rispetto all’anno scorso. La granitica affidabilità che aveva garantito Romagnoli è smarrita dietro la scarsa fiducia che Pioli sembra nutrire in Thiaw. Neanche a parlare del centrocampo, dove Bennacer e Tonali sembrano abbandonati al loro destino, col solo Pobega in grado di dargli un cambio che in realtà è solo numerico. Il disgraziato infortunio di Maignan non garantisce nessuno migliore di Tătărușanu per sostituirlo. Il Milan che gira l’angolo del Mondiale, tuttavia, è una squadra che si proietta sugli 85 punti. Non da stappare lo spumante, ma sicuramente neanche da scrivere un articolo intitolato “La crisi del Milan”. A gennaio accade ancora qualcos'altro.

Il (più) gelido inverno

Tornati dal Qatar e dopo la sosta natalizia il Milan gioca a Salerno una grandissima partita. Fa vedere che la solita fluidità in Italia è un’arma devastante, che il pressing instaurato da Pioli è di prima qualità e che un calciatore come Leão ti fa partire quasi sempre da un gol di vantaggio. A una manciata di minuti dal finale, un calo di tensione fa prendere un gol – oggettivamente evitabile da un portiere più reattivo – che fa tremare i rossoneri per i minuti rimanenti. È un campanello d’allarme, l’ennesimo di questa stagione. Passare da un portiere con la reattività e prontezza nelle uscite come Maignan ad uno come può essere pesante psicologicamente parlando, ancor di più quando la squadra subisce gol alla primissima occasione proprio per la distanza prestazionale esistente tra i due.

Il Milan continua ad usare allo sfinimento Giroud, a causa dei soliti problemi fisici di Origi e di Rebić. Ma tutto sommato la classifica non dispiace ai rossoneri, visto anche il risultato della sera del Napoli che perde meritatamente a Milano contro una grande Inter. Quello che succede nella settimana successiva è misterioso. Il Milan gioca una buona partita contro la Roma, va in vantaggio di due gol nell’ultimo scampolo di partita, spegne l’interruttore e subisce due gol da calcio da fermo quasi comici. Potrebbe sembrare solo un inciampo e a tutti gli spettatori risulta così. Alla fine la Roma con una partita molto simile aveva già sbancato San Siro, sponda nerazzurra, ai principi di ottobre. Invece è l’inizio di una spirale negativa tragica per i rossoneri.

La squadra di Pioli, come sopra descritto, ha avuto problemi di Leão-dipendenza e di scarsa prolificità generale nel gioco offensivo per tutto l’autunno. Ma fino al gol di Ibañez contro la Roma nessuno poteva parlare di un Milan in difficoltà dal punto di vista difensivo. Da quel momento, nel 2023 la difesa del Milan è stata oggettivamente un colabrodo. Esclusa l’episodica e maledetta partita in Coppa Italia contro il Torino, che può essere racchiusa nell’alveo delle partite storte che ci stanno in una stagione, il Milan ha subito sempre due o più gol. Probabilmente avere quella partita storta proprio dopo la partita con la Roma ha contribuito a minare emotivamente la squadra. I problemi che sembravano solo offensivi sono diventati totalizzanti, e una volta penetrati anche nel reparto difensivo hanno distrutto ogni certezza dei rossoneri.

La bufera

Sicuramente l’infortunio di Maignan ha giocato un ruolo decisivo in tantissimi dei gol presi. Basti pensare a due dei quattro gol subiti a Roma contro la Lazio o alla goffa prestazione di Tătărușanu contro il Sassuolo. Ma ancora, due difensori aggressivi come Tomori e Kalulu hanno inanellato prestazioni di gravissima disattenzione, condite da errori marchiani. La fluidità della manovra è d’improvviso diventata scontata e poco funzionale: Theo e Calabria continuano a costruire nel cerchio di centrocampo, ma lo fanno in maniera prevedibile e anticipatoria rispetto al passato – anche piuttosto prossimo a dir la verità. Bennacer e Tonali sono sfibrati dal dover giocare così tanto e difficilmente, pur essendo sempre gli ultimi a mollare, riescono ad essere incisivi con costanza.

Il reparto offensivo oltre al sovrautilizzato Giroud continua ad arrancare: De Keteleare non entra nei meccanismi, Rebić è sempre out e sulla destra Saelemaekers sembra lontano parente del factotum ammirato nei primi due anni in rossonero.

Dato il non brillante periodo di forma e l’incoccio con il Lecce, a Pioli avrebbe convenuto forse ripiegare su un atteggiamento più remissivo e attento alla praticità. Provare ad allungare una coperta che si stava consumando al fuoco. Invece in preda all'inspiegabile frenesia di dimostrare che le idee con cui ha vinto sono ancora valide e intatte, il mister è andato definitivamente in confusione, schierando nelle partite successive una squadra comprendente Díaz e Messias insieme dall’inizio. Due dribblomani ben poco inclini al pressing e alle coperture. Uno schieramento che il Milan sopportava a stento nei giorni migliori, quando Kessié era in campo; quando l’armatura di Theo Hernández era sfavillante; quando Maignan non era alle prese con gli infortuni.

Il risultato sono state le orribili prove offerte contro due squadre del livello di Lazio e Inter: sette gol presi, pochissimi grattacapi creati alle difese avversarie. Due partite caratterizzate dallo stesso leitmotiv: i palloni lanciati in avanti pur nella consapevolezza che la sponda di Giroud non avrebbe mai trovato un compagno, o peggio ancora i palloni affidati alla versione peggiore di Leão, in grado solo di calciare da posizioni difficili con dubbio equilibrio. Questo totale disastro ha trovato il suo suggello nella vergognosa disfatta contro il più grande villain della storia recente del Milan: Domenico Berardi.

La partita contro il Sassuolo è un paradigma di tutto ciò che ha afflitto il Milan di gennaio 2023: lo scarso stato di forma degli uomini cardine, la grande sfortuna di due gol annullati per un petalo di rosa, l’assenza di Maignan, l’incaponimento di Pioli su un modo di giocare troppo complesso per gli uomini a disposizione.

Fuoco e sangue

Il direttore dell'area tecnica del Milan Paolo Maldini
Foto: Getty Images

Il ritorno del Milan nel calcio che conta dopo oltre dieci anni di oblio e sberleffi è arrivato quasi d’improvviso. Dopo un allenatore mandato via per disperazione, dopo un altro preso per normalizzare, dopo un 5-0 da lacrimoni e dopo l’acquisto di un calciatore che sembrava essere andato a svernare in MLS. Questa squadra tornata prima in Champions e poi a vincere in Italia, è frutto di tutte queste cose. Si è evoluta e ora sembra sul punto di spegnersi d’improvviso. Maldini è tornato nel calcio dopo quasi dieci anni di totale dissolvenza, quasi un esilio, come quello da Westeros di Daenerys Targaryen. E, come la regina dei Draghi, anche Maldini una volta tornato ha imposto la sua legge. Ha mostrato al mondo la forza della dinastia, partendo sempre da quell’allenatore mandato via per disperazione e arrivando a vincere uno Scudetto.

Guardando le cose con un po’ di distanza, il Milan dà l'idea di una squadra che dopo tre anni ad altissimi livelli, con tentennamenti sparsi ma mai seriali, ha perso la testa. È andata fuori giri nelle ultime cinque partite. Cannate male, anzi malissimo. Cinque partite in cui hanno pesato tutte le storture lette qui sopra: il mercato, gli infortuni, alcune scelte di Pioli. Ma dopo un’attenta analisi del passato bisogna ormai guardare al futuro. Come lo farà Maldini? Nessuno può saperlo con certezza, ma i valori che questo gruppo ha mostrato da giugno 2020 ad oggi difficilmente possono svanire in cinque partite. C’è un ottavo di finale di Champions da giocare, e lì è obbligatorio presentarsi col migliore abito possibile. Data la classifica c’è anche il piazzamento Champions da consolidare, per non rischiare di tornare nell’oblio, nell’esilio patito per gli scorsi dieci anni.

Molto passerà per una maggiore flessibilità di Pioli, molto altro per il recupero della forma di Theo Hernández e Leão, molto altro ancora per il ritorno di Maignan. Indispensabile sarà poi la capacità dei nuovi innesti di dare una mano. Dove Maldini può lavorare direttamente è sullo spirito di alcuni giocatori, quelli giovani e quelli persi in questa parentesi invernale. Maldini – e probabilmente Zlatan Ibrahimović – faranno certamente di tutto per recuperare almeno sul lato della motivazione. Il resto si vedrà, con un derby alle porte che sa tanto di crocevia, a soli 9 giorni dal ritorno delle note della Champions in una notte ad eliminazione diretta. Qualcosa che manca a San Siro da febbraio 2014. Altrimenti, si ritornerà nel profondo Est, ad aspettare un’altra orda di Dothraki; le uova di drago sembrano proprio finite.


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