
Mario Rui ha sconfitto i pregiudizi
Mario Rui è sempre stato oggetto di grandi critiche ma ora sta raccogliendo i frutti di tanti anni di pazienza e lavoro.
“Non sa calciare col piede sinistro, non sa colpire di testa, non sa contrastare e non segna molto. A parte ciò, è un buon giocatore”.
Con queste parole, decisamente lapidarie, George Best si rivolgeva a David Beckham qualche anno fa. Se addirittura un simbolo degli anni Novanta e Duemila non è rimasto immune da critiche per il suo talento così diverso dallo standard di un'ala inglese classica, figurarsi se gli strali della critica non possano colpire anche un uomo normale come Mario Rui da Silva Duarte. Mario Rui è oggetto di inevitabile pregiudizio sin dalla prima occhiata che gli viene rivolta: non supera i 170 cm, ha le leve corte che lo sfavoriscono nella falcata e un corpo minuto che gli avversari possono spazzare via ad ogni duello. Una figura piuttosto peculiare in un calcio di terzini iper-atletici.
Non solo gli avversari possono spazzarlo via ma anche i compagni: qui è Koulibaly che butta di peso Mario Rui addosso a Mbappé. Mario Rui sembra un bambino catapultato in un gioco da grandi, e quasi deve essere guidato con un joystick.
Nonostante si sia formato in un paese sempre votato al difensivismo, il portoghese ha sempre preferito un'interpretazione più offensiva del ruolo. Inoltre, la sua indole lo porta spesso a dire qualche parolina di troppo nei momenti di nervosismo. Negli anni ha ricevuto innumerevoli critiche: troppo basso, troppo lento, indisciplinato; una bomba ad orologeria pronta a scoppiare e lasciare la squadra in dieci nel momento meno opportuno. Nonostante ciò, ha continuato a essere un titolare, tra lo scetticismo, i pregiudizi e l’incredulità della stampa e di una grossa fetta di tifosi.
Una tassa da accollarsi necessariamente, quasi attendendo un Masaniello che si ribelli a quella gabella infame e liberi il Napoli da quel terzino non all'altezza. Mario Rui è stato a lungo quello che si è ritrovato titolare per caso, esempio vivente del mors tua vita mea. È il 1° novembre 2017 quando Faouzi Ghoulam si infortuna al ginocchio, chiudendo per sempre la sua carriera ad alti livelli. Lui sì che era alto, forte fisicamente, atleticamente dominante, veloce nei recuperi e perfetto nell’associarsi. Mario Rui non sarà mai Ghoulam ma non può averne alcuna colpa, un peccato originale col quale dovrà convivere per anni ad ogni diagonale mancata, a ogni partita sottotono, ad ogni cartellino ricevuto per proteste o per accenni di reazione nervosa.
Mario Rui però ha un orgoglio inscalfibile, che usa come una corazza contro le critiche, in parte motivate ma più spesso aggressive oltre i suoi effettivi demeriti, facendole cadere inermi ai suoi piedi. Forte del fatto che, nonostante ciò che dica chiunque altro, lui la maglia da titolare da quel novembre di quattro anni fa non l’ha più tolta: non solo il suo mentore Sarri, che lo ha avuto ad Empoli e lo ha fortemente voluto a Napoli, ma anche Ancelotti, Gattuso e, infine, Spalletti non vi hanno mai rinunciato nelle partite che contano.
Facile, viene da dire, se le alternative altri non erano che il nome di Ghoulam – visto che del resto purtroppo non era rimasto granché – o cervellotici adattamenti di fascia di terzini destri come Hysaj e Di Lorenzo, se non addirittura difensori centrali di piede sinistro come Luperto. Giocatori che avrebbero dovuto giocare con Mario Rui, non al suo posto.
Proprio quello con Spalletti, col quale Mario Rui ha condiviso – se così si può dire, visto il grave infortunio al ginocchio che lo ha tenuto fuori per tutta la stagione – un anno alla Roma, è stato l’incontro che gli ha cambiato la carriera. Spalletti è stato, tra i tanti, il tecnico che più di tutti ha capito come sfruttare al meglio le sue letture raffinate in fase offensiva, esaltando quanto più possibile il suo sinistro educato e assecondando la sua indole, mai nascosta, da regista occulto.
Se al centro l’inizio della manovra non può prescindere dalle letture illuminanti di Lobotka, Mario Rui diviene fondamentale nelle fasi successive in cui, con i suoi movimenti a sovrapporsi largo in fascia o i suoi tagli centrali a dare densità negli spazi di mezzo, costituisce un rebus sempre difficile da risolvere per le difese avversarie.
In un contesto del genere, nel quale Mario Rui può toccare un quantitativo esorbitante di palloni, la sua visione di gioco torna molto utile. Il portoghese è uno dei calciatori più influenti del Napoli, meritatamente primo in classifica anche grazie alle sue prestazioni. Il portoghese, infatti offre un contributo che è sotto gli occhi di tutti: Mario Rui è il terzo calciatore della Serie A sia per quanto riguarda gli assist – 6, dietro solo a Milinkovic-Savic e Kvaratskhelia – sia per quanto riguarda i passaggi chiave – 37, con i soli Biraghi e Deulofeu a precederlo.
Questi numeri lo pongono tra gli insostituibili di Spalletti, che raramente rinuncia alla tecnica e alle soluzioni di gioco che può garantirgli il professore come lo ha affettuosamente soprannominato, nonostante in estate sia arrivato il tanto atteso terzino sinistro che per anni è mancato alla rosa del Napoli. Infatti, persino un innesto di qualità come Mathias Olivera che ha portato in dote una fisicità che spesso è mancata alla rosa partenopea – e che sempre rappresenterà un limite per Mario Rui – si è dovuto arrendere all’imprescindibilità, conquistata con abnegazione e duro lavoro nel corso degli anni, dal collega portoghese.
Se il Napoli, a metà campionato, è meritatamente primo in classifica e ha messo in piedi un grande girone in Champions League, una grossa fetta del merito va anche a Mario Rui: un calciatore che adesso può sottolineare con orgoglio la sua importanza e le sue qualità, troppo spesso nascoste da una patina di pregiudizio.
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